Crisi dell'immobiliare in USA: qualche numero per capire meglio

Ho spesso l’impressione che in molti, in Italia non abbiano ben chiare le differenze tra le difficoltà che stanno passando gli USA e quelle che stiamo passando noi. Certamente, quello che stiamo passando noi non è certo un periodo d’oro, ma per quanto i settori immobiliare e finanziario siano in difficoltà, la situazione in USA è certamente diversa e indubbiamente più grave.

In primo luogo l’esasperazione dei prezzi aveva raggiunto livelli assolutamente insostenibili, e in diversi casi le abitazioni hanno dimezzato il loro valore. Ad esempio, ad Orange County, California, diverse abitazioni acquistate a oltre 500.000 dollari tra il 2005 ed il 2007 sono oggi all’asta per poco più di 300.000 dollari. La cosa che ha fatto indignare più di qualcuno è che alcuni venditori senza scrupoli sono riusciti anche negli ultimi mesi ad acquistare all’asta alcune case e a rivenderli ai “vecchi prezzi”: certo, può starci che un’asta giudiziaria a prezzi stracciati, però – sottolineano alcuni commentatori – com’è possibile che poi una banca accetti di concedere 500.000 dollari di mutuo per una casa che sul mercato ne vale, per esempio, 400.000? Insomma, sembrerebbe che le banche americane non abbiano imparato la lezione.

Per ultimo, chiudiamo con il grafico degli indici dei prezzi delle case calcolati da S&P/Case-Shiller: le due linee più grosse sono gli indici compositi delle prime 10 e delle prime 20 città. Più sottili ci sono gli andamenti delle singole città. L’indice è calcolato ponendo il prezzo al gennaio 2000 pari a 100: si può notare che i prezzi sono più che raddoppiati (ed in qualche caso – come Los Angeles e Miami – quasi triplicati) in sei anni. È interessante notare come se è vero che negli ultimi mesi la caduta dei prezzi è stata sicuramente rapida, già a metà 2006 era iniziata la discesa.

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Texas Ratio: l'indice che prevede il fallimento delle banche

Un indice molto interessante, di questi tempi, è il Texas Ratio. Il Texas Ratio è un indice – relativamente semplice, peraltro – messo a punto dagli analisti di RBC Capital Markets ed in particolare da Gerard Cassidy per analizzare la crisi delle banche del Texas (da cui il nome) durante la recessione degli anni ’80.

Il Texas Ratio si calcola come il rapporto tra i prestiti “non performanti” (non-performing loans) e la somma dicapitale netto tangibile” (il valore del capitale netto diminuito dell’importo delle immobilizzazioni immateriali) e riserve per perdite su crediti.

I prestiti non-performanti sono i prestiti in default, in genere sono considerati tali quelli il cui pagamento è in ritardo di 90 giorni, o comunque quandunque vi siano valide ragioni per ritenere che non saranno completamente ripagati.

Bene, quando il Texas Ratio raggiunge il valore 1, o 100% (numeratore uguale al denominatore) la banca ha elevate probabilità di fallire. Tanto per dare un idea, IndyMac (una delle ultime banche fallite) aveva un Texas Ratio del 140%.

Il problema per il calcolo del Texas Ratio è avere dati “di qualità” per il suo calcolo, che rende difficile – soprattutto ai “comuni mortali” – ottenere una valutazione corretta: è abbastanza prevedibile che le banche in difficoltà tendano a minimizzare la dimensione dichiarata di “non-performing loans”, che devono spesso essere ri-stimati dagli analisti. Il calcolo di un significativo Texas Ratio è quindi forse una cosa “per pochi”, e spesso i risultati non vengono del tutto diffusi per timore di effetti pericolosi sui mercati: secondo alcune fonti, ci ancora sono almeno una decina di banche americane che hanno un Texas Ratio pericolosamente superiore ad 1, ma la “lista dei nomi” non è confermata.

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Ricerche Frequenti:

  • texas ratio banche italiane elenco
  • texas ratio significato

E' finito il tempo dei "liberi mercati"? E dopo, cosa ci sarà?

Sono sempre più gli economisti che iniziano a pensare che la crisi del settore finanziario si lasci dietro una pesante eredità: il superamento del paradigma del “libero mercato”. La mia opinione (per quello che vale) è un po’ diversa, e cioè che la realtà si allontana abbastanza dal modello di mercato degli economisti abbastanza perché il funzionamento non sia correttamente descritto dal modello.

Ma per capire meglio cosa intendiamo, è opportuno fare un passo indietro. Un mercato concorrenziale è un mercato in cui sono validi tre assiomi:

  1. i singoli partecipanti non sono in grado di esercitare un peso significativo sul complesso del mercato – cioè i singoli compratori e venditori sono:
    1. di dimensioni ridotte;
    2. indipendenti tra loro;
  2. i partecipanti al mercato hanno completa informazione, cioè sono in ogni momento al corrente delle opportunità che il mercato offre;
  3. non vi sono significative barriere all’ingresso o all’uscita:
    1. l’inserimento di nuovi prodotti è semplice
    2. è possibile spostare i capitali da un settore ad un altro se lo si desidera

Non serve andare a scomodare teorie particolarmente complesse per vedere che questi assiomi non sono sempre veri nella realtà. La sola presenza sui mercati di operatori in grado da soli di dimensioni tali da influenzare i prezzi va ad invalidare il modello del mercato perfetto. E badate bene, non è necessario ipotizzare alcun tipo di malafede da parte di questi soggetti: per il solo loro esistere il mercato non è più un mercato perfetto.

L’ipotesi della perfetta informazione è utopistica, anche se a mio parere più che un problema di disponibilità di informazioni su quel che avviene nel mercato, il problema è la capacità di selezionare ed interpretare queste informazioni, nonché di inquadrarle nel “come funziona” il mercato.

Più realistico, per i mercati finanziari, l’aspetto relativo alle barriere all’ingresso ed all’uscita (è relativamente facile vendere titoli di aziende che operano in un settore e acquistarne di aziende che si occupano di altro), ma va detto che è assolutamente non descrittivo di molti mercati reali, dove gli investimenti necessari per l’ingresso e le economie di scala necessarie per operare creano barriere a volte insormontabili. È il caso ad esempio del mercato del petrolio: se qualcuno di vostra conoscenza vi dicesse seriamente “da domani mi metto a produrre e vendere benzina”, probabilmente chiamereste uno psichiatra perché lo ricoverino.

Ecco quindi quello che è il punto cruciale: non è che il modello del libero mercato funziona bene o male, piuttosto il fatto è che il modello non descrive la realtà. E a questo punto le strade sono solamente due:

  1. si modifica la realtà per farla aderire al modello (ad esempio, trovando un sistema per far sì che anche i “grossi operatori” abbiano un piccolo peso, non siano in grado di alterare da soli il mercato, e così via)
  2. si modifica il modello per farlo aderire alla realtà (modificandone gli assiomi e quindi tutte le conseguenze)

Per quanto possa sembrare un controsenso, a mio parere la soluzione più semplice è forse quella di modificare la realtà: un modello che dovesse tenere conto di tutte le “complicazioni della realtà” (o almeno, di un numero sufficiente) sarebbe ingestibile – probabilmente dovrebbe tener conto anche di fattori soggettivi – e quindi inutile. Un tale pseudo-mercato sarebbe quindi probabilmente non regolamentabile e quindi non sarebbe possibile né garantirne l’efficacia e l’efficienza, né tutelare chi vi partecipa.

Ma chiaramente, questa è una mia opinione. Quello che credo di poter affermare con certezza è che è pericoloso continuare ad applicare modelli che non descrivono la realtà per il solo motivo che la loro semplicità li rende “comodi”.

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Pensioni: quello che non vi dicono (e che non volete sentirvi dire)

Avrete probabilmente sentito la polemica sul possibile aumento dell’età pensionabile, ipotizzata dal ministro Sacconi, e subito respinta con forza dai sindacati.
Personalmente, trovo un po’ preoccupante il fatto che non si voglia affrontare il tema delle pensioni. Non che questo voglia dire che le soluzioni proposte dal governo siano quelle giuste: il punto è piuttosto che il tema delle pensioni è un tema di cruciale importanza sia dal punto di vista sociale che da quello del bilancio dello stato, e meriterebbe un trattamento più attento. Soprattutto, mi hanno lasciato perplesse le parole di Angeletti della UIL, secondo cui “parlare di quello che accadrà tra cinque o sei anni è folklore“: insomma una dichiarazione chiara e tonda che in Italia la progettualità è un concetto alieno, e si ritiene piuttosto che si debba vivere alla giornata. Una non-strategia che però non può che far affondare il nostro Paese, anzi continuare a farlo affondare: si sperava che la lezione di questi anni, in cui l’Italia è stata oggettivamente penalizzata dalla cronica carenza di strategie – ma evidentemente non è così.

Ma qual’è il grosso problema delle pensioni in Italia? Il punto è molto semplice. Un sistema pensionistico si basa su tre elementi:

  1. Versamenti dei lavoratori;
  2. Durata della pensione;
  3. Rapporto lavoratori/pensionati.

I versamenti di un lavoratore dovrebbero essere sufficienti a “pagargli” la pensione: se questa condizione è raggiunta, il sistema è stabile. Questo equilibrio è determinato dall’entità dei versamenti e dalla durata della pensione. Se i versamenti sono insufficienti, il sistema potrebbe in teoria essere comunque stabile se i versamenti dei “nuovi lavoratori” sono in costante crescita, dato che il sovrappiù di versamenti successivo potrebbe andare a coprire il deficit di versamenti. Se anche questo equilibrio non è possibile, allora è chiaro che il sistema finisce col pesare sulle casse dello stato, tanto più quanto vi è squilibrio.

Il problema di fondo, in Italia, è che si chiude costantemente gli occhi sul fatto che il nostro sistema pensionistico è modellato sulla demografia di qualche decina di anni fa, dove le persone in media erano in pensione per pochi anni, dato che la vita media era molto più breve e molti non arrivavano neppure alla pensione (che tradotto vuol dire che versava i contributi ma non ne usufruiva) e inoltre vi era una crescita quasi lineare della popolazione lavorativa.

Per dare un’idea, l’aspettativa di vita media di un nato nel 1930 (quindi, pensionato negli anni 90) era di circa 54 anni per i maschi e 56 per le femmine. Un nato nel 1960 (pensionato nel 2020?) ha un aspettativa di vita media di 69 anni per i maschi e di 73 per le femmine. Un maschio nato nel 2000 ha addirittura circa 76 anni di aspettativa di vita di fronte a sé, e una femmina addirittura 82. A questo si aggiunge che la popolazione lavorativa non cresce più ai ritimi precedenti (anzi, andando a vedere i soli lavoratori di nazionalità italiana, è addirittura in diminuzione).

Insomma, non si può semplicemente chiudere gli occhi: il punto di equilibrio del sistema è quindi innegabilmente cambiato, e sarebbe quindi importante cercare di trovare raggiungere questo nuovo equilibrio. E purtroppo non è che ci siano molte strade: o si aumentano i contributi, o si aumenta l’età di pensionamento… oppure si cerca di ridurre la vita media.

Chiaramente, quello delle pensioni non è un problema semplice, ma proprio per questo è un tema che andrebbe discusso e “progettato” – chiaramente con la partecipazione di tutti – per evitare di continuare con le solite soluzioni “di emergenza” che penalizzano le tasche dei cittadini.

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Alitalia: vi stupite se Ryanair non ingoia il rospo?

Quel che stupisce del nostro paese è la forza con cui si auto-convince di aver ragione. E così non mancano le polemiche contro Ryanair, colpevole di aver realizzato una pubblicità in cui utilizzava l’ormai famosa immagine di Umberto Bossi col dito medio alzato, in cui “poco delicatamente”sottolinea come Alitalia sia una compagnia dalle tariffe alte, poco affidabili a causa degli scioperi e in cui i passegeri sono l’ultima ruota del carro.

Una campagna sicuramente provocatoria (come è lo stile delle pubblicità di Ryanair: vi ricordate la pubblicità con Valentino Rossi in cui lo slogan era “per andare in Italia basta pagare le tasse”, ai tempi delle sue difficoltà col fisco?), ma non si può dire che queste accuse ad Alitalia se le sia inventate. La gestione del problema-Alitalia (non solo da parte dell’attuale governo) è stata al di fuori non solo delle logiche di mercato, ma anche degli interessi dei cittadini italiani.

E non si può negare che Alitalia abbia fatto e stia facendo concorrenza sleale alle altre compagnie, che quindi non si può certo pretendere che facciano i salti di gioia per come è gestita la faccenda. Perché, lo abbiamo già scritto in passato, è vero che è importante preoccuparsi del benessere dei lavoratori di Alitalia: è importante quanto preoccuparsi del benessere di quelli di Ryanair e di tutte le altre compagnie, che fanno da tempo sacrifici per mantenere un equilibrio di bilancio, che Alitalia invece può permettersi di ignorare.

Per ultimo, evito di commentare le minacce del Sottosegretario Castelli, che mi hanno fatto venire in mente le minacce di ritorsione di Gheddafi alla Svizzera per l’arresto per aggressione del figlio (ma è solo un’associazione mentale…).

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Anche IWBank realizza una versione ottimizzata per iPhone

Anche IWBank ha introdotto una versione delle funzionalità di internet banking ottimizzata per iPhone, così come ha fatto Webank, di cui avevamo parlato qualche giorno fa.

Si tratta di una dimostrazione dell’attenzione sempre maggiore delle banche (soprattutto quelle più innovative) verso le potenzialità dell’accesso multicanale, verso quello che potremmo definire “mobile banking”. Le funzioni sono in genere limitate ma non troppo, è possibile visualizzare il saldo e lo stato delle operazioni, disporre un bonifico, ricaricare il telefono cellulare, ma anche usufruire funzionalità di trading.

La domanda – naturale – che però viene da porsi è molto semplice: ma sono davvero funzioni utili? In altre parole, serve davvero disporre di queste funzionalità “in mobilità”, ovunque ci si trovi, o non sarebbe più che sufficiente aspettare di avere un computer a disposizione?

Personalmente, credo che per ora, probabilmente, per la maggior parte delle persone queste siano funzioni “in più”: chiaramente per chi fa trading il discorso è diverso, perché un monitoraggio continuo alle informazioni può essere premiante. Ma va anche detto che il monitoraggio dell’andamento dei titoli che si possiedono deve essere coerente con i propri obiettivi temporali di investimento: se si opera con logica da “cassettista” può essere controproducente controllare continuamente l’andamento del propri titoli, dato che può spingere ad agire in modo eccessivamente emozionale, abusando della possibilità di fare operazioni con conseguenze sfavorevoli per l’investimento.

A mio parere, le tecnologie di mobile banking sono interessanti soprattutto per le nuove opportunità che possono offrire, e quindi per un nuovo modello di fruizione dei servizi bancari. “Fruizione” che non vuol dire semplicemente usare un dispositivo al posto di un altro (un cellulare anziché un pc), ma il “significato” del servizio in sé. Ad esempio, una possibilità che si potrebbe schiudere – se queste tecnologie si diffondono abbastanza – è la possibilità di pagare con bonifico bancario in contesti diversi da quelli attuali.

Si potrebbe immaginare ad esempio che il bonifico in questo modo potrebbe almeno in parte andare a sostiutire gli assegni. Il meccanismo potrebbe essere che, se sono ad esempio in un negozio, per pagare potrei fare un bonifico sul conto del negoziante, ed inviargli (via e-mail o magari via bluetooth) una copia dell’ordine di bonifico. In questo modo il negoziante eviterebbe le complicazioni normalmente connesse con l’assegno, e cioè il fatto che possa essere falso o a vuoto, ma anche il doversi recare in banca a depositarlo. E anche il cliente beneficerebbe di una maggiore certezza dell’avvenuta transazione.

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Italia, ovvero: come fare diventare casi nazionali le banalità e viceversa

Forse con questo post siamo un po’ “off-topic”, certo che però ogni tanto viene da chiedersi se l’Italia sia un paese “senza speranza”, dato il grandissimo talento generale nel trasformare le questioni più banali in casi nazionali, e viceversa far spesso sparire le questioni più importanti in un trafiletto in qualche pagina interna.

Lo spunto di questa (amara) riflessione mi viene dalla notizia della denuncia del giostraio che nel luna park dell’Idroscalo aveva aggiunto una nuova attrazione, un manichino che simulava l’effetto della sedia elettrica, che immagino abbiate tutti sentito più e più volte. Ora, pur ammettendo di non aver visto questa “attrazione”, faccio piuttosto fatica a capire che differenza vi sia tra un manichino fulminato su una sedia elettrica ed un manichino ghigliottinato, classica attrazione dal “casa degli orrori”. Per carità, saranno certo attrazioni macabre e di cattivo gusto, ma non si capisce da quando in qua ci si aspetti che la casa degli orrori di un luna park debba essere il teatro del “buon gusto”.

La cosa che lascia molto perplessi è che molta gente che critica questa attrazione sembra seriamente convinta di combattere in questo modo la pena di morte, e dovrebbe far riflettere il fatto che molti di quanti si scandalizzano di fronte al manichino siano rimasti più o meno impassibili per tutte le 5.851 (vere) esecuzioni che ci sono state nel mondo nel 2007.

Viene fin troppo facile dire che la lotta alla pena di morte non si fa certo nei luna park. A meno che la differenza tra i manichini ghigliottinati e quelli fulminati sia che la ghigliottina non è più usata mentre la sedia elettrica sì, e la presenza di un manichino di questo tipo ricorda che la pena di morte c’è veramente. E in effetti il dubbio che viene è proprio questo, che con italico stile l’obiettivo primario sia dimenticarsi che i problemi esistono, accanendosi sulle situaizoni che ce li ricordano e lasciando perdere il problema vero (primo, perché è molto più difficile da affrontare; secondo, perché tanto, se ci si dimentica abbastanza che c’è, non serve neppure affrontarelo).

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Supporto alle banche e ai proprietari in difficoltà: è davvero una soluzione?

Il Congresso USA sta introducendo una serie di misure per affrontare le difficoltà delle banche che operano nel settore immobiliare, e prime tra tutte Fannie Mae e Freddie Mac. Il provvedimento (che dovrebbero essere approvati entro agosto) prevede linee di credito agevolate, così come supporto ai proprietari di case, per aiutarli a pagare il debito.
Va detto però che le misure in via di introduzione sono criticate da alcuni analisti, dato che lasciano spazio ad alcune critiche, che a mio parere quantomeno meritano una certa attenzione.

  • Il supporto ipotizzato a Fannie Mae e Freddie Mac non è bilanciato da garanzie da parte delle due banche, nè il Tesoro americano diventa in alcun modo creditore privilegiato, il che da un lato è comprensibile per la volontà di supportare senza troppi vincoli i due giganti in difficoltà, ma sposta tutti i rischi sulle finanze statali.
  • Da alcune parti viene sottolineato che così come stanno le cose, Fannie Mae e Freddie Mac potrebbero anche distribuire dividendi (che sarebbero da dedicare piuttosto ad un fondo per ripagare in piccola parte il supporto del governo), il che è oggettivamente un controsenso in un’azienda in crisi che necessità di supporto dal governo.
  • Il provvedimento sembra percorrere una pericolosa strada di “privatizzazione dei profitti”, che vengono mantenuti da pochi, e “socializzazione del rischio”, in cui le perdite vengono distribuite tra i contribuenti: oltre che essere uno scenario eticamente scorretto, è soprattutto uno scenario pericoloso, dato che di fatto va ad incentivare i comportamenti rischiosi (perché tanto non se ne subiscono i costi).

Inoltre, c’è chi sottolinea che piuttosto andrebbe aiutato anche chi vuole adesso comprarsi una casa. La base di quest’opinione è un interessante spunto di riflessione: di fondo, il problema è che sono stati concessi una serie di prestiti che non sono in grado di essere ripagati, e per quanto si cerchi di girare attorno al problema la sostanza non può cambiare, e quei prestiti non saranno ripagati. Meglio accettare il danno con una logica “via il dente, via il dolore” anziché prolungare “l’agonia” con costi elevati.

Piuttosto, sarebbe importante aiutare chi adesso, con i prezzi degli immobili diminuiti, potrebbe permettersi l’acquisto ma non può effettuarlo perché le banche USA fanno fatica a concedere mutui. Insomma, affrontare un problema di liquidità, piuttosto che uno di insolvenza, nell’ottica che comunque supportare i nuovi acquirenti permetterebbe comunque di sostenere la domanda e guidare verso una “normalizzazione” del mercato degli immobii in USA.

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Conto SemprePiù al 6%? Non proprio…

Iniziamo con gli aspetti positivi: è un buon segnale che le banche “tradizionali” inizino a proporre conti con una remunerazione interessante dei risparmi, come è il caso della Banca Popolare di Vicenza che con il Conto SemprePiù Rendimento offre interessi “fino al 6%”. E’ un buon segnale che può anche essere visto come una dimostrazione che la competizione e la pressione delle offerte delle banche online si fa sentire, e quindi obbliga un po’ tutte le banche a fare “qualcosa in più” per conquistarsi una fetta di clientela, o anche solo non perdere i clienti che già si hanno. In ogni caso, credo che la Banca Popolare di Vicenza meriti un plauso per aver introdotto un prodotto di questo tipo.

Per il resto, però, si tratta di un’offerta che a nostro parere fatica ancora a competere con le altre disponibili sul mercato soprattutto sul fronte della chiarezza, in primo luogo relativamente al tasso effettivamente applicato.
Infatti, il tasso applicato cambia a seconda della giacenza:

  • fino a 5.000 Euro: 1,00% (lordo)
  • tra 5.000 e 15.000 Euro: 3,00%
  • tra 15.000 e 30.000 Euro: 6,00%
  • oltre 30.000 €: 3,00%

Quindi se è tecnicamente vero che il tasso effettivamente arriva fino al 6,00%, questo 6% non viene applicato a tutto il capitale, ma solo ad una parte di esso. Insomma, fin troppo facile riconoscere un classico esempio di confusopolio.

Per carità, il tasso finale può essere interessante, ma chiaramente dipende dalla giacenza: con un deposito di 30.000 euro (massimizzando quindi gli interessi offerti), il tasso complessivo applicato è circa il 4,17% lordo. Ma se invece il deposito è di 20.000 Euro, il tasso reale diventa il 3,25%.

Insomma, nell’offerta possiamo vedere una logica interessante, che è quella di cercare di offrire “il massimo possibile” (in pratica, seguendo l’andamento della redditività del conto per la banca al variare della giacenza), ma come detto pecca in chiarezza e trasparenza: almeno qualche esempio esplicativo sul sito potrebbe essere utile.

Un aspetto positivo è che, escludendo il periodo iniziale (un mese) dal secondo mese in poi i tassi sono legati al tasso Euribor, ed anziché 1%, 3%, 6%, diventano Euribor – 3,5%, Euribor – 1,5%, Euribor +1,5%.

Venendo agli altri aspetti del conto, è compresa la carta bancomat (che però consente prelievi gratuiti solo agli sportelli delal Banca Popolare di Vicenza, mentre per gli sportelli di altre banche sono possibili fino a 2 prelievi al mese) e la carta prepagata, le operazioni via internet sono gratuite: inoltre, sono gratute anche 15 operazioni allo sportello per ogni trimestre, un limite che permette di gestire agevolmente la maggior parte delle esigenze. Di contro, però il Conto SemprePiù Risparmio prevede un canone di 8 euro al mese, che può essere una cifra accettabile ma non è esattamente il minimo che si può trovare.

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La lotta della SEC contro la speculazione: molti limiti nel provvedimento

Probabilmente saprete che alcuni giorni fa la SEC ha avviato una serie di provvedimenti per combattere le speculazioni. L’obiettivo è principalmente frenare la “vendita allo scoperto”: in questo tipo di vendita, il venditore vende un certo numero di titoli al prezzo di oggi, ma si impegna a darli entro un certo tempo. Se nell’intervallo di tempo tra quando ha venduto i titoli e quando li acquista per “consegnarli”, il prezzo scende, ha ottenuto un guadagno.

Bene, il provvedimento di emergenza della SEC in realtà prevede “solo” che in questi casi un venditore debba prendere in prestito i titoli prima di vendere, e che l’investitore consegni i titoli alla data di liquidazione. Peraltro, questa norma è in vigore solo dal 21 al 29 luglio (ma c’è la possibilità di un estensione), e riguarda un numero limitatissimo di titoli (19 titoli di società finanziarie che “se la stanno passando più o meno male”: Lehman Brothers, Fannie Mae e Freddie Mac, ma l’elenco comprende anche Goldman Sachs, Merrill Lynch, Morgan Stanley, JPMorgan e Citigroup).

Si tratta a mio parere di un intervento che a mio parere ha grossi limiti: sembra un provvedimento “all’italiana”, e vedere che anche il resto del mondo ha tendenza a fare provvedimenti di questo tipo, è scoraggiante. Prima fra tutti lascia perplessi la logica di fondo, che sembra voler giocare a scaricabarile, scaricando le colpe sugli speculatori e gettando fumo negli occhi del pubblico, senza affrontare i problemi di fondo strutturali della finanza odierna.

  • Innanzi tuto, il provvedimento non aggiunge molto di nuovo: il “naked short selling” (la vendita di titoli che non si hanno in presito) è già illegale. In pratica sono aggiunte per lo più formalità burocratiche.
  • Supponendo che il provvedimento possa essere efficace, non si capisce perché sia così limitato nel tempo e nell’ambito di applicazione: se il presuppoto è che la vendita allo scoperto sia nociva per i mercati, allora dovrebbe essere un provvedimento di applicazione generale e perpetua.
  • In generale, non si può perseguire la speculazione solo quando gioca al ribasso e non quando “gonfia le bolle” al rialzo: se oggi abbiamo i problemi che abbiamo con ribassi più o meno artificiali, è dovuto in gran parte ai rialzi artificiali avuti nelgi anni scorsi.
  • In generale, non si può accusare uno strumento finanziario di essere buono o cattivo: lo short selling ha un ruolo di primo piano nel permettere ai mercati di raggiungere un punto di equilibio.

Ma allora c’è un problema di speculazione? In realtà sì, ma la questione è del tutto diversa: il problema non riguarda il tipo di strumenti utilizzati, ma come questi sono utilizzati, e da chi.

Lo short selling (“naked” o meno) non è di per sè più di tanto in grado di alterare i mercati: se una persona qualunque si mettesse a vendere allo scoperto azioni di una banca, le azioni non diminuirebbero certo di valore per assecondare i suoi desideri. Magari finirebbe probabilmente che la persona qualunque ci perderebbe un po’ di soldi.

La questione invece è che vi sono operatori che da soli sono in grado di muovere un peso consistente di capitali, inficiando così uno degli assiomi del modello economico dei mercati (e cioè appunto il fatto che nessuno da solo ha un peso determinante sul mercato). In quest’ottica il problema è molto semplice da identificare, quanto probabilmente di difficile (e probabilmente scomoda) soluzione: far sì che le “regole del mercato” siano rispettate in qualcosa che, forse, “non è un mercato”.

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Ricerche Frequenti:

  • provvedimenti contro la speculazione

Intervista con Webank

Abbiamo avuto l’opportunità di fare una piccola intervista con Adriana Piazza (Customer Acquisition & Brand Marketing Manager di Webank), in merito alle novità che da qualche giorno Webank ha introdotto, che implementano molti strumenti tipici del web 2.0. Ma soprattutto credo sia un’occasione interessante per approfondire alcuni temi ed avere un punto di vista certamente privilegiato sul mondo dell’internet banking: Webank, lo ricordiamo, è attiva come banca online dal 1999.

Le banche online stanno avendo uno sviluppo abbastanza rapido, ed aumentano costantemente i conti online o con funzionalità online. Secondo voi qual’è il maggior punto di forza? I vantaggi economici per il cliente? La qualità del servizio, e la comodità di non dover recarsi in banca?

Una banca online lavora affinchè tutte le sue caratteristiche distintive diventino punti di forza: c’è l’elasticità temporale della propria operatività bancaria, non necessariamente legata all’orario di uno sportello. C’è anche il vantaggio economico dettato dai bassi costi di gestione della propria liquidità e spesso dall’alta remunerazione offerta: elementi certamente da non sottovalutare, ma che di per sé non basterebbero se non fossero supportati dall’efficienza del servizio offerto e dalla capacità della banca di costruire una relazione trasparente con i propri clienti.

Quali sono le difficoltà che comporta operare online? In altre parole, si potrebbe dire, cosa distingue una banca online “eccellente” da una “mediocre”?
Innanzitutto un rapporto trasparente coi propri clienti. E poi l’usabilità dei propri servizi: i clienti devono esser messi in condizione di poter usufruire di un servizio bancario completo e semplice da utilizzare. La banca online, non avendo le agenzie fisiche deve possedere un customer care che offre livelli di servizio efficienti. Lo sa che l’85% delle richieste vengono evase entro le 4 ore?

Secondo voi l’utente-tipo dei servizi di home banking è cambiato negli ultimi due-tre anni? Se sì come?

È cambiato il consumatore. Si pensi che in termini di disposizioni oggi totalizziamo in un giono i numeri che nel 2002 facevamo in 2 mesi. Il consumatore che fino a pochi anni fa utilizzava internet e il suo conto online per scopi soltanto informativi , mentre oggi è diventato un utente pienamente dispositivo. Bisogno tener conto anche dei mezzi tecnici a disposizione, dai pc molto più potenti alla banda larga.non solo. L’altra grande differenza sta nel fatto che agli inizi degli anni 2000 i clienti online erano di fatto i clienti della banca tradizionale che cambiavano pelle, mentre nei prossimi anni, e in parte oggi, i clienti online saranno clienti di prima bancarizzazione. Ricordiamoci che chi nel 2000 aveva 15 anni, nel 2010 ne avrà 25: ciò significa che quel ragazzo che diveneterà bancarizzato nel 2010 si caratterizzerà per un’attitudine molto più vicina a una banca a basso costo e ad alto servizio che non a un concetto di banca tradizionale.

Avete da poco lanciato il servizio per iPhone. La mobilità è indubbiamente un valore aggiunto, ma forse l’utilizzo “in mobilità” è diverso che l’utilizzo “da desktop”. Voi siete di questa opinione? E se sì, quali sono secondo voi le differenze? Vi aspettate che ci sia una sorta di “killer application” nel “mobile banking”?

Il “mobile banking” beneficierà sicuramente della sempre più elevata diffusione di strumenti come l’iPhone, che ha il merito di aver “popolarizzato”, almeno in termini di immagine, lo smartphone. MyMobile (http://www.webank.it/mymobile) e la web-app di Webank (link) rappresentano, in tal senso, solo un primo, importante passo verso questa nuova concezione del “mobile banking”, legato ad un bisogno immediato di consultazione e gestione del proprio conto, e con una “user experience” vicina a quella del computer tradizionale . La “killer application” del “mobile banking” potrebbe essere la possibilità di acquistare questi smartphone a prezzi un po’ più accessibili di quelli attuali.

Il dubbio che a me personalmente viene riguardo il servizio per iPhone… è che è per iPhone. Avete intenzione di ampliare la disponibilità anche ad altri cellulari di nuova generazione?
Certamente, entro fine anno abbiamo previsto lo sviluppo e l’implementazione di diversi applicativi per molti modelli di smartphone.

Avete anche lanciato un blog, sul tema della finanza personale, ci potete dire qualcosa su come è nata l’idea?
La creazione del blog “In soldoni” fa parte di un progetto legato all’utilizzo da parte di Webank degli strumenti più importanti del Web 2.0. Al momento il nostro “bouquet” prevede Radio Webank (link), WebankTV, i feed RSS (link), WabbieTheDog (link). L’idea è nata dalla necessità di offrire quotidianamente un’informazione chiara e senza fronzoli (come il nome stesso del blog suggerisce), sui più importanti temi di attualità economica e finanziaria, con la possibilità di commentare il post appena letto. “In soldoni” ospita inoltre WebankTV, la nostra web-tv che, con cadenza mensile, dà l’opportunità a chiunque di poter avere ulteriori informazioni sull’argomento affrontato con l’aiuto dei nostri esperti, attraverso l’utilizzo di una videochat.

Mi pare che da questa intervista emergano alcuni temi interessanti. A me in particolare ne colpiscono due, che sono un po’ tra le righe ma meritano di essere evidenziati, che riguardano tutto il mondo delle banche:

  • Il primo è il cambiamento nella clientela, ed in particolare il fatto che il modo di ragionare e di confrontarsi con i servizi delle nuove generazioni è probabilmente diverso da quello di chi ha qualche anno in più.
  • Il passaggio agli strumenti del web 2.0 è per il mondo bancario una sorta di rivoluzione copernicana: infatti il web 2.0 mette al centro l’utente, mentre le banche – diciamo la verità – in generale spesso hanno sempre messo al centro loro stesse. Insomma, un piccolo passo, un segnale, che indica come è in corso un rinnovamento (che forse non sarà velocissimo, soprattutto pensando alle banche più tradizionali), dal quale i clienti avranno la possibilità di trarre benefici.

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I nuovi strumenti di comunicazione 2.0 di Webank

Webank ha introdotto una serie di strumenti di “comunicazione 2.0”, come abbiamo accennato nel post dedicato all’intervista con Webank (in particolare, Adriana Piazza – Customer Acquisition & Brand Marketing Manager di Webank). Ecco una presentazione degli strumenti che webank ha introdotto.

  • In Soldoni (BLOG) è il blog sui temi della finanza personale prodotto da Webank, disponibile su http//insoldoni.natives.it. Aggiornato ogni giorno, fornisce un’informazione chiara e senza fronzoli (come il nome stesso del blog suggerisce), con possibilità di commentare il post appena letto. I post sono catalogati sotto 9 diverse categorie (sicurezza, tecnologia, trading e investimenti, tassi, immobiliare, carte di pagamento, credito al consumo, risparmio, varie).
  • Radio Webank: è il podcast settimanale di informazione ed educazione bancaria di Webank (primo corporate podcast di una banca italiana), tramite il quale è possibile ascoltare le interviste realizzate ai manager e ai clienti di Webank. Il podcast prevede la fattiva collaborazione degli ascoltatori che non solo hanno la possibilità di suggerire alcune domande per le interviste, ma possono anche farle direttamente dai microfoni di RadioWebank.
    Le categorie disponibili sono “Edu-banking” (info e notizie sul banking online) e “Webank informa” (offerte e iniziative commerciali). E’ possibile abbonarsi al podcast anche via iTunes Store, oltre che dal sito stesso di Webank. Nei primi giorni del suo ingresso nella sezione Podcast di iTunes Store, Radio Webank si è posizionata fra i podcast più scaricati nella categoria Economia ed Affari, all’interno della classifica Top Podcast. E’ presente anche nella sezione “Podcast da segnalare”, curata da iTunes Store.
  • W@bbieTheDog: è la striscia fumettistica promossa da Webank e presente su www.myspace.com/aggiungiwabbie. Il protagonista, realizzato da Eriadan (uno dei più famosi disegnatori-blogger italiani), è un Terrier, con al collo un medaglietta a forma di salvadanaio. W@bbieTheDog si propone di divulgare, in maniera ironica, temi riguardanti l’utilizzo di Internet e del banking online. A quasi un anno dalla sua nascita ha già ricevuto più di 1000 commenti, provenienti dai suoi 4200 amici di MySpace. Nei prossimi mesi sarà il protagonista di numerose iniziative di social networking in collaborazione col Teatro CiakWebank.it.
  • WebankTV: è la web-tv di Webank, disponibile all’indirizzo www.mogulus.com/webanktv. Ogni mese, in diretta dagli uffici di Webank, è possibile porre domande ai manager di Webank, ricevendo risposta ai propri quesiti in tempo reale tramite sistema di videochat. Non c’è bisogno di installare alcun software. Le dirette di WebankTV sono inoltre visibili sul blog “In Soldoni”. Le produzioni video di Webank sono anche presenti anche su YouTube (come ad esempio il videodecalogo sulla sicurezza, che ha già generato centinaia di contatti).
  • Multimedianews La newsletter tradizionale viene affiancata e integrata con news veicolate attraverso gli innovativi strumenti multimediali già da qualche tempo a nostra disposizione come: il podcast, il blog, interviste audio e video, forum. Con MultiMediaNews Webank intende darsi un volto e una voce e rafforzare la relazione con i clienti con notizie di alto livello comunicate con uno stile nuovo, vario e leggero.

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Speculazione sulla materie prime: ipotesi di bolla?

Abbiamo già evidenziato come l’andamento dei prezzi delle commodities e delle materie prime sia determinato non solo dalla domanda ed offerta “industriale”, ma anche da quella che possiamo chiamare domanda “finanziaria”. In altre parole, volendo fare l’esempio del petrolio, la domanda e l’offerta non sono composte solo da chi produce petrolio e da chi lo compra per lavorarlo o consumarlo, ma anche da chi lo compra e lo vende solamente a scopo di investimento, e poiché questi ultimi soggetti sono aumentati notevolmente, è comprensibile che l’equilibrio di mercato sia alterato.

Il perché questi soggetti sono aumentati è relativamente semplice: la borsa sta andando male, tipicamente in queste situazioni si ripiegava sulla sicurezza del mattone, ma di questi tempi il mattone è tutto tranne che un investimento sicuro. E quindi, anche un po’ per esclusione, gli investitori si sono rivolti al mercato delle materie prime. Dove per “investitori” intendiamo soggetti come gli hedge funds, o i fondi pensione americani: insomma gente che muove miliardi e miliardi di dollari.

L’aspetto interessante è che la dinamica inizia ad assomigliare a quella di una bolla speculativa. Il che da un certo punto di vista la si può considerare una notizia positiva, dato che le bolle hanno la tendenza a scoppiare, prima o poi, e quindi è possibile che assisteremo ad una riduzione del prezzo delle materie prime, anche sensibile.

In pratica, secondo alcuni analisti, adesso sarebbe in corso la “seconda ondata” di investitori quelli attratti dai grossi guadagni che i mercati delle materie prime hanno registrato finora, che però potrebbero trovarsi “con il cerino acceso in mano” se gli investitori più grossi decidessero che vogliono uscire dai mercati: e chiaramente, qualora qualche hedge fund o fondo pensione iniziasse a vendere le proprie quote, la cosa avrebbe inevitabilmente effetti sul mercato.

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Pubblica amministrazione: semplificazione, demagogia e danni all'Italia

Il cosiddetto “Decreto Brunetta” è noto ai più soprattutto per il “rigore” nel trattamento delle assenze per malattia dei dipendenti pubblici. Ma ci sono altri aspetti – quasi del tutto ignorati da giornali e telegiornali – che meriterebbero molta più attenzione.

Mi riferisco in particolare alla enorme confusione che i decreto crea in materia di marchi, brevetti, lotta alla contraffazione e “misure metriche” (cioè le verifiche relative a pesi e misure, come la verifica delle bilance usate nel commercio).
Magari qualcuno penserà che sono questioni secondarie, ma così non è, anzi: si tratta di temi fondamentali per un paese che vorrebbe fare “innovazione“, innovazione la cui assenza è il problema di fondo che fa sì che l’Italia abbia una da tempo una crescita così modesta, con gli effetti che ben sappiamo sulle nostre tasche.

Bene, il punto rilevante è che il decreto vorrebbe attribuire ai comuni le funzioni (precedente esercitate dalle camere di commercio) in materia di “verificazione degli strumenti metrici”, che è una funzione importantissima a tutela del consumatore. Già questa sarebbe una scelta a mio parere discutibile, e dimostra come in Italia ci si preoccupi spesso di efficienza, ma molto poco di efficacia. Infatti, tradotto in parole molto semplici, quello che si fa è togliere un servizio da chi ha le competenze ed è attrezzato per farlo, e darlo da gestire a chi probabilmente non è in grado. E che non ha, è bene sottolineare, la possibilità (per vincoli di legge e di bilancio) di acquisire le risorse per gestire questa situazione. In ogni caso, devo dire che mi sfugge come una duplicazione in ogni comune di questi uffici possa considerarsi “efficienza”.

Ma la cosa più grave è come questo passaggio avviene, e cioè tramite l’abrogazione di un articolo di una legge del ’98 che passava le competenze degli Uffici Provinciali del Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato (che venivano abrogati) alle Camere di Commercio. Peccato che però le funzioni che erano passate alle Camere di Commercio non erano solo quelle di verifiche metriche, ma anche le competenze in materia di marchi e brevetti e l’esame dei ricorsi per le violazioni in materia commerciale (compresi i sequestri delle merci contraffatte).

Di queste competenze, non si sa oggi chi se ne debba occupare. Con il risultato assurdo che oggi è impossibile depositare un brevetto o un marchio.
Il che è un fatto che a mio parere è di una gravità estrema, sia per l’importanza che il tema specifico della tutela della proprietà intellettuale ha di per sé per la competitività del Paese, sia per la superficialità con cui è fatta la legge, perché non è accettabile che si facciano decreti legge che lasciano voragini così grandi nelle materie che vanno a toccare. Nei paesi normali, un ministro (di qualunque parte politica…) dopo aver firmato una legge del genere, si dimette.

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