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Sono sempre più gli economisti che iniziano a pensare che la crisi del settore finanziario si lasci dietro una pesante eredità: il superamento del paradigma del “libero mercato”. La mia opinione (per quello che vale) è un po’ diversa, e cioè che la realtà si allontana abbastanza dal modello di mercato degli economisti abbastanza perché il funzionamento non sia correttamente descritto dal modello.

Ma per capire meglio cosa intendiamo, è opportuno fare un passo indietro. Un mercato concorrenziale è un mercato in cui sono validi tre assiomi:

  1. i singoli partecipanti non sono in grado di esercitare un peso significativo sul complesso del mercato – cioè i singoli compratori e venditori sono:
    1. di dimensioni ridotte;
    2. indipendenti tra loro;
  2. i partecipanti al mercato hanno completa informazione, cioè sono in ogni momento al corrente delle opportunità che il mercato offre;
  3. non vi sono significative barriere all’ingresso o all’uscita:
    1. l’inserimento di nuovi prodotti è semplice
    2. è possibile spostare i capitali da un settore ad un altro se lo si desidera

Non serve andare a scomodare teorie particolarmente complesse per vedere che questi assiomi non sono sempre veri nella realtà. La sola presenza sui mercati di operatori in grado da soli di dimensioni tali da influenzare i prezzi va ad invalidare il modello del mercato perfetto. E badate bene, non è necessario ipotizzare alcun tipo di malafede da parte di questi soggetti: per il solo loro esistere il mercato non è più un mercato perfetto.

L’ipotesi della perfetta informazione è utopistica, anche se a mio parere più che un problema di disponibilità di informazioni su quel che avviene nel mercato, il problema è la capacità di selezionare ed interpretare queste informazioni, nonché di inquadrarle nel “come funziona” il mercato.

Più realistico, per i mercati finanziari, l’aspetto relativo alle barriere all’ingresso ed all’uscita (è relativamente facile vendere titoli di aziende che operano in un settore e acquistarne di aziende che si occupano di altro), ma va detto che è assolutamente non descrittivo di molti mercati reali, dove gli investimenti necessari per l’ingresso e le economie di scala necessarie per operare creano barriere a volte insormontabili. È il caso ad esempio del mercato del petrolio: se qualcuno di vostra conoscenza vi dicesse seriamente “da domani mi metto a produrre e vendere benzina”, probabilmente chiamereste uno psichiatra perché lo ricoverino.

Ecco quindi quello che è il punto cruciale: non è che il modello del libero mercato funziona bene o male, piuttosto il fatto è che il modello non descrive la realtà. E a questo punto le strade sono solamente due:

  1. si modifica la realtà per farla aderire al modello (ad esempio, trovando un sistema per far sì che anche i “grossi operatori” abbiano un piccolo peso, non siano in grado di alterare da soli il mercato, e così via)
  2. si modifica il modello per farlo aderire alla realtà (modificandone gli assiomi e quindi tutte le conseguenze)

Per quanto possa sembrare un controsenso, a mio parere la soluzione più semplice è forse quella di modificare la realtà: un modello che dovesse tenere conto di tutte le “complicazioni della realtà” (o almeno, di un numero sufficiente) sarebbe ingestibile – probabilmente dovrebbe tener conto anche di fattori soggettivi – e quindi inutile. Un tale pseudo-mercato sarebbe quindi probabilmente non regolamentabile e quindi non sarebbe possibile né garantirne l’efficacia e l’efficienza, né tutelare chi vi partecipa.

Ma chiaramente, questa è una mia opinione. Quello che credo di poter affermare con certezza è che è pericoloso continuare ad applicare modelli che non descrivono la realtà per il solo motivo che la loro semplicità li rende “comodi”.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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