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Continua la telenovela Alitalia, con anche l’ultima offerta di Air France che viene osteggiata dai sindacati e dalle parti politiche. Quello che però lascia perplessi, a mio parere è la mancanza di obiettivi in tutta questa storia.
Beninteso, non è che obiettivi ne manchino: è abbastanza chiaro che i sindacati puntano a mantenere lo status quo, mentre vi sono probabilmente parti che puntano a prendersi la proprietà di Alitalia con i soldi dello stato, così come molti che sul tema stanno solo facendo campagna elettorale. Mi riferisco alla mancanza di obiettivi aziendali concreti.

  • È assodato che Alitalia non può continuare ad operare come ha fatto fino ad oggi. È un costo per le casse per lo stato, così come un danno per il sistema economico nel suo complesso. Senza contare, cosa che si tende a dimenticare, che con la sua tollerata inefficienza fa concorrenza sleale alle altre compagnie, penalizzandone i lavoratori.
  • Detto questo, nessuno ha presentato alternative concrete. “Alternative” non vuol dire semplicemente potenziali acquirenti, ma piani industriali validi. Come si rimette in piedi una società come Alitalia? Non mi pare siano state proposte soluzioni concrete da nessuno, se non quella di continuare a pesare sulle tasche altrui.
  • Permettetemi una provocazione: perché Alitalia non se la comprano i dipendenti? Una provocazione fino ad un certo punto, perché se qualcuno avesse un piano industriale valido, finanziatori se ne potrebbero trovare a iosa, avendo un progetto che possa trarre beneficio dalla profonda conoscenza dell’azienda e dimostrando di crederci (insomma, non è che sarebbe necessario fare colletta…).
  • Un’ultima considerazione: la storia dell’italianità della proprietà mi pare una grandissima bufala. Che importanza ha se i due-tre azionisti principali sono italiani, francesi o cos’altro? Al massimo, ci si dovrebbe piuttosto preoccupare delle ricadute per i piccoli azionisti, che sono numericamente molti di più e possono essere tutelati solo con un piano industriale serio.
  • Si continua a confondere la “questione Alitalia” con la “questione Malpensa”, che in realtà sono accomunate solo da un passato di scelte guidate probabilmente più dalla politica anziché da logiche strategiche sostenibili.

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