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Probabilmente saprete che alcuni giorni fa la SEC ha avviato una serie di provvedimenti per combattere le speculazioni. L’obiettivo è principalmente frenare la “vendita allo scoperto”: in questo tipo di vendita, il venditore vende un certo numero di titoli al prezzo di oggi, ma si impegna a darli entro un certo tempo. Se nell’intervallo di tempo tra quando ha venduto i titoli e quando li acquista per “consegnarli”, il prezzo scende, ha ottenuto un guadagno.

Bene, il provvedimento di emergenza della SEC in realtà prevede “solo” che in questi casi un venditore debba prendere in prestito i titoli prima di vendere, e che l’investitore consegni i titoli alla data di liquidazione. Peraltro, questa norma è in vigore solo dal 21 al 29 luglio (ma c’è la possibilità di un estensione), e riguarda un numero limitatissimo di titoli (19 titoli di società finanziarie che “se la stanno passando più o meno male”: Lehman Brothers, Fannie Mae e Freddie Mac, ma l’elenco comprende anche Goldman Sachs, Merrill Lynch, Morgan Stanley, JPMorgan e Citigroup).

Si tratta a mio parere di un intervento che a mio parere ha grossi limiti: sembra un provvedimento “all’italiana”, e vedere che anche il resto del mondo ha tendenza a fare provvedimenti di questo tipo, è scoraggiante. Prima fra tutti lascia perplessi la logica di fondo, che sembra voler giocare a scaricabarile, scaricando le colpe sugli speculatori e gettando fumo negli occhi del pubblico, senza affrontare i problemi di fondo strutturali della finanza odierna.

  • Innanzi tuto, il provvedimento non aggiunge molto di nuovo: il “naked short selling” (la vendita di titoli che non si hanno in presito) è già illegale. In pratica sono aggiunte per lo più formalità burocratiche.
  • Supponendo che il provvedimento possa essere efficace, non si capisce perché sia così limitato nel tempo e nell’ambito di applicazione: se il presuppoto è che la vendita allo scoperto sia nociva per i mercati, allora dovrebbe essere un provvedimento di applicazione generale e perpetua.
  • In generale, non si può perseguire la speculazione solo quando gioca al ribasso e non quando “gonfia le bolle” al rialzo: se oggi abbiamo i problemi che abbiamo con ribassi più o meno artificiali, è dovuto in gran parte ai rialzi artificiali avuti nelgi anni scorsi.
  • In generale, non si può accusare uno strumento finanziario di essere buono o cattivo: lo short selling ha un ruolo di primo piano nel permettere ai mercati di raggiungere un punto di equilibio.

Ma allora c’è un problema di speculazione? In realtà sì, ma la questione è del tutto diversa: il problema non riguarda il tipo di strumenti utilizzati, ma come questi sono utilizzati, e da chi.

Lo short selling (“naked” o meno) non è di per sè più di tanto in grado di alterare i mercati: se una persona qualunque si mettesse a vendere allo scoperto azioni di una banca, le azioni non diminuirebbero certo di valore per assecondare i suoi desideri. Magari finirebbe probabilmente che la persona qualunque ci perderebbe un po’ di soldi.

La questione invece è che vi sono operatori che da soli sono in grado di muovere un peso consistente di capitali, inficiando così uno degli assiomi del modello economico dei mercati (e cioè appunto il fatto che nessuno da solo ha un peso determinante sul mercato). In quest’ottica il problema è molto semplice da identificare, quanto probabilmente di difficile (e probabilmente scomoda) soluzione: far sì che le “regole del mercato” siano rispettate in qualcosa che, forse, “non è un mercato”.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Ricerche Frequenti:

  • provvedimenti contro la speculazione

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