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Abbiamo spesso ripetuto che il prezzo del petrolio sale soprattutto per la maggiore domanda di energia che viene dai paesi “emergenti” come Cina ed India, oltre che dalla debolezza del dollaro. Ed in effetti la causa principale di lungo periodo è proprio questa: maggiore domanda, offerta limitata, aumento del prezzo.

E’ però interessante notare che i fondi di investimento in commodity, così come gli ETF sul petrolio hanno un ruolo, il cui peso non è del tutto ben definibile, sull’aumento di prezzo del petrolio. Infatti il petrolio è in una situazione di “contango“, una termine che nello slang di chi si occupa di futures indica il fatto che il prezzo “a termine” è maggiore del prezzo attuale.

Tradotto in termini molto semplici: io posso comprare petrolio oggi e pagarlo, mettiamo, 119 dollari, e contemporaneamente vendere un future (che in parole povere, è la promessa di vendere ad una determinata scadenza) a 130 dollari a scadenza 6 mesi. Guadagno sicuro a rischio zero.

Questa redditività ha attratto diversi soggetti che hanno poco a che fare con la filiera del petrolio, come grosse banche di investimento (Morgan Stanley e Goldman Sachs giusto per citarne due) e non ultimi diversi fondi pensione USA. Soggetti che muovono grossi capitali, che hanno il risultato di aumentare considerevolmente la domanda di petrolio, sebbene non siano interessati al prodotto in sé ma solo ai guadagni che possono ottenere comprandolo e vendendolo.

Ma qual’è l’effetto reale dell’ingresso di questi soggetti nel mercato del petrolio? Alcuni commentatori sostengono che se banche di investimento e fondi pensione uscissero dal mercato, il prezzo del petrolio potrebbe scendere anche di 20 dollari. Ma a mio parere la questione non è così semplice. A mio parere, questi soggetti non hanno tanto influenza sull’aumento del prezzo quanto piuttosto sulla velocità dell’aumento. Il motivo è la stessa sicurezza del “business”: attualmente, nessuno sembra dubitare che fra 6 o 12 mesi il prezzo del petrolio sarà più alto di quello attuale, a prescindere dalla presenza o meno in campo di fondi di investimento. Quando il petrolio raggiungerà livelli di prezzo tali che gli operatori “non saranno certi” di ulteriori aumenti, i soggetti che operano solo a scopo speculativo usciranno dal mercato per la perdita di prospettive di profitto sicuro, ma questo difficilmente avrà come effetto una riduzione del prezzo del petrolio.

Insomma, più speculazione, il ruolo di banche di investimento e fondi pensione lo definirei piuttosto una sorta di “arbitraggio temporale”.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

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