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Mentre qualcuno iniziava già a considerare alle spalle la crisi dei mutui subprime, i mercati hanno iniziato a segnare una serie di risultati negativi, riaccendendo le preoccupazioni di molti operatori.
Ma soprattutto, non mancano previsioni a tinte decisamente fosche. Secondo alcuni analisti, nei prossimi tre-quattro mesi si potrebbe assistere per lo S&P 500 a discese fino a 300 punti, cioè vicine al 25%. Questa fase negativa avrebbe comunque caratteristiche differenti da quella a cui abbiamo assistito nei mesi scorsi: mentre quest’ultima era riconducibile a una sorta di bolla del settore del credito, quella che potrebbe aprirsi invece è da ricondurre alle difficoltà dell’economia americana. E ad aggravare la situazione c’è il fatto che la fase di rallentamento dell’economia USA si accompagna ad una inflazione sempre maggiore, generando uno scenario di stagflazione che potrebbe essere molto difficile da gestire.

In parole semplici: se si contrasta l’inflazione si frena la crescita, se invece si cerca di supportare la crescita i prezzi potrebbero “esplodere” mettendo in seria difficoltà l’economia (e poi alla fine comunque frenando la domanda). Ecco il perché dello scenario negativo che viene prospettato.

Va però detto che non vi è unanimità su queste previsioni. Non manca chi sottolinea che gli ultimi dati USA su occupazione, PIL, fiducia delle aziende, ed ordini industriali, per quanto non siano positivi non indicano l’avvicinarsi di una recessione prolungata: e anzi qualcuno (Bank of England, per fare nomi) lascia intendere che le difficoltà dell’economia reale sarebbero sopravvalutate.

E’ vero però che i consumatori americani starebbero iniziando a tagliare le spese quotidiane (dai pranzi ai caffè), un dato che non può non essere interpretato come un sintomo di difficoltà.

Ma come si riflette tutto ciò sull’economia europea? Per quanto sia secondo me opportuno non dare per scontato che quello che accade in USA accada anche in Europa, è chiaro che è improbabile che l’economia europea vada in una direzione completamente diversa. Se non altro perché la malattia di fondo è comunque la stessa, con un rallentamento dell’economia che non è solo “importato”, e dove comunque le tensioni inflazionistiche non mancano (per quanto la BCE abbia probabilmente cercato di contrastare l’inflazione più di quanto ha fatto la FED).

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