Rischio di credito e rischio di regolamento

Quando si parla di rischi sui prestiti (di ogni tipo), spesso non si considera adeguatamente la distinzione tra:

  • Rischio di credito (o rischio economico o di insolvenza): cioè l’incapacità di rimborsare il prestito (“a qualunque scadenza”)
  • Rischio di regolamento (o rischio finanziario o di liquidità): l’incapacità di rimborsare il prestito alla scadenza prestabilita (ma la possibilità successiva).

L’aspetto importante è che il rischio di regolamento viene spesso “poco valutato e sottovalutato”, nel senso che si presta poca attenzione alla sua valutazione, e alla fine si tende a sottostimarlo. E questo si riscontra nelle situazioni più disparate. Un caso tipico è dalla famiglia che chiede un mutuo, e non tiene conto degli effetti che possono avere possibili spese straordinarie: che magari non annullano la capacità complessiva di rimborsare il mutuo, ma certo può mettere in grossa difficoltà su singole rate.

Ma la sottovalutazione spesso avviene anche da parte di chi concede i prestiti, e cioè le banche. E non solo nei rapporti con i privati ed i consumatori. Un’interessante chiave di lettura della crisi finanziaria ormai ben nota, è che le banche avrebbero sottovalutato il rischio di regolamento nei rapporti (ovverosia, nei prestiti) con soggetti finanziari che operavano in settori a rischio. E infatti, molti dei soggetti che sono crollati negli ultimi mesi sarebbero stati abbattuti dalla mancanza di liquidità, più che da perdite “reali”. E viene da chiedersi in che modo rischio di credito e rischio di regolamento siano stati conteggiati nelle svalutazioni apportate sui crediti a bilancio, da parte delle banche: se siano stati considerati in modo completo, oppure se ci sia ancora una sotto-stima, che potrebbe lasciare spazio ad ulteriori brutte sorprese per il futuro.

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Ricerche Frequenti:

  • rischi di regolamento
  • rischio di regolamento euro

Quanto siamo disposti a pagare benzina e diesel?

Volevo approfondire le dinamiche dei prezzi dei carburanti, prendendo spunto da un sondaggio di Quattroruote, che chiede a che livello di prezzo si deciderà per una riduzione dell’uso dell’auto.

Bene: il 47,81% ha indicato 1,70 Euro, ma il 33,83% ha indicato 2 Euro al litro come soglia, e il restante 18% ha indicato soglie superiori. Dando una chiave di lettura diversa da quella di Quattroruote (che evidenzia come queste soglie siano ormai pericolosamente vicine), val la pena sottolineare come si possa supporre che in realtà, da un punto di vista strettamente economico siamo ancora sotto un punto di equilibrio, e ci potrebbe essere spazio per nuovi aumenti: in molti sarebbero disposti a pagare i carburanti più di quanto costino adesso. Certo, lamentandosi e storcendo il naso, ma da un punto di vista di equilibri di mercato non conta se si paga contenti o meno, conta solo che si paghi.

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Torniamo sul prezzo del petrolio (in Euro)

Abbiamo più volte parlato del prezzo del petrolio, sottolineando spesso come un contributo delle quotazioni record sia venuto dall’indebolimento del dollaro (cfr. anche Prezzo del petrolio, cambio Euro-Dollaro e prezzo della benzina, e Allarme per il petrolio a 100 dollari, ma è giustificato fino in fondo?).

Torniamo sull’argomento per evidenziare come però anche la quotazione in euro del petrolio sia uscita dal “normale” trend (si può notare come la curva sia molto più “impennata” negli ultimi mesi). Infatti, un barile petrolio al 15 giugno 2008 costa l’equivalente di 86,26Euro, mentre fino a metà aprile la quotazione era intorno ai 70 Euro. In altre parole, un incremento del 22% in due mesi, un picco decisamente significativo, e che forse non ha avuto l’attenzione che meritava per l’abitudine a guardare il prezzo in dollari, che ormai ci ha abituato ad un andamento esplosivo.

La domanda che nasce spontanea è ovviamente “quanto aumenterà ancora il prezzo del petrolio”. Difficile dirlo: apparentemente, non hanno avuto alcun effetto i tentativi di frenare la speculazione (almeno non ancora, vogliamo ottimisticamente sperare), e la situazione sembra sempre più difficilmente controllabile. Soprattutto, la domanda di petrolio continua a sembrare piuttosto rigida, e quindi non si può contare su meccanismi di regolazione naturale dei mercati che potrebbero frenare il prezzo.


Il prezzo del petrolio WTI dal 1 settembre 2002 al 15 giugno 2008
(prezzo in dollari: nero – prezzo in euro: rosso)

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Arresti in usa per frodi finanziarie: ma attenzione a non cercare capri espiatori

Come saprete, negli ultimi mesi negli Stati Uniti sono state arrestati diversi operatori finanziari per frode: in particolare dal 1 marzo 2008 sono state incriminate 406 persone e arrestate 287 (tra cui anche due ex manager di Bear Stearns), e 173 di queste sono già state condannate. L’accusa consiste fondamentalmente nell’aver venduto titoli-spazzatura ingannando gli acquirenti e gli investitori.

Ovviamente è un fatto positivo, anche se credo che vada fatto un distinguo. Se è indubbio che debba essere punito chi ha falsificato informazioni o ne ha omesso di rilevanti (che è quello di cui sono accusati gli indagati), abbiamo una “zona grigia” nel caso invece si parli di prospettare rendimenti o ventilare possibili profitti (soprattutto se la controparte non è inesperta), dato che dovrebbe essere perfettamente consapevole che nessuno può essere in grado di promettere rendimenti in investimenti “a rischio”. Inoltre, come ho avuto modo di sottolineare in passato, personalmente non trovo sorprendente che un venditore esalti i pregi del proprio prodotto (finanziario, in questo caso) e non ponga enfasi sui difetti.

Ma perché facciamo questa distinzione, tanto più se gli arrestati sono accusati di “falso” e non di semplice “abbellimento del proprio prodotto”? Presto detto. L’impressione è che ci sia un certo desiderio ad accollare la colpa della crisi finanziaria a un numero (più o meno grande) di operatori che si sarebbero comportati illegalmente, chiudendo gli occhi sul fatto che la crisi in realtà è nata dalla complessità (e dalla conseguente non-trasparenza) raggiunta dalla finanza, soprattutto in alcuni settori, ed evitare così degli interventi significativi sulle regole dei mercati e sul loro funzionamento.

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Crisi dei mercati: in arrivo altre grosse perdite?

Mentre qualcuno iniziava già a considerare alle spalle la crisi dei mutui subprime, i mercati hanno iniziato a segnare una serie di risultati negativi, riaccendendo le preoccupazioni di molti operatori.
Ma soprattutto, non mancano previsioni a tinte decisamente fosche. Secondo alcuni analisti, nei prossimi tre-quattro mesi si potrebbe assistere per lo S&P 500 a discese fino a 300 punti, cioè vicine al 25%. Questa fase negativa avrebbe comunque caratteristiche differenti da quella a cui abbiamo assistito nei mesi scorsi: mentre quest’ultima era riconducibile a una sorta di bolla del settore del credito, quella che potrebbe aprirsi invece è da ricondurre alle difficoltà dell’economia americana. E ad aggravare la situazione c’è il fatto che la fase di rallentamento dell’economia USA si accompagna ad una inflazione sempre maggiore, generando uno scenario di stagflazione che potrebbe essere molto difficile da gestire.

In parole semplici: se si contrasta l’inflazione si frena la crescita, se invece si cerca di supportare la crescita i prezzi potrebbero “esplodere” mettendo in seria difficoltà l’economia (e poi alla fine comunque frenando la domanda). Ecco il perché dello scenario negativo che viene prospettato.

Va però detto che non vi è unanimità su queste previsioni. Non manca chi sottolinea che gli ultimi dati USA su occupazione, PIL, fiducia delle aziende, ed ordini industriali, per quanto non siano positivi non indicano l’avvicinarsi di una recessione prolungata: e anzi qualcuno (Bank of England, per fare nomi) lascia intendere che le difficoltà dell’economia reale sarebbero sopravvalutate.

E’ vero però che i consumatori americani starebbero iniziando a tagliare le spese quotidiane (dai pranzi ai caffè), un dato che non può non essere interpretato come un sintomo di difficoltà.

Ma come si riflette tutto ciò sull’economia europea? Per quanto sia secondo me opportuno non dare per scontato che quello che accade in USA accada anche in Europa, è chiaro che è improbabile che l’economia europea vada in una direzione completamente diversa. Se non altro perché la malattia di fondo è comunque la stessa, con un rallentamento dell’economia che non è solo “importato”, e dove comunque le tensioni inflazionistiche non mancano (per quanto la BCE abbia probabilmente cercato di contrastare l’inflazione più di quanto ha fatto la FED).

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Sanzioni penali ai medici e qualità (e costi) del servizio sanitario

Forse avrete letto che è stata lanciata dal governo l’idea di “depenalizzare” gli errori medici. La cosa ha sollevato un vespaio di polemiche, ma mi sembra che non sia un’idea del tutto da scartare. Infatti, la questione ha importanti risvolti sia sui costi del servizio sanitario (e se volete, è per questo motivo che ne parliamo in un blog dedicato ad economia e finanza), che sulla sua qualità.

  • Per quanto riguarda i costi, gli effetti sono dovuti da un lato ai costi di assicurazione, ma anche ai costi legali conseguenti alle cause, cui poi si sommano risarcimenti di danni. Val la pena sottolineare che questi costi poi di fatto sono riversati sul cittadino (ad esempio, i 500 milioni di euro per assicurare le strutture pubbliche), in altre parole: paghiamo noi.
  • Per quanto riguarda la qualità, molti hanno notato un atteggiamento emergente da parte dei medici negli ultimi anni, che sembra orientato, più che a curare il malato, ad evitare di esporsi al rischio di una causa legale. Ad esempio con richieste di esami e ricoveri, non sempre così necessari: e a parte gli ulteriori, pesanti, effetti sui costi del servizio sanitario, ciò ha effetti anche sui tempi di attesa per questi servizi – attesa che inevitabilmente mette a rischio la possibilità di intervenire con cure in modo tempestivo.

La domanda che ci si può porre è se sia etico preoccuparsi dei costi, dato che equivale a dare un prezzo alla vita. A mio parere, la questione non è evitabile, poiché comunque le risorse disponibili sono limitate, e bisogna scegliere come allocarle. Non solo tra sanità ed altri impieghi, ma anche all’interno della sanità: meglio curare molte persone con un (non eccessivo) margine di errore, oppure poche in modo inoppugnabile?

A scanso di equivoci, credo sia opportuno sottolineare la differenza tra “errore”, “colpa”, “colpa grave” e “dolo”, differenza che apparentemente in Italia spesso viene totalmente trascurata, con l’abominevole tendenza a fare di tutta l’erba un fascio.

  • Il dolo è la volontarietà (nel commettere un reato), la consapevolezza che le proprie azioni andranno a provocare un danno.
  • La colpa grave, si ha nei casi un cui si agisce con “straordinaria ed inescusabile imprudenza”.
  • La colpa è invece mancata osservanza di regole di prudenza o perizia, legate al caso concreto.
  • L’errore è invece una situazione in cui, nonostante siano state prese tutte le attenzioni ragionevoli, gli esiti non sono quelli auspicati, per mancata o imprecisa conoscenza di alcuni elementi.

Per quanto sarebbe bello, non è realistico pensare che l’errore possa essere ridotto a zero, e non è ragionevole vedere in ogni errore una colpa (e questo vale per i medici come in qualunque altro campo). Anche perché poi alla fine piaccia o no, i medici sono comunque persone, dalle quali si può certamente pretendere impegno e professionalità, ma certo non infallibilità.

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Il tesoretto sulla benzina

Si parla molto in questi giorni di prezzi della benzina e del diesel “Robin Tax” (sulla quale ho già avuto modo di avanzare qualche dubbio sugli effetti reali che avrà). C’è però un dato che a mio parere non ha avuto tutto lo spazio che meritava: secondo i dati del Centro Studi della Confartigianato, dal 2006 ad oggi lo Stato ha incassato un’extra-gettito di più di 2 miliardi di euro come conseguenza dell’aumento dei prezzi dei carburanti. Infatti, ad inizio 2005 l’Erario incassava 0,168 Euro di IVA per ogni litro di diesel erogato, mentre oggi incassa 0,248 Euro al litro. Non solo: dal 2005 ad oggi sono aumentate anche le accise (quella sul gasolio è passata da 0,403 €/litro a 0,423 €/litro, mentre quella sulla benzina è salita da 0,559 €/litro agli 0,564 €/litro di oggi).

In quest’ottica, mi pare che sarebbe doveroso prendere dei provvedimenti per neutralizzare questo aumento della pressione fiscale sui carburanti (sul gasolio, ad esempio, dal 2005 ad oggi ci sono 8 centesimi di aumento riconducibili solamente a maggiori tasse). Si tratta a mio parere di una questione di buon senso, cioè di non andare ad aggravare una situazione che già da sola crea grosse difficoltà.

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Consulenze pubbliche: manca una chiave di lettura

La pubblicazione dei dati sulle consulenze agli enti pubblici, avvenuta nei giorni scorsi, è sicuramente un ottimo passo verso la trasparenza. Ma va detto però che sono dati non così semplici da leggere (soprattutto poi tenendo conto delle capacità di interpretazione dei dati dell’italiano medio).

Come avevo sottolineato tempo fa, la questione infatti a mio parere, non è solo “quanto” si spende, ma “con che risultati” si spende. Facciamo un esempio: se un’azienda dà ad un consulente 500.000 Euro, è tanto o poco? Tanto, verrebbe da dire. Ma adesso ipotizziamo che grazie a quella consulenza, l’azienda guadagni (o risparmi) 2.000.000 di Euro. Ecco che i 500.000 euro spesi non erano poi molti. Esempio inverso: se invece l’azienda spene 1.000 Euro per una consulenza, ha speso poco? Forse, ma se quella consulenza non porta alcun risultato, ha solo buttato via 1.000 Euro.

Nel pubblico, il problema dell’interpretazione dei risultati è certamente più complesso, dato che il riferimento non è il semplice profitto (“semplice” nel senso che è relativamente facile da misurare), ma spesso una serie di risultati qualitativi (servizi al cittadino ed alle imprese), su cui è più difficile misurare il valore del ritorno. Ma questo non giustifica il fatto che queste misurazioni non debbano essere sviluppate, e che dovrebbero essere il metro principale.

Perché “spendere poco” non vuol dire sempre “risparmiare”, e se contenere la spesa pubblica può aiutare i conti pubblici, a mio parere molto più benefico sarebbe avere servizi pubblici che funzionano. La sensazione è invece che più che spendere “troppo” si spenda “male”, cioè senza chiari obiettivi e senza una strategia di fondo.

Senza contare che una seria riflessione sugli obiettivi (indispensabile per poi misurare il loro raggiungimento) probabilmente porterebbe a identificare le attività “inutili” e quelle invece che portano effettive ricadute positive, permettendo una riallocazione di risorse che varrebbe molto più di qualunque “manovra” si possa immaginare.

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Da ING Direct nasce Borsa Protetta Arancio

Nuovo comparto tra gli Investimenti Arancio di ING Direct: alla già numerosa famiglia (fino ad oggi composta da Dividendo Arancio, Euro Arancio, Mattone Arancio, Convertibile Arancio e Bilancio Arancio).

La particolarità di Borsa Protetta Arancio è che l’investimento è protetto da eventuali perdite. In altre parole se l’indice S&P MIB (cui è legato Borsa Protetta) sale, l’investitore si prende il guadagno, mentre se scende può “uscire” dall’investimento con una cifra pari all’investimento iniziale.

In Borsa Protetta ci sono alcune condizioni da rispettare (del resto non ci si può aspettare che la protezione sia un “regalo” da parte di ING):

  • Innanzi tutto, la “protezione” avviene annualmente: cioè se dopo un anno dall’investimento l’indice S&P MIB è in perdita, il capitale viene ripristinato; ma in caso di “uscita” dall’investimento nel corso dell’anno la protezione non è prevista (le quote sono vendute a valore di mercato) e si “subiscono” quindi le eventuali perdite.
  • Il guadagno annuale è limitato ad un tetto massimo (cap), fissato per quest’anno al 7%: in altre parole, anche se l’indice salisse del 15%, comunque il guadagno per l’investitore sarebbe solo il 7%;
  • L’investimento è possibile sono in finestre di tempo periodiche: le prossime dovrebbero essere agosto (per cui adesso sono state aperte le sottoscrizioni) e poi novembre.
  • Il cap viene fissato di volta in volta da ING (prima dell’avvio delle sottoscrizioni).
  • L’eventuale guadagno ottenuto alla fine dell’anno viene comunque “consolidato”, e se si continua l’investimento per un ulteriore anno entra a far parte del capitale garantito.

In pratica quindi, ING fa una sorta di “scommessa” con gli investitori, accollandosi le eventuali perdite ma anche prendendosi i guadagni conseguenti a maggiori performance.

Una annotazione: non è molto chiaro dall’informativa se il cap sia applicato anche nel caso di vendita della quota infra-annuale (dalle indicazioni sul sito di ING sembrerebbe in realtà di no), ma chiaramente se così non fosse si aprirebbe la possibilità per l’investitore di vendere le quote poco prima della scadenza prendendosi tutto il guadagno (andando così ad annullare il business di ING illustrato prima).

In ogni caso, credo che un fondo di investimento come Borsa Protetta può essere interessante da inserire nel proprio portafoglio di investimento (chiaramente, mantenuto in un’ottica pluriennale), e può comunque offrire un rendimento interessante, ma senza dimenticare che i rendimenti non saranno sempre vicini al cap ma vi saranno anche anni a “risultato zero”.

Tenendo anche presente che, per quanto parliamo spesso dei fondi di ING per il suo approccio “mainstream”, Borsa Protetta non è l’unico prodotto azionario “ad investimento protetto” (vi sono diverse società di gestione e banche che offrono fondi protetti o fondi garantiti), e come al solito è opportuna una comparazione approfondita in base alle proprie esigenze.

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Tassi BCE, prospettive future: cosa cambia?

Come la maggior parte di voi saprà già, il presidente della BCE, Trichet, ha qualche giorno fa ventilato la possibilità che a breve vi sia un ritocco verso l’alto dei tassi della BCE.

Ho letto qualche commentatore parlare di “dichiarazioni avventate” e addirittura a supporre una sorta di turbativa di mercato. In verità, a mio parere si tratta di una lettura un po’ distorta, dato che in realtà anche fare dichiarazioni di questo tipo fa parte del lavoro di Trichet.

Il motivo è molto semplice, oltre che con i mercati, bisogna fare i conti con le loro aspettative, dato che come ormai dovreste sapere i mercati incorporano tutte le informazioni disponibili nella determinazione dei prezzi.

In questo senso la chiave di lettura della dichiarazione di Trichet è molto semplice: “non date per scontato che vi sia un progressivo taglio dei tassi, come molti operatori si attendono. Questo perché chiaramente un mercato che “sa” che i tassi verranno tagliati si comporta in modo diverso di un mercato che “non lo sa”, e nel primo caso gli effetti di una strategia di tagli progressivi vengono fondamentalmente neutralizzati.

In altre parole, la diffusa certezza di un taglio dei tassi (e quindi le conseguenti “anticipazioni” dei mercati) ha probabilmente reso necessario per la BCE di rivedere la propria strategia, riguadagnandosi il “fattore sorpresa”, e a questo punto tutte le opzioni rimangono aperte:

  1. A breve avremo il rialzo dei tassi prospettato da Trichet, oppure
  2. La dichiarazioni di Trichet era indirizzata a frenare le aspettative di ribasso dei tassi, ma i tassi saranno lasciati costanti, oppure
  3. La dichiarazioni di Trichet era indirizzata a frenare le aspettative di ribasso dei tassi, e i tassi verranno invece effettivamente tagliati come atteso da molti.

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Lehman Brothers a rischio?

Continua la preoccupazione sullo stato di salute di Lehman Brothers, probabilmente la principale banca d’investimento in USA operante nel campo mutui e di “Commercial Paper”. Lehman Brothers aveva già ricevuto il 14 marzo scorso un prestito non garantito di due miliardi di dollari da un gruppo di quaranta banche. Il problema sembra stare nella grossa esposizione della banca sul mercato dei mutui subprime, che secondo alcuni analisti potrebbe riguardare anche il 50% del bilancio di Lehman Brothers.

Qualche giorno fa la banca d’investimento ha subito un “downgrade” a A da parte di Standard & Poors, un rating non certo esaltante per il settore bancario. Secondo alcune fonti, Lehman sarebbe intenzionata a raccogliere capitali, probabilmente con emissione di azioni, anche se potrebbe non essere semplice considerato che il titolo dai massimi del febbraio 2007 ha perso più del 60% (passando dai 85,80 del 2 febbraio 2007 ai 31,40 del 4 giugno 2008). Di conseguenza è aperta anche la strada di vendita diretta ad un gruppo più grande.

Per quanto sia improbabile che Lehman fallisca (sarebbe quasi inevitabile un intervento di salvataggio, per evitare danni ai consumatori), è chiaro che la situazione aggiunge turbolenze al quadro economico, per quanto ottimisticamente si possano considerare come degli scossoni di assestamento dopo la crisi dei mutui subprime.

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Intanto in USA si cerca di frenare la speculazione sulle commodities

Mentre in Italia si discute della Robin Hood Tax, in USA si cerca di frenare la speculazione sulle commodities, il cui prezzo è in generale schizzato alle stelle negli ultimi mesi.

Il tutto parte dalle considerazioni di chi sostiene che i prezzi delle commodities sarebbero influenzati dalla speculazione di operatori “non commerciali” (cioè che non hanno interesse commerciale nel bene trattato) in cerca di guadagni certi (o quasi), attratti dall’andamento dei prezzi, e che quindi amplificherebbero i rincari contribuendo ad aumentare la domanda. E non di poco, se tra questi operatori, come sembra, ci sono grosse banche di investimento e grandi fondi pensione USA, in grado di muovere capitali considerevoli. Operatori che in alcuni casi opererebbero sono accusati da alcuni di operare in conflitto di interessi.

Per questo motivo, la U.S. Commodity Futures Trading Commission ha attivato una serie di misure rivolte in particolare al mercato dell’energia, rivolte ad aumentare la sorveglianza a livello internazionale e migliorare la trasparenza del mercato. Oltre ad una serie di notifiche previste per gli operatori, queste misure prevedono anche una revisione della distinzione tra operatori commerciali e “non commerciali”, che dovrebbero ridurre la speculazione.

Non tutti sono però vedono queste misure di buon occhio: secondo ICE, ad esempio, queste nuove norme possono ridurre la liquidità dei mercati e di fatto tradursi in prezzi reali maggiori.

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Dollaro: alcune ipotesi sull'andamento nel lungo termine

Quale sarà l’andamento futuro del dollaro? Dare una risposta è difficile, sia per l’intrinseca aleatorietà delle previsioni in campo economico, sia perché i fattori in gioco sono oggettivamente numerosissimi.

Nel breve-medio periodo, le questioni principali sono note, e si concentrano attorno ai timori di recessione dell’economia USA (infatti abbiamo avuto modo di sottolineare come l’andamento del cambio euro-dollaro sia motivabile più con la debolezza del dollaro che con la forza dell’euro) .
Inoltre va aggiunto che è verosimile che il governo americano e le autorità monetarie smettano di essere “accondiscendenti” verso la svalutazione del dollaro, e questo cambio di politica potrebbe essere molto prossimo, dato che sembra si colgano tali segnali più o meno tra le righe delle ultime dichiarazioni di Bernanke, presidente della FED, e di alcuni comunicati del G7.

Ma in generale nel lungo periodo si può ipotizzare che l’andamento del dollaro dipenderà dal “peso” dell’economia USA a livello mondiale: e da questo punto di vista, è innegabile che gli Stati Uniti siano destinati a non avere più il peso che hanno avuto finora. In questo senso credo siano interessanti anche i dati relativi alla capitalizzazione mondiale, la cui quota in mano agli Stati Uniti è scesa dal 38,6% al 32,7%, mentre quella della Cina è salita dal 5,7% all’11,7%. Inoltre non può essere ignorata una crescente tendenza di molti Stati (ma anche fondi e grosse imprese, che in qualche caso muovono capitali comparabili) a detenere riserve non solo in dollari ma anche in altre monete, prima tra tutti l’Euro. Dubito che da questo punto di vista il futuro presidente USA possa solo frenare (o accelerare…) il macro-trend, ma difficilmente invertirlo: da questo punto di vista non dovrebbe avere un grosso impatto il fatto che il candidato democratico sia Obama piuttosto che la Clinton (anche perché non è automatico che i democratici vincano poi le elezioni a novembre…).

Di conseguenza, se è probabile che l’indebolimento del dollaro si fermerà e probabilmente assisteremo ad un rimbalzo, viene da dire che è difficile che il dollaro torni ai livelli di un paio di anni fa.

Chiaramente, in tutto questo ragionamento abbiamo ipotizzato come costante un fattore tutt’altro che secondario, dato che l’interesse nella pratica è per il cambio euro-dollaro, e cioè l’economia europea, il cui andamento sarà determinante.

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Robin Hood Tax: difficile che possa frenare i prezzi dei carburanti

Immagino che quasi tutti abbiano sentito parlare della cosiddetta “Robin Hood Tax”, la tassa che dovrebbe andare a pesare sulle tasche delle compagnie petrolifere per raccogliere risorse da “ridistribuire ai più deboli”.

Sicuramente da un punto di vista “mediatico” è una tassa che non può non raccogliere consensi, ed effettivamente da un punto di vista etico credo sia condivisibile. Personalmente però temo che gli effetti saranno abbastanza ridotti: in primo luogo per il fatto che sarebbe una tassa solamente nazionale, che quindi non può essere in grado di influenzare significativamente il prezzo del petrolio, che è il vero problema di fondo; in secondo luogo, la tassa dovrebbe avere una formula “tassazione straordinaria su profitti straordinari“, e quindi l’incasso della tassa non è detto sia così significativo. Del resto, la tassa difficilmente potrebbe avere una struttura diversa, dato che il rischio dietro l’angolo è che una maggiore imposizione fiscale a carico delle compagnie petrolifere si traduca in un maggior prezzo del carburante alla pompa, e quindi alla fine vada a pesare sulle tasche dei consumatori, con effetti esattamente contrari a quelli che sono gli obiettivi dichiarati. E’ quindi importante che vengano prese le dovute precauzioni per prevenire una situazione del genere.

Insomma, per quanto sarebbe bello, faccio un po’ fatica a immaginare che una tassa – cioè maggiori costi – possa contribuire a ridurre il prezzo di un bene. Però la tassazione potrebbe essere utilizzata per guidare l’utilizzo dei ricavi (forse un’applicazione più “naturale”): e sarebbe interessante ad esempio incentivare fiscalmente le compagnie petrolifere, e le case automobilistiche, a fare ricerca e possibilmente mettere sul mercato carburanti alternativi (il più interessante dei quali è forse il “GTL”, il diesel derivato dal metano).

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