Consulenze pubbliche: manca una chiave di lettura

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La pubblicazione dei dati sulle consulenze agli enti pubblici, avvenuta nei giorni scorsi, è sicuramente un ottimo passo verso la trasparenza. Ma va detto però che sono dati non così semplici da leggere (soprattutto poi tenendo conto delle capacità di interpretazione dei dati dell’italiano medio).

Come avevo sottolineato tempo fa, la questione infatti a mio parere, non è solo “quanto” si spende, ma “con che risultati” si spende. Facciamo un esempio: se un’azienda dà ad un consulente 500.000 Euro, è tanto o poco? Tanto, verrebbe da dire. Ma adesso ipotizziamo che grazie a quella consulenza, l’azienda guadagni (o risparmi) 2.000.000 di Euro. Ecco che i 500.000 euro spesi non erano poi molti. Esempio inverso: se invece l’azienda spene 1.000 Euro per una consulenza, ha speso poco? Forse, ma se quella consulenza non porta alcun risultato, ha solo buttato via 1.000 Euro.

Nel pubblico, il problema dell’interpretazione dei risultati è certamente più complesso, dato che il riferimento non è il semplice profitto (“semplice” nel senso che è relativamente facile da misurare), ma spesso una serie di risultati qualitativi (servizi al cittadino ed alle imprese), su cui è più difficile misurare il valore del ritorno. Ma questo non giustifica il fatto che queste misurazioni non debbano essere sviluppate, e che dovrebbero essere il metro principale.

Perché “spendere poco” non vuol dire sempre “risparmiare”, e se contenere la spesa pubblica può aiutare i conti pubblici, a mio parere molto più benefico sarebbe avere servizi pubblici che funzionano. La sensazione è invece che più che spendere “troppo” si spenda “male”, cioè senza chiari obiettivi e senza una strategia di fondo.

Senza contare che una seria riflessione sugli obiettivi (indispensabile per poi misurare il loro raggiungimento) probabilmente porterebbe a identificare le attività “inutili” e quelle invece che portano effettive ricadute positive, permettendo una riallocazione di risorse che varrebbe molto più di qualunque “manovra” si possa immaginare.

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