Il consumatore americano sempre più in difficoltà: le conseguenze sull'economia mondiale

Il consumatore americano è sempre più in difficoltà. La cosa ci riguarda molto più direttamente di quello che può sembrare, dato che i consumatori di USA e Canada costituiscono il 30% circa della domanda privata mondiale (prendendo i dati del 2000, anche se vecchiotti, i due paesi nordamericani costituivano il 31,5% della spesa privata di tutto il mondo, pur essendo solo il 5,2% della popolazione). Inevitabili quindi conseguenze dirette o indirette anche per le imprese italiane e quindi alla fine per i consumatori italiani.

Le famiglie americane si trovano dunque di fronte a grosse difficoltà, con perdite patrimoniali (principalmente come conseguenza della svalutazione degli immobili: solo ne primo quadrimestre di quest’anno la svalutazione subita è stimata in 1.700.000.000.000 dollari), disoccupazione (438.000 posti di lavoro persi nel primo semestre dell’anno), ed ovviamente anche perdite finanziarie per le famiglie che avevano investito in borsa.A questo si somma un sostanziale aumento dei costi di generi alimentari e carburanti (peraltro, molto più pesante di quello subito dai consumatori europei, in quanto amplificato dalla debolezza del dollaro).

Volendo dare qualche numero, il rallentamento appare lento ma forse inesorabile: il reddito disponibile (la parte non già impegnata per ripagare debiti) dei consumatori USA è sceso del 1,1%, mentre le spese private sono scese dello 0,2% a luglio (dopo un paio di mesi di piccola crescita), in termini reali, la discesa è dello 0,4%. Dato che come si può notare le spese sono diminuite meno dei guadagni, è diminuito anche la percentuale il risparmio.

Soprattutto, è interessante notare che sembra siano aumentati notevolmente gli acquisti soprattutto presso discount e grandi magazzini: un sintomo delle difficoltà delle famiglie americane, ma che potrebbe avere ulteriori ripercussioni, sia perché potrebbe mettere in difficoltà tutta la categoria dei piccoli negozi o dei negozi “di marca”, sia perché potrebbe avere conseguenze anche sulla domanda globale di beni di fascia medio-alta (che è quella in cui le imprese italiane ed europee si posizionano, o dovrebbero). Con il rischio di amplificare la crisi.

Ed in effetti, le analisi di Merril Lynch e Goldman Sachs indicherebbero che il peggio, per i consumatori americani deve ancora venire, con una contrazione attesa della spesa delle famiglie intorno al 3%, tra l’ultimo trimestre del 2008 e il primo del 2009, che dovrebbero essere i mesi più critici. Contrazione che potrebbe essere preceduta da un risultato positivo per il terzo trimestre del 2008, a causa dell’effetto-saldi che ha incentivato i consumi anche delle famiglie americane (ma anche per la difficoltà di fare acquisti a “prezzo pieno”), che quindi eventualmente non deve far credere che la crisi sia già passata: infatti le famiglie americane sono quanto mai in difficoltà nel pagamento di ogni tipo di rata: casa, auto, carte di credito.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Statistiche: se davvero la metà degli automobilisti guida ubriaco, indicherebbe una bassa correlazione tra alcol e incidenti

Mi ha colpito molto un dato di cronaca, sui nuovi controlli che sono stati fatti per la guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, e cioè che nel 45% dei controlli il guidatore è risultato positivo.
Si tratta di un dato presentato come una ulteriore conferma della pericolosità dell’alcool, ma da un punto di vista puramente statistico, il significato è esattamente l’opposto, indicando invece una correlazione tra alcool e incidenti stradali inferiore a quella che si sbandiera. Perché? Innanzi tutto, il concetto di causalità in un incidente non è così definito, perché gli incidenti sono dovuti ad una concausa di fattori (ad esempio, alterazione psicofisica del conducente, velocità, condizioni stradali, e altro) e non ad un’unica causa, che peraltro non genera automaticamente l’incidente (dato che uno può arrivare a casa sano e salvo pur mettendo in atto comportamenti pericolosi). Per cui la determinazione della causa prevalente è inevitabilmente fatta a posteriori.

Per capire se un fattore è una causa o meno, non basta verificare la presenza del fattore nel caso specifico, ma è necessaria un’analisi della correlazione. In altre parole, serve capire se una tipologia di soggetti A (diciamo i guidatori in stato di ebbrezza) abbia o meno più probabilità di una tipologia B (i guidatori sobri) di essere coinvolti in un certo evento (l’incidente). Per fare questo calcolo, servono due valori:

  • il numero di soggetti A e di soggetti B coinvolti nell’evento (cioè in questo caso la percentuale di incidenti che coinvolgono guidatori in stato di ebbrezza)
  • il numero di soggetti A e di soggetti B totali (cioè in questo caso la percentuale di guidatori che circolano in stato di ebbrezza).

Quanto più questi due valori si allontanano tra di loro, tanto più c’è correlazione, più si avvicinano minore è la correlazione. Per esempio, se il 95% degli incidenti vedesse coinvolti soggetti in stato di ebbrezza, e questi fossero il 5% del totale, allora sarebbe indubbia la correlazione. Ma se, sempre per esempio, i guidatori in stato di ebbrezza fossero coinvolti nel 50% degli incidenti, ma questi fossero anche il 50% del totale, allora in realtà non sarebbe dimostrata nessuna correlazione. Per quanto ne so io, un calcolo del genere non è mai stato fatto.

Ecco perché ne parliamo qui: perché mi pare un tipico esempio dell’abitudine di molti di utilizzare e citare numeri prima ancora di averne capito il significato. Ma anche è un altro degli esempi di atteggiamenti molto “italiani”, nel modo di (non?) risolvere i problemi, che lascia un po’ perplessi.

L’identificazione delle cause dei problemi è fatta in modo spesso semplicistico, riconducendo tutto a cause che forse hanno impatto soprattutto “emotivo”. Con generalizzazioni che sono spesso forzate: in altre parole, nel caso specifico, probabilmente mettere di fatto sullo stesso piano uno che si è bevuto una bottiglia di superalcolico e magari drogato, con uno che si è bevuto due birre durante una serata in pizzeria, sarebbe una cosa da evitare, dato che sono oggettivamente due situazioni diverse (anche dal punto di vista del rischio che procurano).
Forse è comodo dare la colpa di tutti agli ubriachi (che ovviamente non è una categoria che difendo, ma su questo punto ci arrivo fra un po’). Perché comodo? Intanto perché è più economico fare repressione che investimenti: vado a memoria, ma i dati dell’ACI mostrano chiaramente che gli incidenti accadono sempre negli stessi punti, indicando così una elevata correlazione tra incidenti e condizioni stradali — che in Italia, diciamolo, non sono spesso ideali — inoltre in generale c’è il tema relativo ai mezzi pubblici, che se fossero più adeguati sarebbero più utilizzati, diminuendo quindi il traffico (e di conseguenza probabilmente il rischio di incidenti).
Ma soprattutto è comodo perché permette di chiudere gli occhi sulle colpe di ciascuno di noi, evitando cambi diffusi di mentalità. Diciamolo, il problema vero è che moltissimi automobilisti sono convinti di essere da soli per strada, e di poter fare quello che vogliono: in fondo manca il rispetto per gli altri, che sono spesso considerati ostacoli da sorpassare (se altri automobilisti) o da schivare (se pedoni). Il problema è che c’è un sacco di gente che considera perfettamente normale fare manovre in auto azzardate: sorpassare una fila di macchine in coda, ignorare le distanze di sicurezza, svoltare a sinistra dove non è consentito, o anche ignorare i pedoni sulle strisce sono cose che quasi ci si scandalizza le poche volte che vengono multate. Se un automobilista ha bevuto (chiaramente, meglio sottolinearlo, qui stiamo parlando di chi ha bevuto due birre in pizzeria, non di chi si è scolato una bottiglia di vodka…) indubbiamente i suoi riflessi sono un po’ rallentati, ma questo in realtà vuol dire solo che dovrebbe andare più piano e aumentare le distanze di sicurezza. Chiaramente, se invece fa manovre azzardate si espone ad un rischio (e lo crea). Ma le manovre azzardate uno non le dovrebbe fare comunque, ebbrezza o non ebbrezza.

E poi c’è anche la questione oggettiva che una persona con scarsa esperienza di guida (che è un concetto un po’ più ampio di neopatentato) probabilmente non dovrebbe trovarsi in mano così facilmente macchine potenti, per le quali serve una buona capacità di valutazione e di controllo, perché è facile far scivolare il piede sull’acceleratore e trovarsi a velocità non adeguate alle condizioni stradali e di traffico.

Scrivo questo perché ormai la patente ce l’ho da un bel po’ di anni e di chilometri ne ho macinati: però finora non ho mai rischiato un incidente per colpa di automobilisti ubriachi, ma ne ho rischiati molti per gente che preferiva parlare al telefonino piuttosto che guardare la strada, mamme che senza guardare fanno inversione a U per portare i figli a scuola, rappresentanti che non hanno tempo di fare la coda al semaforo, padri di famiglia che sembra pensino che le strisce pedonali servano solo a dare un tocco di colore all’asfalto.

P.S.: prima che qualcuno lo faccia notare, certamente: il dato sugli automobilisti fermati non è significativo perché non è probabilmente un campione rappresentativo. Infatti in questo post, per quanto abbiamo un po’ divagato, è nato soprattutto per far riflettere un’altra volta soprattutto sul modo in cui vengono presentate le statistiche.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Il conto di deposito di Santander aumenta i tassi ma non è più gratuito

Santander Consumer Bank dal 1° ottobre apporterà un’importante modifica al contratto del conto di deposito: infatti l’imposta di bollo non sarà più a carico di Santander, ma del cliente.

Una novità importante, più che nelle cifre in sé, per l’implicito cambio di posizionamento del conto, che in questo modo non è più completamente gratuito.

Chiaramente l’addebito del bollo ai clienti va a colpire soprattutto chi sul conto di Santander teneva pochi spiccioli, cioè alla fin fine quelli che hanno sfruttato alcune promozioni passate e poi però sono passati alla concorrenza quando ci sono state proposte più convenienti. E infatti molti clienti, ricevuta la comunicazione di Santander stanno chiudendo il conto di deposito.

Quindi la mossa di Santander possiamo supporre sia stata voluta, proprio allo scopo di incentivare alla chiusura tutti questi conti quasi vuoti, che per la banca significano costi ma zero profitto. Insomma, un metodo per fare una selezione della clientela, ed in effetti alla fin fine si tratta proprio del metodo più semplice e per certi versi più trasparente, dato che l’alternativa per raggiungere questi obiettivi è proporre condizioni differenziate a seconda della giacenza, o inserire una clausola che sotto una certa giacenza la banca può chiudere il conto, strategie a mio parere non sono preferibili dato che comunque vanno a diminuire la chiarezza e la trasparenza delle condizioni applicate.

Va detto che si tratta in ogni caso di una mossa che per certi versi è una rinuncia alla concorrenza, dato che implicitamente può essere interpretata come “non siamo in grado di proporre condizioni migliori dei concorrenti per incentivare chi ha messo altrove i soldi a riportarli da noi, quindi meglio tagliare i costi“. Non è esattamente il messaggio migliore da lanciare sul mercato, anche se va detto che oggettivamente quello attuale non è certo un periodo di vacche grasse per le banche, e l’esigenza di tagliare i costi è particolarmente viva.

A questo si aggiunge il fatto che il Conto di Deposito probabilmente non è considerato l’elemento maggiormente strategico da Santander, che probabilmente ha molti più interessi nel mondo del credito al consumo e dei prestiti personali. Quindi la strategia di Santander riguardo il conto di deposito in quest’ottica è comprensibile.

Quindi direi che al momento non c’è motivo di preoccuparsi troppo circa l’ipotesi che le altre banche seguano l’esempio di Santander, almeno per quanto riguarda quelle per le quali il conto deposito ha un ruolo centrale, anche se chiaramente il discorso, sopratutto nel medio termine, va inquadrato nel contesto della salute del sistema bancario in generale.

Tornando al Conto di Deposito di Santander, sembra quindi volersi proporre come un conto non più per tutti, ma comunque come un conto ad alto rendimento, infatti a fronte della “selezione dei clienti” c’è anche un miglioramento delle condizioni contrattuali: il tasso attivo infatti passa dal 3,75% al 4,00%: quindi l’introduzione del bollo viene completamente compensata per depositi di almeno 12.500 euro circa, il che dà anche una chiara indicazione sul target di clientela che si propone Santander.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

La speculazione e la vendita allo scoperto: attenzione a non confondere i problemi

Torniamo sul tema della speculazione e della vendita “al ribasso”, lo short selling, tecnica che secondo alcuni è responsabile della crisi finanziaria che si è sviluppata negli ultimi mesi. Vorrei spezzare una lancia in difesa di questa tecnica, che come saprete prevede la vendita di azioni o titoli che verranno acquistati in un secondo momento (se nel frattempo i prezzi scendono, il venditore realizza un guadagno).

Infatti lo short selling ha un ruolo importante in ambito finanziario, perché permette agli investitori di gestire il rischio. Tra l’altro, lo short selling esiste probabilmente da più di 400 anni (con casi documentati in Olanda nel 1600). Per certi versi, possiamo considerarlo una forma di assicurazione. Quindi il tema non dovrebbe essere se lo short selling sia giusto o sbagliato, ma al massimo prevenirne gli abusi (ma andrebbero prevenuti gli abusi anche al rialzo, non solo al ribasso).

Inoltre a mio parere si rischia di perdere di vista il problema principale, e cioè che i problemi sono stati piuttosto causati da mancanza di trasparenza, con derivati “esotici” il cui funzionamento è chiaro a ben pochi, e con fondi che non si capisce bene in cosa investano (val la pena ricordare che i titoli legati ai mutui subprime sono stati in molti casi finiti in portafogli che avrebbero dovuto contenere investimenti di tutt’altro tipo).

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Efficacia dei fondi pubblici e l'accessibilità del ponte di Calatrava a Venezia

Ecco un’occasione per chiarire che cosa intendo quando scrivo di efficacia nell’impiego delle risorse pubbliche: il “ponte di Calatrava” a Venezia, il nuovo ponte che collegherà la zona della stazione con la zona di Piazzale Roma (quella dove arrivano le auto, per intenderci), ponte che ha suscitato molte polemiche non solo a livello locale ma anche nazionale, tanto da spingere il sindaco di Venezia Cacciari ad annullare l’inaugurazione ufficiale che avrebbe dovuto vedere la presenza del Presidente della Repubblica, per ripiegare su una cerimonia molto più in sordina.

Non entro nel merito della necessità del ponte (lascio la questione ai veneziani) né del suo valore artistico (lascio la questione agli architetti e agli esperti d’arte), ma vorrei dire due parole sull’ultimo tema fonte di polemiche, cioè la scarsa accessibilità del ponte per i disabili. Il ponte prevede l’installazione di una sofisticata “ovovia”, una sorta di ascensore orizzontale che potrà trasportare chi non è in grado di fare gli scalini.

Permettetemi di essere un po’ controcorrente, e di esprimere un dubbio: che senso ha spendere centinaia di migliaia di euro per l’accessibilità di un unico ponte nella città di Venezia? Un ponte che, anche se perfettamente “accessibile”, per una persona con limiti di mobilità sarebbe probabilmente irraggiungibile o quasi, e non porterebbe da nessuna parte o quasi.

Non sarebbe molto più funzionale migliorare l’accessibilità di taxi e vaporetti, e metterli in condizione di proporre tariffe agevolate (magari quasi simboliche) a chi ha difficoltà di movimento, o anche alle mamme con carrozzina? Tanto più che a quanto si legge, l’ovovia impiegherebbe circa 17 minuti per attraversare il ponte, un tempo che forse non consentirebbe ad un taxi di arrivare a destinazione, ma probabilmente arriverebbe un po’ oltre il ponte.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Io amo l'Italia.. ma perché dovrei volare Alitalia? La concorrenza con le ferrovie.

Io amo l’Italia e volo Alitalia. Questo lo slogan suggerito un po’ di tempo fa dal nostro buon Presidente del Consiglio per il rilancio della compagnia aerea. E la domanda che non si può fare a meno di porsi è “Ma perché?“. E’ un discorso che abbiamo già fatto in passato, ma credo torni di attualità visto che si parla molto in questi giorni del concretizzarsi di un piano per il “rilancio” dell’azienda.

Come già detto, il discorso “Alitalia italiana” poteva forse avere un significato prima della privatizzazione (quando “Alitalia era degli italiani”), anche se resto dell’idea che l’interesse principale da tutelare sia quello dei cittadini, in primo luogo gli utenti, e poi quello dei piccoli investitori ed azionisti, entrambe categorie le cui necessità che sono state ampiamente ignorate. Volendo pensare male, l’impressione di tutta la faccenda sembra quello di permettere ai soliti nomi della pseudo-finanza italiana di poter intascarsi una fetta della torta, a prescindere dalle capacità di rilanciare concretamente la compagnia. Impressione rafforzata dal fatto che i tagli del personale saranno più o meno quelli prospettati da Air France e il partner industriale potrebbe essere, a quanto pare, Air France.

Ma vorrei aggiungere un altro tassello ai discorsi su Alitalia, e cioè l’aspetto (a mio parere sottovalutato) della concorrenza con le ferrovie. Da un punto di vista strategico nazionale, sarebbe a mio parere rafforzare i servizi ferroviari anziché quelli aerei. Ad esempio, l’esistenza di un volo Milano-Roma si giustifica solo con la pessima qualità dei servizi ferroviari italiani, dato che tra tempi di check-in, trasferimento verso l’areoporto e poi verso la destinazione, i tempi complessivi non sono poi molto minori, anzi: e questo senza neanche prendere in considerazione possibili ritardi e condizioni meteo sfavorevoli (nebbia).

Dato che la capacità di soddisfare il bisogno di trasporto è analoga per aereo e treno, sarebbe forse opportuno privilegiare quest’ultimo, dato che se adeguatamente strutturato (ed infrastrutturato, aggiungerei) può essere in grado di soddisfare i bisogni di trasporto in modo più efficace (capacità di trasportare più passeggeri, fare qualche fermata intermedia, ecc.), ed efficiente (con una buona organizzazione, i costi per i passeggeri dovrebbero essere minori nel caso del treno che in quello dell’aereo). Senza contare anche gli aspetti ambientali, dato che gli aerei sono accusati di essere tra i principali responsabili di emissioni di gas serra.

Quindi se è vero che un servizio aereo adeguato è importante per tratte medio-lunghe (che però attualmente non sono il business principale di Alitalia, in realtà), sarebbe piuttosto opportuno investire in infrastrutture ferroviarie (compresa la “famigerata” alta velocità) per le tratte medio-brevi.

Per chiudere, vale la pena sottolineare che l’analisi della concorrenza linee aeree-ferrovie non è un idea balzana, ma dovrebbe essere una considerazione che un qualunque esperto di marketing (dove per marketing intendiamo marketing “strategico”, non comunicazione) dovrebbe fare, perché se è vero che sono settori diversi, è vero che dal punto di vista dell’utente soddisfano lo stesso bisogno — quello dello spostamento. Anzi, si dovrebbe iniziare a tenere in considerazione anche settori completamente differenti, come ad esempio quello della videoconferenza via internet, che può ridurre il bisogno di movimento e quindi di trasporto.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Benzina, diesel, e prezzo del petrolio. Un po' di grafici

I prezzi dei carburanti sono sicuramente un argomento che interessa induabbiamente a molti, per il peso che benzina e diesel ormai hanno sulle nostre tasche. Per questo motivo, ho recuperato i dati storici dei prezzi dal Ministero delle Attività Produttive, e confrontati con l’andamento del prezzo del petrolio per verificare il collegamento.

Ammetto che speravo di fare scoperte un po’ più “scottanti”, perché alla fine quello che ne è venuto fuori è che i prezzi sembrano abbastanza correlati al prezzo del petrolio, con “abbastanza” vuol dire che ci sono delle differenze, ma che non eccedono quello che è il margine d’errore in una comparazione del genere e che quindi non consentono accuse di comportamenti scorretti. Peraltro, la netta correlazione era venuta fuori anche la prima volta che avevamo parlato di prezzo del petrolio e dei carburanti, quasi un anno fa.

Ma procediamo con ordine. I dati utilizzati sono quelli da gennaio 2006 a inizio agosto 2008, come detto i prezzi di benzina e diesel sono tratti dal sito del Ministero, mentre per il petrolio ho usato la quotazione del WTI, e del tasso interbancario per quanto riguarda il cambio Euro-Dollaro.

Per primo vediamo il grafico del prezzo di benzina e diesel.

Visto così non dice niente di nuovo, ma grazie ai dati del Ministero è possibile eliminare dal prezzo le accise e l’IVA, per vedere i prezzi netti. Come forse non tutti sanno, emerge in modo chiaro che il diesel ha un costo industriale nettamente superiore a quello della benzina. Si può notare anche che le due curve non sono perfettamente parallele, ma hanno andamenti leggermente diversi.

A questo punto prendiamo queste due curve e confrontiamole con il prezzo del petrolio (per adesso in dollari): per favorire il confronto, indicizziamo tutti i valori ponendo il prezzo al primo gennaio 2006 pari ad 1, e andando a vedere le variazioni percentuali. Si nota abbastanza chiaramente che la curva del prezzo del petrolio va “per conto suo”.

Andiamo a correggere il prezzo del petrolio per tenere conto del cambio euro-dollaro, e vediamo cosa succede.

Si può notare che la sovrapposizione è molto elevata (in particolare con la curva dei prezzi del gasolio), così come dovrebbe essere in una situazione ideale. Viene quindi da pensare che i media tendano a generare un po’ di confusione nel pubblico con l’attenzione martellate al prezzo del petrolio in dollari, trascurando gli effetti del cambio (e dell’indebolimento del dollaro). Da come spesso viene presentata la cosa, sembra che se il petrolio aumenta di prezzo e l’euro aumenta di valore si sommino gli svantaggi, mentre in realtà l’incremento dell’euro è andato (parzialmente, certo) a compensare l’aumento del prezzo del petrolio (che peraltro, se adesso è diminuito di prezzo è anche per l’aumento del valore del dollaro).

Chiudiamo con un grafico su un aspetto spesso non adeguatamente evidenziato, e cioè il peso delle tasse sul prezzo dei carburanti, così come la loro variazione nel tempo. Si può notare che l'”effetto moltiplicatore” sul prezzo complessivo non sembra essere così forte (le curve sono relativamente piatte), ma è un fatto che le tasse su benzina e gasolio siano aumentate di circa 5 centesimi da gennaio 2006 ad oggi. E viene da domandarsi se non sarebbe meglio una tassazione totalmente costante, senza gli effetti moltiplicatori dovuti all’IVA. La risposta non è però semplice, perché se è vero che nel caso di prezzi crescenti la tassazione fissa sarebbe vantaggiosa per i consumatori, è vero che così come stanno le cose oggi, la “moltiplicazione” avviene anche al ribasso.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Le previsioni degli analisti: mai più sbalgiate di quest'anno

Abbiamo sottolineato più volte in passato come sia difficile fare previsioni in campo finanziario, e come questa difficoltà spesso non fermi molti dal farne ugualmente.
A quanto pare, però, quest’anno abbiamo avuto una sorta di record, perché le previsioni degli analisti sono state le più sbagliate degli ultimi 15 anni, almeno.

Ad esempio, secondo i dati raccolti da Bloomberg ad inizio anno gli analisti si aspettavano per il 2008 un incremento del 22% dei profitti del settore bancario ed assicurativo. Che sappiamo bene invece come non se la stia passando affatto bene (a proposito, la settimana scorsa è fallita un’altra banca USA, la Columbian Bank and Trust of Topeka), con profitti medi in contrazione di quasi il 50%.

Val la pena sottolineare che si tratta di previsioni raccolte tra fine 2007 e inizio 2008, e cioè quando da ormai diversi mesi si parlava di “crisi dei mutui subprime”, e l’argomento era già stato approfondito e sviscerato, ma apparentemente ignorato in queste previsioni.

La lezione a mio parere è che le previsioni possono essere “ipotesi”, spunti di riflessione, ma non vanno prese come certezze, come più di qualcuno tende a fare. Se si trova una previsione che sembra interessante, bisognerebbe approfondirla, capire su quali basi è stata fatta, non semplicemente accettarla così com’è. Le previsioni, insomma, meglio alla fine “farsele da soli”, ascoltando gli altri ma pensando con la propria testa.

Un ultima annotazione: non manca chi senza troppi peli sulla lingua dice che il crescente errore nelle previsioni delgi analisti (soprattutto americani) a cui sembra si sia assistito negli ultimi anni sia in realtà figlio della normativa contro l’insider trading. In altre parole, quando gli analisti dei fondi “indovinavano” non era perché erano bravi, ma perché riuscivano ad avere delle informazioni anticipate dall’interno delle società quotate.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Rendimax di Banca IFIS: un nuovo conto di deposito sul mercato

Un nuovo conto di deposito entra sul mercato: Rendimax di Banca IFIS. L’aspetto peculiare di questo conto di deposito è il fatto che Banca IFIS è una banca orientata soprattutto alle imprese (è specializzata nel factoring), ed anche il conto di deposito si propone come “un conto per le aziende”, anche se chiaramente il conto è accessibile anche ai privati, che penso siano comunque i soggetti che lo utilizzeranno maggiormente: difficilmente le aziende hanno molta liquidità da investire in questo modo, o almeno sarebbe più opportuno che se avessero risorse disponibili le utilizzassero per investire nel proprio core business.

Il tasso di interesse offerto da Rendimax è interessante (permettetemi il gioco di parole) dato che è del 4,75% lordo con capitalizzazione trimestrale (3,53% netto). Va sottolineato che questo è il tasso “effettivo”, nel senso che non è un tasso promozionale (il cui utilizzo è talvoltaal limite dello “specchietto per le allodole“), il che non può che fare una buona impressione, dato che si tratta di un tasso confrontabile anche con PCT come quelli di IWPower o di Fineco (chiaramente Rendimax rende un po’ meno, ma va tenuto presente che parliamo di un conto di deposito). Aggiungiamo anche che ci ha fatto una nuona impressione il fatto che nelle FAQ siano indicati chiaramente anche i giorni di valuta applicati nelle operazioni in entrata ed uscita, non sempre altrettanto chiaramente specificati da altre banche.

Nel complesso, va dato atto che l’offerta di Rendimax è estremamente semplice e chiara: è un conto di deposito, punto e basta, niente bancomat, nessuna possibilità di fare operazioni diverse dallo spostare i propri soldi da e verso il conto predefinito (che come nel caso di tutti gli altri conti di deposito, deve avere lo stesso intestatario per questioni di sicurezza). Questa semplicità chiaramente può essere un punto di forza (se l’offerta corrisponde alle proprie esigenze) o di debolezza (se si avesse bisogno di qualcosa di diverso). In ogni caso, come abbiamo già detto in passato, l’aumentare della concorrenza nel settore bancario e dei conti di deposito sembra continuare a giovare ai risparmiatori, con un susseguirsi di offerte vantaggiose.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Le cover band ed il declino economico-culturale dell'Italia

Riflessione pseudo-estiva al termine delle vacanze. Notavo, assieme ad alcuni amici, l’assoluta preponderanza nelle manifestazioni e nei locali delle cosiddette cover band e tribute band, cioè di gruppi musicali che non propongono un proprio repertorio musicale originale, ma eseguono le canzoni di artisti famosi. Una situazione diversa rispetto a qualche anno fa, dove chi faceva musica propria aveva molto più spazio, mentre oggi ha molta difficoltà a trovare un qualunque posto dove poter suonare. Alcuni amici musicisti hanno dovuto mettere da parte il loro repertorio originale per venire incontro a questa “richiesta del mercato”, per quanto trovino il ruolo di meri esecutori decisamente poco stimolante.

La domanda che ci siamo fatti a questo punto è stata molto semplice: come mai si è giunti alla situazione di oggi? Le risposte che sono venute fuori sono a mio parere molto interessanti, e possono essere utili spunti di riflessione, perché se è vero che stavamo parlando di musica, ci è subito venuto in mente che i discorsi filano anche se a “musica” si sostituisce “cultura” o “innovazione”, e forse descrivono forse la situazione generale dell’Italia di oggi. Ecco dunque le riflessioni che abbiamo fatto.

  • Il mercato (gli ascoltatori) è in una certa misura restio all’innovazione, e preferisce la sicurezza di una “soluzione intermedia” che conosce già (in questo caso, le cover band), rispetto ad altre che possono avere risultati più variabili (un gruppo che fa musica originale bene è probabilmente più piacevole da ascoltare di una cover band, mentre uno che la fa male è probabilmente molto peggio). La chiave di lettura può essere anche che la gente è sempre meno disponibile ad ampliare i propri orizzonti, aprendosi al “nuovo”.
  • Manca forse una adeguata capacità di selezione delle “idee di qualità”: i gestori delle manifestazioni (e dei locali) forse hanno perso la capacità di fare selezione dando spazio ai soggetti con delle potenzialità (in questo caso, che possono incontrare i favori del pubblico), e questo può indubbiamente aver contribuito all’atteggiamento del pubblico.
  • C’è stato anche un atteggiamento inadeguato da parte di alcuni “micro-artisti“, che a volte chiedevano un riconoscimento economico non collegato ai riscontri del pubblico (e quindi agli incassi del locale), dimostrando poco senso pratico e scarsa umiltà.
  • Per ultimo, il fisco ci mette lo zampino, dato che per un locale organizzare una serata musicale comporta oneri fiscali ed amministrativi notevoli, che scoraggiano l’organizzazione di serate dal ritorno economico meno che certo.

Insomma: da qualunque lato la si guardi, l’Italia sembra presentare sempre gli stessi problemi. E non è un bel vedere.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Detassare i premi delle medaglie olimpiche? Perché no. Ma…

Alcuni atleti hanno lanciato un appello per chiedere la detassazione dei premi monetari collegati alle medaglie olimpiche (si parla di cifre attorno ai 75.000 euro lordi per la medaglia d’oro). Le motivazioni in realtà sono molto meno campate in aria di come qualcuno suppone. La questione è infatti che si vorrebbe equiparare i premi sportivi ai premi di produzione, per i quali il governo ha introdotto un regime fiscale agevolato (così come per gli straordinari).
Anzi, aggiungerei una differenza rei premi olimpici rispetto ai premi di produzione: i primi rappresentano sicuramente il raggiungimento di un risultato di eccellenza, al contrario dei premi di produzione che spesso vengono usati in modo improprio dalle aziende.
Insomma, la questione è un po’ diversa da “gli altleti devono pagare le tasse o no?”, che sembra essere l’interpretazione di più di qualcuno: è ovvio che una tassazione “ad personam” non sarebbe accettaibile (è vero che gli atlteti portano prestigio all’italia… così come fanno migliaia di aziende e i loro dipendenti).

A far da cornice alla questione, c’è il fatto che ogni tanto ci si rende conto (più o meno improvvisamente) di quanto sia elevata la pressione fiscale in italia, soprattutto comparata con altri paesi. Sappiamo tutti purtroppo che tagliare le tasse non è così facile come si vorrebbe, certo però che se i soldi delle tasse fossero spesi in modo più efficace, probabilmente agli italiani darebbe un po’ meno fastidio pagarle.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Chiedere consigli alla propria banca?

Abbiamo spesso sottolineato l’importanza di “pensare con la propria testa”. Ma attenzione, la premessa per poter pensare con la propria testa è quella di raccogliere quante più informazioni possibili. Faccio questa precisazione perché, parlando con alcuni conoscenti, ho l’impressione che qualcuno tenda a fraintendere questo concetto, e confonda il pensare con la propria testa con il decidere a priori le conclusioni.

Così, alcuni giorni fa parlavo con una persona, che mi diceva che la sua banca voleva offrirgli un consulto finanziario gratuito ma lui si vantava del fatto che non ha voluto neppure ascoltarli. A mio parere, un atteggiamento del genere è sbagliato, perché è sempre utile ascoltare e raccogliere informazioni su possibili opportunità. Chiaramente, come abbiamo detto molte volte, non significa prendere per oro colato quello che la banca suggerisce (anche perché, come è stato più volte evidenziato, spesso le banche si trovano in una posizione di conflitti di interesse quando suggeriscono investimenti finanziari), ma piuttosto mettersi in condizione di valutare (qui sì, “con la propria testa”) le offerte che vengono fatte. Certo, prevedibilmente di solito saranno meno allettanti di come ci erano state presentate, ma questo non vuol dire che ci sia un possibilità di trovare ogni tanto qualcosa che ci possa interessare.

Il principio è che per valutare qualcosa bisogna conoscere che esiste: se non ci si mette in condizione di avere questa informazione primaria, non si può certo dire di aver fatto una buona analisi.

Un altro aspetto interessante è che se si parte da una base di informazioni (offerte alternative, possibili “tranelli”, ecc.), non è detto che il consulente finanziario della banca debba essere ascoltato in modo passivo, ma anzi può essere una buona occasione per tentare di trattare e cercare di ottenere condizioni favorevoli che rispondano alle nostre esigenze.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Cade il limite del 15% delle partecipazioni bancarie nell'industria: pro e contro

Il Comitato interministeriale per il credito e il risparmio ha da poco eliminato il limite del 15% agli investimenti delle banche nelle industrie. Fino a pochi giorni fa, infatti, una banca non poteva detenere più del 15% di un soggetto non-finanziario. Ora questo limite è stato eliminato, o meglio rimodellato secondo gli standard europei e quanto previsto da Basilea 2: le banche non potranno investire più del 60% del proprio capitale di vigilanza in società non finanziarie, e i singoli investimenti non dovranno superare del 15% del patrimonio di vigilanza della banca. Il passaggio fondamentale quindi è che anziché prendere come riferimento il capitale della società controllata, si prende come riferimento quello della banca investitrice. Quindi una banca potrebbe benissimo riuscire a controllare il 51% (o anche il 100%) di una società industriale.

Si tratta di una novità importante, che come tutte le grandi novità comporta rischi ed opportunità.

  • Il rischio è il conflitto di interessi, in quanto la banca (avendo il potere di decidere a chi prestare i soldi e a che condizioni) potrebbe usare la sua posizione per favorire le aziende controllate a scapito delle concorrenti: inoltre potrebbe venire a conoscenza di informazioni su queste ultime che potrebbe trasferire alle aziende controllate. Chiaramente sono situazioni che non dovrebbero verificarsi, e comunque gli eventuali comportamenti scorretti dovrebbero essere puniti a prescindere dai limiti nelle partecipazioni.
  • Le opportunità sono però notevoli, soprattutto per le nuove imprese: infatti un’impresa che nasce si trova nella necessità di raccogliere capitali, ma in Italia questo è finora sempre stato difficile anche per i limiti imposti alla partecipazione delle banche. Il risultato è un limite nella capacità di innovazione del sistema-Italia (perché le idee innovative – rischiose – sono spesso portate avanti dalle nuove imprese, più che da quelle già esistenti, al limite interessate più all’innovazione incrementale che a quella radicale), con gli effetti che ben sappiamo sulla nostra economia. Chiaramente va sviluppata, in quest’ottica, una maggiore capacità di valutazione dei business plan, e delle idee di business in generale, in modo che le banche riescano a supportare con buone potenzialità, anziché quelli che dimostrano “di non aver bisogno” di capitali.


Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Di cosa si muore veramente in Italia? I numeri.

Proseguiamo con le divagazioni socio-culturali (ma è estate, ed in ogni caso ampliare un po’ il proprio orizzonte non fa mai male).
Sarò probabilmente ingenuo, ma rimango sempre stupito dall’uso distorto che si fa spesso delle statistiche. Questa volta ci si mette anche il Censis, con i dati su incidenti stradali e incidenti sul lavoro. Intendiamoci, sono problemi importanti che non vanno certo banalizzati, ma proprio per questo meriterebbero di essere affrontati con attenzione, e non con sensazionalismo.
Ma perché ci preoccupiamo di questo argomento? Perché molte persone si fanno le opinioni basandosi solo sui titoli dei giornali, e quindi un sacco di gente è convinta che in Italia si muore solo per incidenti sul lavoro e per strada. Insomma, sicuramente non è un’emergenza improvvisa (dato che fortunatamente entrambe le tipologie di incidenti sono in costante diminuzione), ma piuttosto è nuova l’attenzione – a tratti quasi spasmodica – dei media verso questi incidenti.

Prima facciamo però una digressione e vediamo come si sarebbe potuta porre la questione, prendendo spunto dai dati dell’HSE. Di tutti gli incidenti sul lavoro (ed in itinere) avvenuti nel 2005 nell’Unione Europea, il 23% sono avvenuti in Italia. Togliendo i dati degli infortuni durante il tragitto casa-lavoro (che non tutti i paesi conteggiano), l’Italia è il paese con il maggior numero di incidenti: va però detto che se questi dati vengono normalizzati in base alla forza lavoro, l’Italia non è certo il paese “migliore”, ma neppure il peggiore. Certo, questo non vuol dire che “va bene così”.

Inoltre devo dire che personalmente trovo che il confronto numerico proposto, tra incidenti ed omicidi, sia quantomeno forzato. In questo senso, mi pare molto interessante il grafico (cliccando lo potete ingrandire) con i dettagli sulle cause di morte in Italia, fatto spendendo cinque minuti a ripescari i dati ISTAT del 2002 (l’ultimo anno per il quale è dispobile il dettaglio delle cause di morte, per gli anni successivi per ora sono disponibili solo le macro-categorie). Ed ecco che spuntano molti aspetti interessanti che passano spesso inosservati.

  • Tra le prime cause di morte in Italia ci sono le malattie ischemiche del cuore e le altre malattie del cuore. Senza banalizzare, probabilmente se si promuovesse un sano esercizio fisico, probabilmente si diminuirebbero i decessi in misura almeno pari alle morti per incidenti.
  • La polmonite fa più morti degli incidenti stradali.
  • Anche il modbo di Hodgkin (linfoma) fa più morti degli incidenti stradali.
  • Gli incidenti non collegati a cause lavorative o stradali hanno dimensioni enormi: andate a sommare i decessi per fratture, cadute, traumi cranici e simili (chiarimento: nel grafico gli incidenti sul lavoro sono suddivisi in queste voci, ma hanno un peso relativamente ridotto nel compless)
  • L’influenza fa quasi lo stesso numero di morti degli omicidi.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]