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Avrete probabilmente sentito la polemica sul possibile aumento dell’età pensionabile, ipotizzata dal ministro Sacconi, e subito respinta con forza dai sindacati.
Personalmente, trovo un po’ preoccupante il fatto che non si voglia affrontare il tema delle pensioni. Non che questo voglia dire che le soluzioni proposte dal governo siano quelle giuste: il punto è piuttosto che il tema delle pensioni è un tema di cruciale importanza sia dal punto di vista sociale che da quello del bilancio dello stato, e meriterebbe un trattamento più attento. Soprattutto, mi hanno lasciato perplesse le parole di Angeletti della UIL, secondo cui “parlare di quello che accadrà tra cinque o sei anni è folklore“: insomma una dichiarazione chiara e tonda che in Italia la progettualità è un concetto alieno, e si ritiene piuttosto che si debba vivere alla giornata. Una non-strategia che però non può che far affondare il nostro Paese, anzi continuare a farlo affondare: si sperava che la lezione di questi anni, in cui l’Italia è stata oggettivamente penalizzata dalla cronica carenza di strategie – ma evidentemente non è così.

Ma qual’è il grosso problema delle pensioni in Italia? Il punto è molto semplice. Un sistema pensionistico si basa su tre elementi:

  1. Versamenti dei lavoratori;
  2. Durata della pensione;
  3. Rapporto lavoratori/pensionati.

I versamenti di un lavoratore dovrebbero essere sufficienti a “pagargli” la pensione: se questa condizione è raggiunta, il sistema è stabile. Questo equilibrio è determinato dall’entità dei versamenti e dalla durata della pensione. Se i versamenti sono insufficienti, il sistema potrebbe in teoria essere comunque stabile se i versamenti dei “nuovi lavoratori” sono in costante crescita, dato che il sovrappiù di versamenti successivo potrebbe andare a coprire il deficit di versamenti. Se anche questo equilibrio non è possibile, allora è chiaro che il sistema finisce col pesare sulle casse dello stato, tanto più quanto vi è squilibrio.

Il problema di fondo, in Italia, è che si chiude costantemente gli occhi sul fatto che il nostro sistema pensionistico è modellato sulla demografia di qualche decina di anni fa, dove le persone in media erano in pensione per pochi anni, dato che la vita media era molto più breve e molti non arrivavano neppure alla pensione (che tradotto vuol dire che versava i contributi ma non ne usufruiva) e inoltre vi era una crescita quasi lineare della popolazione lavorativa.

Per dare un’idea, l’aspettativa di vita media di un nato nel 1930 (quindi, pensionato negli anni 90) era di circa 54 anni per i maschi e 56 per le femmine. Un nato nel 1960 (pensionato nel 2020?) ha un aspettativa di vita media di 69 anni per i maschi e di 73 per le femmine. Un maschio nato nel 2000 ha addirittura circa 76 anni di aspettativa di vita di fronte a sé, e una femmina addirittura 82. A questo si aggiunge che la popolazione lavorativa non cresce più ai ritimi precedenti (anzi, andando a vedere i soli lavoratori di nazionalità italiana, è addirittura in diminuzione).

Insomma, non si può semplicemente chiudere gli occhi: il punto di equilibrio del sistema è quindi innegabilmente cambiato, e sarebbe quindi importante cercare di trovare raggiungere questo nuovo equilibrio. E purtroppo non è che ci siano molte strade: o si aumentano i contributi, o si aumenta l’età di pensionamento… oppure si cerca di ridurre la vita media.

Chiaramente, quello delle pensioni non è un problema semplice, ma proprio per questo è un tema che andrebbe discusso e “progettato” – chiaramente con la partecipazione di tutti – per evitare di continuare con le solite soluzioni “di emergenza” che penalizzano le tasche dei cittadini.

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