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Riflessione pseudo-estiva al termine delle vacanze. Notavo, assieme ad alcuni amici, l’assoluta preponderanza nelle manifestazioni e nei locali delle cosiddette cover band e tribute band, cioè di gruppi musicali che non propongono un proprio repertorio musicale originale, ma eseguono le canzoni di artisti famosi. Una situazione diversa rispetto a qualche anno fa, dove chi faceva musica propria aveva molto più spazio, mentre oggi ha molta difficoltà a trovare un qualunque posto dove poter suonare. Alcuni amici musicisti hanno dovuto mettere da parte il loro repertorio originale per venire incontro a questa “richiesta del mercato”, per quanto trovino il ruolo di meri esecutori decisamente poco stimolante.

La domanda che ci siamo fatti a questo punto è stata molto semplice: come mai si è giunti alla situazione di oggi? Le risposte che sono venute fuori sono a mio parere molto interessanti, e possono essere utili spunti di riflessione, perché se è vero che stavamo parlando di musica, ci è subito venuto in mente che i discorsi filano anche se a “musica” si sostituisce “cultura” o “innovazione”, e forse descrivono forse la situazione generale dell’Italia di oggi. Ecco dunque le riflessioni che abbiamo fatto.

  • Il mercato (gli ascoltatori) è in una certa misura restio all’innovazione, e preferisce la sicurezza di una “soluzione intermedia” che conosce già (in questo caso, le cover band), rispetto ad altre che possono avere risultati più variabili (un gruppo che fa musica originale bene è probabilmente più piacevole da ascoltare di una cover band, mentre uno che la fa male è probabilmente molto peggio). La chiave di lettura può essere anche che la gente è sempre meno disponibile ad ampliare i propri orizzonti, aprendosi al “nuovo”.
  • Manca forse una adeguata capacità di selezione delle “idee di qualità”: i gestori delle manifestazioni (e dei locali) forse hanno perso la capacità di fare selezione dando spazio ai soggetti con delle potenzialità (in questo caso, che possono incontrare i favori del pubblico), e questo può indubbiamente aver contribuito all’atteggiamento del pubblico.
  • C’è stato anche un atteggiamento inadeguato da parte di alcuni “micro-artisti“, che a volte chiedevano un riconoscimento economico non collegato ai riscontri del pubblico (e quindi agli incassi del locale), dimostrando poco senso pratico e scarsa umiltà.
  • Per ultimo, il fisco ci mette lo zampino, dato che per un locale organizzare una serata musicale comporta oneri fiscali ed amministrativi notevoli, che scoraggiano l’organizzazione di serate dal ritorno economico meno che certo.

Insomma: da qualunque lato la si guardi, l’Italia sembra presentare sempre gli stessi problemi. E non è un bel vedere.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Comments

  1. Le coverband hanno tutto questo spazio perche la radio bombarda le orecchie della gente sempre con i soliti artisti, perche non inventiamo un modo per far emergere anche chi non ha le “conoscenze” giuste? Colpa di tutto?? DELLA GLOBALIZZAZIONE!!

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