Pubbliche le dichiarazioni dei redditi di tutti i cittadini italiani

Probabilmente lo saprete già. L’agenzia delle entrate ha reso disponibili a tutti, i redditi dichiarati da tutti i cittadini italiani nel 2006. Da www.agenziaentrate.gov.it poi dalla home page cliccare sul link Uffici (in alto a destra) quindi cliccare su «elenco uffici» da qui su «elenchi nominativi dei contribuenti» e infine su «consultazioni elenchi dichiarazioni», cliccare sulla regione della persona che si sta cercando, sulla provincia e sul comune e dopo aver inserito un codice di sicurezza presente sulla pagina stessa, scaricare il file che contiene il dato cercato. Ma non solo è possibile conoscere il reddito complessivo, ma anche una serie di dati tutt’altro che secondari, come la categoria prevalente di reddito, l’ammontare del reddito imponibile, l’imposta netta o l’ammontare del reddito d’impresa.

La cosa mi lascia, personalmente, non poco perplesso: capisco che sono dati pubblici, ma non mi pare la cosa migliore diffonderli con queste modalità. Nulla in contrario se uno dovesse almeno mandare una e-mail per richiedere il dato, ma in questo modo la sensazione è di una violazione della privacy, anche perché questi dati potrebbero essere usati in modo “improprio” da terzi (datori di lavoro, fornitori, clienti, ecc.) che potrebbero utilizzare questi dati, senza nemmeno dover fare lo sforzo di chiederli, per guidare le loro scelte.

Personalmente, generalizzando sul problema della privacy, mi pare che ci sia un grosso equivoco nell’approccio alla privacy da parte della legge italiana, che si preoccupa molto dell’esistenza dei dati, ma una volta che i dati “ci sono”, non si cura poi tanto delle finalità del trattamento, che invece dovrebbe essere il problema centrale: in altre parole, il trattamento per le finalità “implicite” dovrebbe essere sempre consentito, mentre dovrebbe essere esplicitamente autorizzato l’utilizzo dei dati per scopi diversi.
Mentre adesso tutto viene spesso risolto con una generalissima informativa che aggiunge burocrazia ma non introduce tutele reali.

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IWBank introduce il token anche per la banca telefonica

A partire dal 6 maggio, IWBank richiederà l’utilizzo del token come autenticazione anche per i servizi di banca telefonica, oltre che per quelli web, per i quali il token è stato reso obbligatorio già da qualche tempo.

Indubbiamente un miglioramento della sicurezza, dato che sarà ben più difficile che qualcuno telefoni a IWBank e si spacci per un cliente ed effettui operazioni bancarie al suo posto. Ma mi domando però fino a che punto questo sia la risposta ad un problema concreto: è abbastanza difficile fare operazioni bancarie “non rintracciabili”, dato che il destinatario dell’operazione non è facile da nascondere, e inoltre l’identificazione del chiamante sulla rete telefonica è una cosa molto più semplice e certa che l’identificazione di chi accede ad un sito web. Purtroppo ammetto di non aver dati statistici per capire le dimensioni del problema.

Sempre meglio sicurezza in più, si potrebbe dire: però a me a questo punto rimane una perplessità. Se a questo punto uno rimane senza token, perché si rompe, o lo perde, ci può essere il rischio di rimanere completamente bloccato. E questo può essere piuttosto grave per il cliente di una banca online: non solo per il cliente-ideale di IWBank, che dovrebbe avere fondi ed azioni (per i quali non aver la possibilità di acquistare o di vendere può comportare un danno concreto), ma anche per i clienti che usano le solo funzioni più tradizionali di conto corrente, basti pensare ai problemi che uno può avere se non riesce a fare un bonifico per un pagamento, o a pagare un F24 o l’ICI. Insomma, ben venga la sicurezza, ma a mio parere bisogna fare attenzione a non correre il rischio di “chiudersi fuori dalla porta”.

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Trento conia una nuova "moneta", lo SCEC

Probabilmente molti di voi avranno già sentito la notizia che il Consiglio comunale che ha approvato la creazione di una nuova moneta, lo Scec, che affiancherà l’euro con lo scopo di creare un circuito commerciale locale a favore di consumatori e piccoli punti vendita.

In realtà, va detto, non è proprio chiarissimo come funzionerà il meccanismo: possiamo immaginare che funzioni come il progetto Scec che è già nato da qualche anno a Napoli, in cui gli Scec non sono una vera e propria moneta “autonoma”, ma possono essere utilizzati solo come sconto fino ad una determinata percentuale del pagamento: ad esempio, formalmente accade che il negoziante (convenzionato) faccia, mettiamo, il 20% di sconto a chi possiede gli Scec e quindi questi paghi 80 in Euro e 20 in Scec. Ma dato che gli Scec sono “riutilizzabili”, sono decisamente più che dei semplici “buoni sconto” ma un vero e proprio strumento di pagamento.

Si tratta di un progetto interessante, che merita di essere seguito per vedere come si svilupperà e quali risultati porterà. Va detto, però, che ci sono anche alcuni rischi cui il progetto si espone, ma se volete sono anche “punti di interesse” del progetto, perché sarà molto interessante vedere come questi problemi saranno affrontati nella pratica.

  1. La moneta è comunque uno strumento di pagamento, il valore reale sta nei beni/servizi che vengono (solitamente indirettamente) scambiati: per cambiare realmente la ricchezza serve intervenire su questi ultimi, in altre parole sulla produttività.
  2. Il rischio di mettere in circolo moneta a cui non corrisponde una maggiore “ricchezza” espone al concreto rischio di inflazione. Il meccanismo rischia di essere lo stesso che si è avuto con alcuni finanziamenti “a pioggia” per l’acquisto di case (dove tutte o quasi le coppie che acquistavano casa ricevevano un finanzamento a fondo perduto in percentuale sul valore dell’abitazione) , il cui risultato è stato un aumento del valore degli immobili di percentuale pressoché pari al finanziamento.
  3. Per ultimo, i benefici degli Scec potrebbero essere più per i commercianti che per i consumatori: infatti questi ultimi, trovandosi degli Scec in mano, dovrebbero per forza utilizzarli presso esercizi convenzionati, a prescindere dalle loro preferenze (e incentivando i rischi di inflazione di cui dicevamo).

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I rischi del protezionismo globale

Il protezionismo e i dazi su importazioni ed esportazioni possono aiutare l’economia di un paese solo se è il solo ad applicarli, ma se invece vengono applicati a livello generale, possono avere pesanti ripercussioni sui prezzi: questo è l’allarme che diversi economisti lanciano di fronte alla tentazione di molti politici (non solo italiani) di introdurre freni alle esportazioni nel tentativo di calmierare i prezzi in aumento.

Infatti il pericolo concreto è di causare una contrazione significativa dell’offerta, direttamente o come ritorsione da parte dei paesi che si vanno a penalizzare con i dazi introdotti, che avrebbe come effetto un’esplosione dei prezzi.

Questo effetto sarebbe già in corso nell’ambito dei prodotti alimentari, dove alcuni paesi hanno limitato le esportazioni per proteggere i consumatori interni, causando però aumenti a livello globale.

Il rischio, temuto soprattutto negli USA, ma che preoccupa anche in Europa, è che venga causata una situazione di stagflazione, con il combinarsi di inflazione (causato dall’eventuale shock nell’offerta causato dal protezionismo) e recessione (aggravata da difficoltà nelle esportazioni)

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Il ruolo dei fondi di investimento nel rialzo del prezzo del petrolio

Abbiamo spesso ripetuto che il prezzo del petrolio sale soprattutto per la maggiore domanda di energia che viene dai paesi “emergenti” come Cina ed India, oltre che dalla debolezza del dollaro. Ed in effetti la causa principale di lungo periodo è proprio questa: maggiore domanda, offerta limitata, aumento del prezzo.

E’ però interessante notare che i fondi di investimento in commodity, così come gli ETF sul petrolio hanno un ruolo, il cui peso non è del tutto ben definibile, sull’aumento di prezzo del petrolio. Infatti il petrolio è in una situazione di “contango“, una termine che nello slang di chi si occupa di futures indica il fatto che il prezzo “a termine” è maggiore del prezzo attuale.

Tradotto in termini molto semplici: io posso comprare petrolio oggi e pagarlo, mettiamo, 119 dollari, e contemporaneamente vendere un future (che in parole povere, è la promessa di vendere ad una determinata scadenza) a 130 dollari a scadenza 6 mesi. Guadagno sicuro a rischio zero.

Questa redditività ha attratto diversi soggetti che hanno poco a che fare con la filiera del petrolio, come grosse banche di investimento (Morgan Stanley e Goldman Sachs giusto per citarne due) e non ultimi diversi fondi pensione USA. Soggetti che muovono grossi capitali, che hanno il risultato di aumentare considerevolmente la domanda di petrolio, sebbene non siano interessati al prodotto in sé ma solo ai guadagni che possono ottenere comprandolo e vendendolo.

Ma qual’è l’effetto reale dell’ingresso di questi soggetti nel mercato del petrolio? Alcuni commentatori sostengono che se banche di investimento e fondi pensione uscissero dal mercato, il prezzo del petrolio potrebbe scendere anche di 20 dollari. Ma a mio parere la questione non è così semplice. A mio parere, questi soggetti non hanno tanto influenza sull’aumento del prezzo quanto piuttosto sulla velocità dell’aumento. Il motivo è la stessa sicurezza del “business”: attualmente, nessuno sembra dubitare che fra 6 o 12 mesi il prezzo del petrolio sarà più alto di quello attuale, a prescindere dalla presenza o meno in campo di fondi di investimento. Quando il petrolio raggiungerà livelli di prezzo tali che gli operatori “non saranno certi” di ulteriori aumenti, i soggetti che operano solo a scopo speculativo usciranno dal mercato per la perdita di prospettive di profitto sicuro, ma questo difficilmente avrà come effetto una riduzione del prezzo del petrolio.

Insomma, più speculazione, il ruolo di banche di investimento e fondi pensione lo definirei piuttosto una sorta di “arbitraggio temporale”.

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I finanziamenti dei manager delle grandi banche americane ai candidati alla presidenza USA

I manager delle grandi banche americane hanno tutte finanziato i candidati alla corsa per la presidenza USA. Non è certo questa la notizia, dato che la “sponsorship” privata è la regola negli Stati Uniti, ma l’aspetto interessante è che i dati sulle donazioni sono pubblici, e si può vedere come i manager delle principali banche hanno suddiviso i finanziamenti ai diversi candidati (dati da Portfolio Business Graphics), e credo che meritino un’occhiata.

Citigroup

  • Hillary Clinton (D): 23.700 $
  • Barack Obama (D): 10.700 $
  • Altri Democratici: 5.000 $
  • John McCain (R): 10.150 $
  • Altri Repubblicani: 14.500 $

J.P. Morgan Chase

  • Hillary Clinton (D): 25.000 $
  • Barack Obama (D): 9.200 $
  • Altri Democratici: 5.800 $
  • John McCain (R): – $
  • Altri Repubblicani: 2.800 $

Lehman Brothers

  • Hillary Clinton (D): 20.400 $
  • Barack Obama (D): 18.400 $
  • Altri Democratici: 27.600 $
  • John McCain (R): 2.300 $
  • Altri Repubblicani: 2.300 $

Merril Lynch

  • Hillary Clinton (D): 4.600 $
  • Barack Obama (D): 1.000 $
  • Altri Democratici: 3.400 $
  • John McCain (R): 28.950 $
  • Altri Repubblicani: 24.700 $

Morgan Stanley

  • Hillary Clinton (D): 59.800 $
  • Barack Obama (D): 14.600 $
  • Altri Democratici: 8.600 $
  • John McCain (R): 2.300 $
  • Altri Repubblicani: 4.000 $

In sintesi, sembra emergere un netto supporto da parte dei manager delle principali banche di Wall Street per Hillay Clinton, e per i democratici in generale, con la grossa eccezione di Merril Lynch i cui manager hanno fatto grosse donazioni al partito repubblicano.

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Impresa e imprenditore: due soggetti distinti e spesso confusi

Imprenditore e impresa non sono la stessa cosa, per quanto spesso i due soggetti vengano confusi. La distinzione non è puramente accademica, ma anzi è secondo me fondamentale per interpretare correttamente gli scenari economici.

Il punto principale è che non è detto che se l’imprenditore fa soldi, l’impresa stia andando bene. Perché un’impresa vada bene, deve operare in modo da garantirsi “l’economicità” di medio-lungo periodo, in altre parole deve avere prospettive di profitto (e di sopravvivenza), come insieme che abbiano un orizzonte temporale non limitato. Se un’impresa va bene, ne traggono giovamento tutti gli stakeholder, i “portatori di interessi”, che non sono solo gli imprenditori, ma anche i dipendenti, i fornitori, la comunità in generale.

L’imprenditore, invece è una persona, che ha obiettivi, preferenze, avversione o propensione al rischio che sono legate alla sua visione personale della vita. Non va interpretato in senso negativo, questo fatto: semplicemente, cosa che a volte si sembra dimenticare, l’imprenditore è un essere umano che ha comportamenti da essere umano.

Nelle piccole aziende, ma anche in quelle medie dove la proprietà è in mano ad un piccolo numero di persone (e magari della stessa famiglia), questo può creare alcuni problemi, perché gli obiettivi che l’imprenditore si pone sono diversi dal quelli che dell’impresa, cosa che può limitare la capacità dell’impresa di assorbire gli investimenti a lungo termine di cui avrebbe bisogno. Questo perché gli investimenti nell’impresa si trovano a competere con gli altri investimenti alternativi che l’imprenditore si trova di fronte (come comprare una casa, per lui o per i figli), e magari l’imprenditore non ha intenzione di fare investimenti che daranno risultati fra diversi anni perché comunque forse prima va in pensione, oppure semplicemente perché “chissà dove saremo fra 5 anni”. E quindi, se ci sono i porti turistici pieni di barche, non è detto che sia perché le cose vanno bene, può darsi anche che le cose vadano male e gli imprenditori preferiscano comprarsi la barca piuttosto che investire nell’azienda.

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Un calcolatore per misurare la "vera" inflazione

Segnalo un servizio web per il calcolo dell’inflazione “personale”, cioè dell’inflazione che realmente viene “subita” da ciascuno di noi. Si tratta di un servizio messo a punto dalla CGIA di Mestre su Repubblica Affari&Finanza, e permette di calcolare l’inflazione non in base ad un “paniere generale” predeterminato, ma inserendo il proprio “modello di consumo”, cioè che parte del proprio reddito si dedica a ciascuna tipologia di prodotti. Inevitabilmente, l’inserimento dei dati è abbastanza lungo (dato che sono previste più di 200 tipologie di prodotti – un sottoinsieme degli oltre 500 considerati dall’ISTAT – di cui indicare la percentuale di reddito dedicata), ma direi che ne val la pena.

Il “calcolatore” prova a superare alcuni dei limiti dell’inflazione “ufficiale” indicata dall’ISTAT, che è (inevitabilmente) basata su un paniere “medio” che però proprio per questo ha dei limiti per quanto riguarda l’effettiva rappresentatività. Resta comunque un altro aspetto che anche questo calcolatore non rappresenta: e cioè che l’inflazione sui vari prodotti ha effetti e implicazioni diverse. In altre parole, se aumentano i prezzi delle scarpe, uno può cambiarle meno spesso senza troppi problemi, ma se aumentano i prezzi degli alimentari, è ben più doloroso iniziare a saltare i pasti…

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Portafogli di investimento: attenzione a destinare la giusta parte del capitale

Spesso si trovano consigli su come comporre un portafoglio di investimento: che percentuali dedicare all’azionario, alle obbligazioni e che parte lasciare sotto forma di liquidità. Anche su questo blog ne avevamo parlato, facendo tre esempi di portafoglio (aggressivo, a rischio moderato e conservativo).

E’ importante però tornare su un punto che a volte viene interpretato male: questi portafogli si riferiscono sempre solo alla parte del vostro capitale che decidete di destinare ad investimento, non a tutti i vostri risparmi. L’equivoco qualche volta nasce dal fatto che i portafogli prevedono una parte da lasciare sotto forma di liquidità, che viene da qualcuno scambiata come la parte da destinare alle “spese correnti”. Non è così: il portafoglio descrive sempre la parte del risparmio da destinare ad investimento, cioè quella di cui prevedibilmente non avrete bisogno per diversi anni.

In sintesi, dunque, il “100%” descritto dai portafogli di investimento essere sintetizzata come il vostro risparmio totale a cui vanno sottratte la quota da destinare alle spese correnti, e le “spese previste” (ad esempio, se state mettendo via i soldi per la casa o se pensate di cambiare auto nel giro di un paio d’anni). In questo modo si evitano grosse delusioni che spesso dipendono proprio dall’aver sovradimensionato il capitale investito, inserendo nel portafoglio di investimento anche risparmi che invece avrebbero dovuto essere disponibili in modo “certo” a breve termine.

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Alitalia italiana: ma perché?

Magari c’è qualcosa che mi sfugge, ma proprio continuo a non capire quali motivazioni rendano preferibile che nella futura Alitalia “ci sia un italiano a prendere le decisioni”.
Se si parla del fatto che le decisioni devono tutelare gli interessi degli italiani (passeggeri, lavoratori, azionisti e semplicemente gente che paga le tasse), il discorso non fa una piega. Anzi, direi senz’ombra di dubbio che sia fondamentale e imprescindibile – sicuramente prioritario – tutelare questi interessi, cosa che però si fa solo con un piano industriale serio ed economicamente sostenibile, altrimenti si fanno solo danni.
Posso concedere che, a parità di tutte le altre condizioni, possa far piacere e quindi preferibile avere una dirigenza di nazionalità italiana. Ma il presupposto è appunto “a parità di tutte le altre condizioni”, e cioè se esistono due piani industriali che tutelano entrambi in egual misura passeggeri, lavoratori, azionisti e cittadini, può essere data la preferenza a quello di “matrice italiana”. Ma non mi pare che esistano soluzioni di questo tipo.

Mi lascia pensare anche che si chieda “pari dignità” tra Alitalia e Air France (o chi sarà il partner industriale): Alitalia, piaccia o no, oggi non ha la stessa dignità di Air France. Se la avesse, non ci sarebbe bisogno di venderla.

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L'Euro si rafforza perché permette una diversificazione implicita?

Sebbene l’Euro si sia molto apprezzato sul dollaro soprattutto a causa dell’indebolirsi della moneta USA, è vero anche che dalla sua introduzione, l’Euro ha comunque aumentato il suo valore. In altre parole, la “domanda” di Euro è aumentata.
Questa “attrattività” della moneta unica può essere ricondotta alla “fiducia” nell’economia dei paesi dell’area-Euro, ma volevo proporvi anche un’altra interessante teoria: la domanda di Euro potrebbe essere motivata anche da un secondo elemento e cioè che è la moneta di più stati diversi, e quindi, implicitamente, è una sorta di investimento diversificato.

Investire in dollari o sterline vuol dire “scommettere” sulle economie di USA o Gran Bretagna, ma investendo in Euro si “scommette” sulle economie di quindici stati diversi, per quanto collegati, che potrebbe essere visto dall’esterno come una via per il contenimento del rischio.

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I risultati delle elezioni: ha vinto il legame con il territorio

Visto che un paio di amici mi hanno chiesto cosa ne penso del risultato delle elezioni, spendo due righe per dire che a mio parere molte delle analisi che sono state fatte sull’esito delle elezioni, sono piuttosto imprecise, distorte da schemi mentali che non rappresentano la realtà.

La chiave di lettura del risultato è che in molti hanno deciso di votare Lega Nord anziché Sinistra Arcobaleno, nonostante fino a ieri avessero votato i partiti che sono confluiti nel movimento. Ma il motivo credo sia da ricondurre solo fino ad un certo punto a “protesta”, e non regge il discorso che l’astensionismo ha penalizzato la sinistra, perché “astensionismo” non c’è stato, come al solito le statistiche vanno guardate bene, e se è vero che quest’anno c’è stata un’affluenza alle urne di 4-5 punti percentuali in meno delle scorse elezioni, è vero anche che la scorsa tornata elettorale aveva visto un’affluenza record.

La vera interpretazione è questa fetta di popolazione si riconosceva nella sinistra perché se ne sentiva parte, perché aveva la sensazione che non fosse un partito “calato dall’alto” ma un qualcosa in cui avevano voce, in cui avevano modo di far valere le loro esigenze, ed i loro desideri: insomma “scrivere” il programma anziché semplicemente scegliere tra quelli presentati da altri. E questo vale non solo per chi attivamente ha giocato qualche ruolo, ma anche di quei molti – la maggior parte – che semplicemente “pensavano che se avessero avuto bisogno, avrebbero trovato un supporto“.

La Sinistra Arcobaleno ha abbandonato questa prospettiva, dimenticando di essere “un’espressione della ‘base'”. Molti oggi citano i fischi di Mirafiori come segno non compreso dei problemi della sinistra, ma a me pare molto più significativo il gelato in faccia a Caruso, leader dei no-global campani era stato candidato dalla Sinistra Arcobaleno come capolista in Veneto. La scelta di candidare Francesco Caruso in Veneto è stata da alcuni vissuta quasi come un tradimento, soprattutto per le modalità di scelta, sentite una sorta di imposizione dall’alto, l’esatta antitesi di quello che è la richiesta di quell’elettorato.

Non deve quindi sorprendere che questi elettori si siano spostati verso l’altro movimento che viene sentito come “un’espressione del popolo”, la Lega, appunto.

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In Brasile scoperto un enorme giacimento di petrolio: potrebbero cambiare gli equilibri mondiali

In Brasile sarebbe stato scoperto uno dei più grandi giacimenti di petrolio del mondo: si tratterebbe del terzo più grande giacimento al mondo, e secondo alcuni si tratterebbe della più importante scoperta di giacimenti degli ultimi 30 anni. Il governo brasiliano ritiene che l’area complessiva dove è localizzato il giacimento possa contenere circa fino a 100 miliardi di barili. Se fosse effettivamente così, il Brasile entrerebbe nei primi 10 produttori di petrolio per riserve a medio-lungo termine, e consoliderebbe il suo status di economia “più che emergente”.

Ma si tratta di una scoperta che potrebbe avere anche effetti significativi anche sul piano geopolitico: limitandosi al sudamerica, basti pensare al cambiamento dei rapporti di forza tra il Venezuela (attualmente il principale produttore di petrolio del continente) e gli altri paesi dell’area.

E ovviamente sono attesi effetti anche sulla politica energetica mondiale, che se comunque deve strategicamente diminuire la dipendenza dall'”oro nero”, il passaggio può essere meno forzato, e quindi almeno ridurre il ricorso ai bio-carburanti, che hanno effetti non trascurabili a livello dei prezzi dei generi alimentari. Non c’è comunque probabilmente da aspettarsi un ribasso del prezzo del petrolio, perché comunque la domanda sarà probabilmente destinata ad aumentare ben più dell’offerta.

Tutto questo sempre che la scoperta del giacimento di petrolio sia confermata. Petrobras, la compagnia petrolifera brasiliana che dovrebbe sfruttare il giacimento, smorza un po’ l’entusiasmo del governo (c’è chi senza mezze misure si sia trattato di un annuncio mirato a “tranquillizzare” la popolazione preoccupata dall’aumento dei costi dell’energia), sottolineando che servono ancora alcune perforazioni per verificare le dimensioni del giacimento, e soprattutto sulle concrete possibilità di sfruttamento, anche da un punto di vista degli investimenti necessari. Ma resta il fatto che anche se le dimensioni non sono quelle prospettate dal governo, il Brasile ha la possibilità di ridurre almeno in parte la sua dipendenza dalle importazioni di risorse energetiche.

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Famiglie in difficoltà con i mutui, ma c'è anche un problema di cultura

Ormai qualche giorno fa, il presidente dell’Antitrust Carticalà parlava delle difficoltà delle famiglie italiane con in mutui. I numeri sono significativi: più di 400.000 famiglie in difficoltà col mutuo e oltre 100.000 a rischio di insolvenza.

Permettetemi però una considerazione che forse sarà antipatica: è vero che le banche non hanno correttamente guidato la scelta dei loro clienti, ma credo che emerga un anche problema di “cultura finanziaria”, di cui in Italia siamo carenti. In altre parole, bisogna (purtroppo) essere in grado di fare da soli i proprio interessi: non si può pretendere che li faccia quella che è la controparte, che ha i suoi interessi. Questo è tanto più vero se si considera che oggi comunque i tassi di interesse sono ben al di sotto della “media storica”, e per cui non si possono considerare “anormalmente elevati”.

Poi, nessuno nega che la trasparenza debba e possa essere migliorata (mi torna in mente la difficoltà di un lettore a sapere quanto poteva permettersi di mutuo), per consentire una scelta consapevole.

Ad esempio, sarebbe interessante che le banche offrissero un calcolatore finanziario per i mutui che funzioni “al contrario” di quelli attuali, e cioè che non parta dall’importo richiesto per arrivare alla rata, ma parta dal reddito, dallo stipendio per calcolare il massimo importo di mutuo che uno può ottenere (tenendo conto del fatto che la rata non deve superare il terzo dello stipendio, ecc.). Anche perché queste situazioni di difficoltà non nascono solo dall’avidità delle banche, ma a volte anche dal “venire incontro” a richieste che sono un po’ oltre le possibilità reali di chi sta acquistando casa.

Avere una percezione chiara di “quanto si può realmente spendere” è tutt’altro che secondario: se 400.000 acquirenti di case si fossero accorti di avere a disposizione un budget minore (perché essere in oggi difficoltà col mutuo vuol dire aver speso troppo, al limite un po’ troppo per la casa e un po’ troppo poco per il mutuo scegliendo il tasso variabile anziché fisso) si sarebbero verosimilmente avuti effetti anche a livello di prezzi delle case – i venditori avrebbero probabilmente dovuto abbassare le loro pretese.

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