Le cicatrici che si lascerà dietro la crisi dei mutui subprime

A prescindere dalla pesantezza delle conseguenze economiche (cioè, se avremo/abbiamo una recessione o un forte rallentamento, per quanto questa distinzione possa avere senso), la crisi dei mutui subprime si lascerà dietro delle conseguenze che dureranno a lungo. Perché negli ultimi mesi sono caduti alcuni miti in cui i finanzieri de XXI secolo (ma anche quelli un po’ più anziani) sembravano credere molto. Insomma, non solo risultati economici negativi, ma soprattutto un “trauma psicologico” dovuto al dover rivedere molte convinzioni.

  • il più evidente è che non ci sono investimenti sicuri: l’immobile è sempre stato la sicurezza per definizione, mentre negli ultimi anni è proprio sull’immobiliare che si è creata una bolla speculativa il cui ridimensionarsi ha portato alle conseguenze che vediamo oggi;
  • la fiducia tra i vari componenti del sistema finanziario è stata scossa, con effetti anche sui tassi che le banche reciprocamente si applicano (come si vede bene anche dallo storico del grafico dell’Euribor);
  • c’è stata una sopravvalutazione della liquidità nel sistema e del sistema: fare transazioni non è semplice come si credeva (in altre parole: è più costoso), ad esempio se diminuisce la fiducia; questo potrebbe aver conseguenze nel futuro dato che la liquidità incide sulla valutazione del valore di un asset;
  • si è avuto la dimostrazione che il mercato non è in grado di auto-regolamentarsi, che non è un organismo autosufficiente, soprattutto a causa di alcuni fattori che non sono appieno considerati nelle teorie economico-finanziarie (come sottolinea Ehrenberg):
    • complessità (basti pensare a tutti i titoli esotici nati dal grembo dell’ingegneria finanziaria);
    • interdipendenza (con titoli che attraverso vari passaggi possono finire in qualsiasi portafoglio);
    • errori (ad esempio quelli sul rating, sulle valutazioni di affidabilità e solvibilità – poco importa se compiuti in buona fede o in seguito a conflitti di interesse od altro);
    • attori in malafede (che possono con relativa facilità inquinare i mercati).

Si tratta, in ogni caso, a mio parere, di un trauma positivo, che può far bene agli investitori che hanno dimenticato la lezione della grande depressione USA così come delle difficoltà degli anni ’70, ma va evitato che questa perdita di punti di riferimento si trasformi in panico. Ma credo sia importante evitare che in futuro si creino altre “scatole nere della finanza” in cui nessuno sa bene quello che accade.

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Il business plan (perché in USA un fallimento può aumentare la possibilità di avere prestiti)

Parlavo qualche giorno fa con un conoscente che lavora negli Stati Uniti, e siamo finiti a parlare del diverso approccio delle banche italiane ed americane nel concedere crediti e prestiti. Una delle critiche che spesso si fanno alle banche italiane è che “ti prestano i soldi soltanto se dimostri di non averne bisogno“.
In USA invece l’accesso al credito è molto più semplice, (anche se alla fine è sfuggito di mano, portando agli eccessi di rischi e alle conseguenze che sono diventate evidenti negli ultimi mesi).

In realtà (tralasciando per il momento gli aspetto che non hanno funzionato), nel caso dei crediti alle imprese, la differenza di approccio nei due “stili” di concessione del credito sta nel diverso peso che viene dato al documento del business plan. Il business plan è il documento che riassume quello che potremmo definire il “progetto di business“, cioè come l’impresa (che sta nascendo, si sta ristrutturando o sta lanciando un nuovo prodotto/servizio) si aspetta di guadagnare: il posizionamento del prodotto, la domanda di mercato, flussi di cassa prevedibili, ecc.
La logica è più che corretta, se io chiedo un credito, in pratica chiedo di spostare il “consumo” della mia “ricchezza” dal futuro al presente. Quindi, in effetti, perché questo spostamento sia possibile cono successo le alternative sono solo due, o io già adesso ho “ricchezza” sufficiente per il consumo che desidero (approccio “italiano”, dimostro che sono in grado comunque di rimborsare il prestito a prescindere da cosa succederà nel futuro), oppure sono in grado di dimostrare che questa ricchezza la creerò nel futuro (approccio USA “non distorto”).

Anche in Italia molte banche richiedono un business plan agli aspiranti piccoli imprenditori che chiedono un prestito per la loro impresa. Ma in Italia spesso questo documento viene visto come una pura e semplice formalità burocratica, e ovviamente se le varie analisi che il business plan richiede non sono fatte in modo ponderato, il documento perde completamente di significato. Non mancano neppure casi in cui i numeri del business plan vengono “aggiustati” per venire incontro alle aspettative della banca, perdendo di vista il fatto che il business plan dovrebbe essere in primo luogo uno strumento di riflessione per l’imprenditore: ad esempio, se dall’analisi di mercato e dalle ipotesi di vendite vengono fuori numeri non soddisfacenti, è totalmente inutile (nonché controproducente) adattarli per fare apparire risultati positivi, ma si dovrebbe chiedersi il perché di questi “numeri”, e correggere eventuali errori nel modello di business prima che sia troppo tardi. Chiaramente, questa approssimazione nella redazione del business plan non incentiva le banche a prenderlo in grande considerazione per la decisione di concessione del credito, così come questa scarsa considerazione non contribuisce a spingere gli imprenditori a redarlo in modo attento e curato.

In USA, invece la qualità dell’idea viene premiata molto di più. Ovviamente questo approccio nei prestiti da parte delle banche americane non è dettato da spirito di carità o volontà di supportare le imprese nascenti, ma dal fatto che in questo modo si possono fare molti più soldi: dà la possibilità entrare alla pari dei soci in un business valido dà indubbiamente un ritorno economico molto maggiore che una semplice percentuale su una cifra prestata. Ovviamente perché tutto questo possa aver successo bisogna aver le competenze per capire se un’idea è buona o meno, cosa tutt’altro che banale. Ma questo approccio è così forte che qualcuno arriva a dire che (se l’idea è valida, ovviamente) il fatto che un imprenditore abbia alle spalle un’esperienza di fallimento, può anche essere valutata positivamente nel curriculum imprenditoriale, perché può aiutare a non ripetere gli stessi errori. E’ interessante notare che questa categoria di prestiti “basati sulle idee” non ha avuto grossi problemi, che invece sono venuti da categorie “solide” come i mutui e i prestiti garantiti (la spiegazione è probabilmente anche in un maggior screening delle “idee” rispetto a quello degli “asset”).

Un aspetto interessante è che questo approccio di “attenzione alle idee” prestiti denota una scissione impresa-imprenditore. Proprio il contrario di quello che avviene in Italia, in cui invece impresa ed imprenditore vengono confusi: e infatti quando si parla di “imprese che vanno bene” in Italia di solito si parla di aziende in cui il proprietario fa soldi, anziché di imprese che hanno un business solido e buone prospettive per il futuro: due concetti che non è detto siano sinonimi.

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Gli USA potrebbero stringere i controlli sugli istituti finanziari non-bancari

Secondo una dichiarazione del Segretario, Henry Paulson, il Ministero del Tesoro USA potrebbe presto emanare un progetto per regolamentare gli istituti finanziari non bancari, per la parte di operazioni che svolgono che presenta similitudini con l’attività bancaria (cosa che avviene molto più di frequente che in Italia). L’obiettivo sarebbe quello di migliorare la trasparenza del sistema finanziario, limitando per il futuro il crearsi di “scatole nere” in cui non si sa quel che accade.
La regolamentazione dovrebbe riguardare la gestione del rischio, le riserve di capitale, e la tutela dei consumatori. Come “scambio” per la maggiore regolamentazione, gli istituti finanziari potrebbero avere lo stesso accesso alla liquidità della FED come le banche, non è però chiaro se questo sarà però una misura esclusivamente transitoria per affrontare l’emergenza o meno.
Non darei comunque per scontata l’approvazione a breve di una legge di questo tipo, dato che in USA non sono in pochi ad essere prevenuti contro le forme di intervento dello stato, anche se di tipo regolativo, per cui ci saranno delle resistenze da superare. Ciononostante, la proposta del Ministero del Tesoro USA spinge ad alcune riflessioni:

  • “crolla” il mito del mercato che può sopravvivere guidato solo dalle sue leggi naturali interne, che aveva molto seguito soprattutto in USA: in pratica si ammette, neppure troppo implicitamente, che sono indispensabili regolamentazioni strette delle attività delle istituzioni finanziarie, per evitare pericolose derive.
  • si ammette che la “deregulation” dei mercati finanziari è stata condotta in modo errato, e c’è chi sostiene che l’abolizione alla fine degli anni ’90 di alcune norme introdotte dopo la crisi del ’29 abbiano favorito il sorgere della crisi finanziaria attuale (in particolare, l’abolizione nel 1999 del Glass-Steagall Act del 1933, che teneva separate le attività bancarie, assicurativa e finanziaria).

Inoltre, vanno in ogni caso sottolineati anche alcuni rischi di un intervento regolatore di questo tipo. I rischi principali che gli analisti sottolineano sono tre:

  1. Una de-responsabilizzazione dei “player” finanziari: va bene tutelare gli elementi importanti per il sistema, ma una tutela diffusa potrebbe spingere più di qualcuno ad approfittarne e prendere rischi maggiori.
  2. La frammentazione del controllo e delle regole: potrebbe nascere la tentazione di creare una serie di organismi appositi per controllare ciascun tipo di istituto finanziario, magari con regole molto dettagliate, su misura, anziché linee guida generali valide per tutti.

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Alitalia, si continua a navigare a vista

Continua la telenovela Alitalia, con anche l’ultima offerta di Air France che viene osteggiata dai sindacati e dalle parti politiche. Quello che però lascia perplessi, a mio parere è la mancanza di obiettivi in tutta questa storia.
Beninteso, non è che obiettivi ne manchino: è abbastanza chiaro che i sindacati puntano a mantenere lo status quo, mentre vi sono probabilmente parti che puntano a prendersi la proprietà di Alitalia con i soldi dello stato, così come molti che sul tema stanno solo facendo campagna elettorale. Mi riferisco alla mancanza di obiettivi aziendali concreti.

  • È assodato che Alitalia non può continuare ad operare come ha fatto fino ad oggi. È un costo per le casse per lo stato, così come un danno per il sistema economico nel suo complesso. Senza contare, cosa che si tende a dimenticare, che con la sua tollerata inefficienza fa concorrenza sleale alle altre compagnie, penalizzandone i lavoratori.
  • Detto questo, nessuno ha presentato alternative concrete. “Alternative” non vuol dire semplicemente potenziali acquirenti, ma piani industriali validi. Come si rimette in piedi una società come Alitalia? Non mi pare siano state proposte soluzioni concrete da nessuno, se non quella di continuare a pesare sulle tasche altrui.
  • Permettetemi una provocazione: perché Alitalia non se la comprano i dipendenti? Una provocazione fino ad un certo punto, perché se qualcuno avesse un piano industriale valido, finanziatori se ne potrebbero trovare a iosa, avendo un progetto che possa trarre beneficio dalla profonda conoscenza dell’azienda e dimostrando di crederci (insomma, non è che sarebbe necessario fare colletta…).
  • Un’ultima considerazione: la storia dell’italianità della proprietà mi pare una grandissima bufala. Che importanza ha se i due-tre azionisti principali sono italiani, francesi o cos’altro? Al massimo, ci si dovrebbe piuttosto preoccupare delle ricadute per i piccoli azionisti, che sono numericamente molti di più e possono essere tutelati solo con un piano industriale serio.
  • Si continua a confondere la “questione Alitalia” con la “questione Malpensa”, che in realtà sono accomunate solo da un passato di scelte guidate probabilmente più dalla politica anziché da logiche strategiche sostenibili.

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Il valore delle azioni e le distorsioni introdotte dagli investitori

Recentemente, abbiamo avuto modo di riprendere alcuni concetti base relativi alla borsa ed al valore delle azioni. Mi pare interessante approfondire il tema anche per chi ha un po’ più di dimestichezza con la materia: credo infatti sia interessante evidenziare come il comportamento degli investitori può potenzialmente creare delle distorsioni economiche.

Mi spiego meglio. Se da un lato l’azienda si dovrebbe preoccupare di investire per garantirsi una prospettiva di medio-lungo periodo, dall’altro si trova a dover anche soddisfare l’interesse degli azionisti, che ne sono i soci, e sono interessati al valore delle azioni. Valore che viene attribuito da chi opera in borsa , che cerca in pratica di intuire il futuro (cioè se il valore delle azioni di una società aumenterà o scenderà), ma per farlo può solo far riferimento a:

  • passato, cioè serie storiche (relative al valore delle azioni o ad indicatori più complessi), che possono eventualmente essere espresse sotto forma di grafico;
  • presente, cioè fotografia “istantanea” di indicatori che descrivono l’azienda in quel momento (es. il rapporto P/E prezzo-utile);
  • eventualmente, analogie con aziende simili per settore o altre caratteristiche.

Questi elementi permettono di fare previsioni solo a breve-brevissimo periodo, ma difficilmente possono essere valide con un orizzonte un po’ più lungo, dato che molto spesso chi compra le azioni di una società, soprattutto in grandi quantità, non è un esperto del settore in cui la società opera, e quindi difficilmente è in grado di tenere conto degli elementi che potranno costituire dei fattori di successo fra n anni (ad esempio 5 o 10), rispondendo a domande del tipo “che innovazioni ci saranno nel settore (ad esempio) delle calzature nei prossimi 10 anni?“.
Non sarebbe una risposta fine a sé stessa, anzi potrebbe essere determinante per comprendere il reale valore dell’azienda, se si sta muovendo nella direzione giusta o meno.
Però questa situazione costringe l’azienda a dover investire in modo facilmente comprensibile agli azionisti, con ricadute che devono rimanere in una finestra temporale relativamente breve, e senza stravolgimenti dello scenario competitivo: un atteggiamento che però non sempre premia poi nel medio-lungo periodo.

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Malpensa, Fiumicino e mozzarelle di bufala

Cosa c’entrano Malpensa e Fiumicino con la mozzarella di bufala? Presto detto: rappresentano l’incapacità italiana di confrontarsi con una “dimensione globale”. L’Italia è un paese che pretende di competere a livello mondiale ma è bloccata in una dimensione totalmente localistica e campanilistica, dove le distanze sono misurate su se stesse.

Piaccia o no, rispetto alle dimensioni “mondiali”, l’Italia è un singolo punto. Uno che vive in un altro continente non considera la Campania un qualcosa distinto da Napoli (e dai suoi rifiuti) così come non è scontato che uno che vive dall’altro lato del globo consideri Milano e Roma due luoghi distinti. Non è un caso se i turisti stranieri chiedono ai gondolieri di Venezia di cantar loro “O’ Sole Mio”, e non credo sarebbe facile far capir loro che le canzoni napoletane non sono native di calli e canali.

E non si può accusare gli stranieri di “ignoranza”, dato che noi non siamo certo da meno: non scommetterei che tutti gli italiani sappiano dove sono Amburgo e Norimberga, e ancor meno che se ci fosse un’emergenza sanitaria a Tokyo, comprerebbe le mozzarelle di Kyoto. Anzi, probabilmente non comprerebbe neppure quelle di Seoul.

Purtroppo, in Italia si ragiona in termini di un localismo in cui non ci si rende conto che i problemi che ci riguardano e coinvolgono anche quelli che sono anche leggermente oltre il nostro naso, e con in un’ottica di campanilismo esasperato, dove ciascuna regione/provincia/città/paesotto pretende di essere il centro del mondo. Intendiamoci, non sto dicendo, sul “caso Malpensa”, che questa non abbia diritto/possibilità di diventare un “hub” di primaria importanza, ma può diventarlo solo se c’è un’effettiva richiesta da parte di mercato e utenti in questo senso, per capacità “intrinseche”, e non certo solo per un desiderio politico. Anche perché, diciamocelo, se l’ottica è questa, l’elenco delle città che vorranno un “hub” non sarà certo limitato a Milano e Roma.

Non che sia una novità: mi viene in mente il “caso” delle Università, per le quali in questi ultimi anni abbiamo visto proliferare tutta una serie di sedi e facoltà distaccate, apparentemente con la logica di assecondare le ambizioni delle amministrazioni locali anziché di curare la qualità delle Università stesse.

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Come si passa dall'Euribor 360 all'Euribor 365 e viceversa

Una piccola spiegazione pratica in risposta ad una mail.
L’indice Euribor è utilizzato come base per il calcolo degli interessi su mutui e prestiti, ed in qualche caso anche per gli interessi attivi di alcuni conti correnti. Però ogni banca sembra fare riferimento ad un tasso Euribor diverso, e la cosa può confondere non poco chi cerca di trovare il valore esatto. In effetti, ci sono 15 diversi tassi Euribor, che si differenziano per la durata (da 1 settimana a 12 mesi). Tutti questi tassi sono reperibili sul sito dell’Euribor. Però qui sono espressi in “base 360”, mentre le banche a volte fanno riferimento a valori in “base 365”.

Innanzi tutto, cosa vuol dire? I valori riportati dell’Euribor sono sempre valori annualizzati, dato che in realtà sono di durata molto inferiore. In questa operazione di “annualizzazione”, entra in gioco la durata dell’anno (che può essere convenzionalmente 360 o 365):

(Tasso effettivo / Durata in giorni effettiva) × Giorni dell’anno

Per cambiare la base di riferimento quindi, basta dividere per la base usata nel calcolo e moltiplicare per la base che interessa: per cui per passare dal tasso Euribor-base 360 a quello base 365 basta effettuare il seguente semplice calcolo:

Tasso365 = (Tasso360 / 360) × 365

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Ricerche Frequenti:

  • differenza tra euribor 360 e 365
  • archivio euribor 6 mesi 30 giugno 2008 tasso 365
  • euribor 360 o 365

Perché gli USA potrebbero salvarsi dalla recessione

Abbiamo parlato più volte dei grossi rischi per l’economia USA di entrare in una fase di recessione, potenzialmente severa. Sono però anche numerose le voci più ottimiste (ma non “ottimisti per partito preso”) e credo valga la pena approfondire queste considerazioni. Il punto chiave che viene sottolineato è che è scenari come quelli disegnati da Roubini nel suo “scenario a 12 passi” sono verosimili, ma solo se il mercato è lasciato a se stesso.

Gli USA invece potrebbero, e dovrebbero, fare tesoro del passato, ed in particolare dall’esperienza della deflazione giapponese, scenario temuto da molti. Il timore infatti è che si attivi la cosiddetta trappola delle liquidità, una situazione in cui nonostante gli interessi bassi o nulli gli investitori preferiscono tenere tutto o quasi il loro capitale impegnato a breve termine, piuttosto che investirlo a medio-lungo termine, togliendo però così ulteriore ossigeno all’economia. Come premessa però va detto che lo scenario non è ancora chiaro, dato che vi sono sì analogie con la deflazione “in stile giapponese”, ma altri elementi fanno invece pensare ad una possibile stagflazione.

  • Il governo USA potrebbe intervenire acquistando i Mortgage-Based Securituies, i titoli sui quali si è accesa la miccia della crisi dei mutui subprime, eliminando così dal mercato i rischi ad essi connessi;
  • Uno degli elementi chiave è però l’affidabilità delle valutazioni degli asset: l’intervento pubblico non contribuisce a dare “credibilità” al sistema, ma è necessario l’investimento da parte di terze parti;
  • La crisi del Giappone è stata lunga e pesante, ma la situazione iniziale era peggiore: c’era molta più sopravvalutazione ed indebitamento. In USA adeguate politiche monetarie e fiscali potrebbero essere sufficienti, anche se il prezzo sarà un aumento dell’inflazione;
  • Il vantaggio odierno degli USA rispetto alla crisi del Giappone di qualche anno fa può essere inoltre la tempestività dell’intervento, che nel paese del sol levante invece è tardato.
  • Le politiche monetarie possono non essere sufficienti a risolvere una contrazione del credito dovuta a mancanza di fiducia tra le parti: non vanno esclusi a priori interventi poco convenzionali (soprattutto per gli USA) come l’acquisto da parte dello stato del debito di aziende private (che comunque è quello che in pratica è già successo nel caso di Bear Stearns)

Sicuramente, la possibilità (e la capacità) di sfruttare le esperienze del passato potrà tornare fortemente utile agli USA, a condizione però che le premesse relative alle similitudini ed alle differenze vengano colte appieno, cosa che purtroppo è facile da fare solo a posteriori.

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Cos'è la borsa?

Mi sono arrivate un paio di e-mail con domande molto “basic” su che cos’è la borsa e su alcuni “miti” che aleggiano intorno ad essa. Cercherò di rispondere ad alcune domande, nel modo più semplice possibile.

Cosa sono le azioni?
Le azioni sono quote del capitale di un’azienda. Comprando un’azione si diventa soci dell’azienda: infatti si potrebbe anche votare alle assemblee degli azionisti per designare gli amministratori, ecc.

Qual’è il prezzo giusto di un’azione? Perché le azioni aumentano e diminuiscono di prezzo?
In teoria, il prezzo “giusto” è dato dal “valore attuale” della quota dei profitti futuri dell’azienda che spetterebbero al proprietario dell’azione. Chiaramente nella pratica questo “valore attuale” è solamente ipotetico e cambia in continuazione a seconda dei fattori che influenzano le prospettive della società (ad esempio, condizioni economiche dei paesi in cui la società compra o vende, costo delle materie prime, innovazioni e nuovi prodotti che entrano sul mercato, ecc.).
I motivi per comprare un’azione sono fondamentalmente due: la convinzione che la società renderà più di quello che la quotazione in quel momento dell’azione implica, oppure la convinzione che poi si potrà rivendere l’azione a qualcuno che ce la pagherà più di quanto l’abbiamo pagata noi: in questo secondo caso però il “gioco” è molto più rischioso, se l’aumento di valore non è giustificato.

Come viene fissato il prezzo delle azioni?
Le azioni vengono scambiate sul mercato azionario: il prezzo viene determinato dalla contrattazione tra chi vende e chi compra. In generale, se ci sono più compratori che venditori, il prezzo tenderà a salire, mentre se ci sono più venditori che compratori, tenderà a scendere. C’è un particolare che deve far riflettere: sia chi compra che chi vende è solitamente convinto di aver fatto un affare.

In borsa si può guadagnare solo se qualcun altro perde?
Non è detto: se le condizioni economiche complessive migliorano, e quindi anche le prospettive di guadagno per le società, il valore complessivo totale aumenta nel tempo, quindi in media dovrebbero esserci più guadagni che perdite.

E’ vero che in borsa, nel lungo periodo, si guadagna sempre?
E’ probabilmente abbastanza vero riferito ad una media della borsa in lunghi/lunghissimi periodi e confrontando con investimenti alternativi, ma va tenuto presente che per particolari periodi anche non brevi ci si può trovare in perdita, soprattutto se si tiene conto dell’inflazione. Inoltre, delle società o degli interi settori possono svalutarsi molto, magari perché si esauriscono le loro prospettive.

Comprare un’azione che “costa poco” è un affare?
Non è detto: può darsi che la società sia sottovalutata, ma può benissimo essere che effettivamente la società abbia drasticamente peggiorato le prospettive future. E comunque, bisogna chiedersi anche perché qualcuno è disposto a vendere a prezzi tanto bassi, magari in perdiat.

E’ meglio stare lontani dalla borsa se non si è esperti?
Come sempre, è meglio evitare di mettere i propri soldi in cose che non si sa come funzionano. Questo non vuol dire però che si debba rinunciare a capire come funziona: si può approfondire l’argomento, ricercare informazioni, seguirla un po’, e poi magari iniziare a “giocare” in borsa con piccolissime cifre, giusto per capirne un po’ meglio i meccanismi, senza pretendere in questa primissima fase guadagni ma partendo dal presupposto che la cifra messa “in borsa” andrà perduta. Poi, se lo ritenete opportuno, potete investire cifre più rilevanti, ricordando però di diversificare in modo adeguato l’investimento del vostro capitale.

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Perché i BOT diminuiscono di rendimento quando c'è più domanda di Titoli di Stato?

In questi periodi di difficoltà delle borse, che offrono rendimenti tutt’altro che “sicuri”, molti hanno spostato il proprio capitale, almeno in parte, verso i lidi meno incerti dei Titoli di Stato. Con il risultato però che il rendimento offerto da questi ultimi si è ridotto.
Vale la pena chiarire il meccanismo alla base di questo effetto, dato anche il rendimento dei BOT è alla base anche di altri investimenti, ad esempio i PCT di IWPower, che hanno avuto alcuni movimenti insoliti in termini di tassi.

La spiegazione è in realtà estremamente semplice e banale: il rendimento/valore di un qualcosa di cui aumenta la domanda, aumenta solo se questo qualcosa ce l’avete già in tasca, altrimenti è vero che aumenta il prezzo a cui lo potete vendere, ma aumenta anche quello a cui lo acquistate. Ecco perché non succede, come qualcuno si aspettava, che con la maggior domanda di Titoli di Stato, che questi aumentino di rendimento per i nuovi acquirenti, ma anzi questo diminuisce.

Addentrandoci un po’ di più nel meccanismo, i BOT sono titoli “a sconto” che rimborsano alla pari, il cui interesse è rappresentato dalla differenza tra il prezzo di rimborso e quello di sottoscrizione (ci concentriamo sui BOT perché sono probabilmente il titolo di Stato più semplice, oltre che più noto e diffuso).
In altre parole, i titoli dei BOT hanno un valore fisso (100), e alla fine lo Stato rimborsa sempre e comunque 100. L’interesse deriva dallo scarto di emissione, e cioè il prezzo a cui viene venduto al momento dell’asta di collocamento. Questo prezzo chiaramente sarà minore di 100, perché se compro per esempio “100 euro fra 6 mesi”, sarò sicuramente disposto a pagarli meno di 100 euro, e quindi ad esempio, potrei essere disposto ad offrire 90. Proprio per questo meccanismo d’asta, il rendimento dei BOT diminuisce quando la domanda aumenta: se magari quando ci sono pochi compratori un’offerta di 90 può vincere l’asta (assicurandosi così un rendimento di 10), se la domanda – il numero di potenziali compratori che partecipa all’asta – aumenta, anche il prezzo che vince l’asta sarà superiore. Ad esempio, se tra i compratori c’è chi offre 95, questi vince l’asta ma chiaramente ottiene un rendimento solo di 5.

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Aggiornata la tabella di confronto delle offerte delle banche online

Ho (finalmente, dovrei dire) aggiornato la tabella di confronto delle offerte delle banche online, introducendo alcuni piccoli miglioramenti in base alle indicazioni ricevute da molti di voi. In particolare:

  • subito sotto il nome del conto, viene adesso indicato se si tratta di un conto corrente, di un conto di deposito o di un investimento PCT (pronti contro termine).
  • sono stati riportanti anche gli interessi passivi che la banca applica agli scoperti di conto e/o ai prestiti, quando sono previsti
  • sono state inserite le nuove offerte che prima non erano presenti (es. Barclays).
  • inoltre, la tabella è ora ordinata in ordine alfabetico, per favorire l’individuazione delle varie banche

Come al solito, è possibile che vi siano errori e incompletezze, e se ne notate qualcuna (o ci sono altri conti che secondo voi andrebbero inseriti) vi prego di mandarmi una mail. Chiaramente, lo scopo della tabella non è comunque quello di sostituire l’informazione “ufficiale” da parte delle varie banche, ai cui rispettivi fogli informativi e documentazione dovete fare riferimento per qualunque informazione “certa”, ma solo fornire delle indicazioni e degli spunti.

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Banche europee a rischio?

Dopo la crisi di Northern Rock, continuano le preoccupazioni per la situazione delle banche inglesi, che oltre che delle ripercussioni della crisi USA risentono anche delle difficoltà del mercato immobiliare locale (non a caso, il mercato immobiliare del Regno Unito è stato quello che si è più “gonfiato” negli ultimi anni).

HBOS e HBSC sarebbero particolarmente esposte sul campo degli Asset-Backed Commercial paper, un mercato attualmente in grosse difficoltà. Inoltre, secondo gli analisti, Barclays e Royal Bank of Scotland potrebbero, dover iscrivere a bilancio ulteriori svalutazioni. Ma il problema non è solo inglese: anche UBS e Societé Generale potrebbero dover sopportare perdite maggiori di quanto attualmente previsto.

A complicare la situazione, va detto anche che la Financial Services Authority inglese inoltre sta investigando su possibili abusi di mercato, da parte di persone legate a banche inglesi ed europee, che avrebbero messo in circolazione rumors su possibili difficoltà finanziarie di banche, e speculando sulla conseguente caduta delle quotazioni attraverso la negoziazione di derivati. Insomma, ci vorrà ancora un po’ per fare chiarezza sulla situazione.

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I "benefici" delle recessioni

Abbiamo parlato spesso, e sempre con più timore dell’avvicinasi – o consolidarsi – di una recessione in USA, e la cosa spaventa molto, a mio parere più di quel che dovrebbe. Credo vada sottolineato ancora una volta che una fase di recessione è un evento normale e salutare nel ciclo economico. Non bisogna prendere questa affermazione come fatalismo o pessimismo, ma come un osservare il “quadro generale”, senza farsi prendere dall’ansia del breve periodo. Abbiamo già parlato dell’importanza di avere una logica di medio periodo per l’investimento in borsa (che non vuol dire che se compro un’azione devo rivenderla dopo tot anni, ma che devo essere pronto ad accettare di essere in perdita per un po’ di tempo, anche operando “intraday”).

Uno dei motivi per cui non bisogna aver paura dei periodi negativi, è che mentre nei periodi positivi a tutti va bene, in quelli negativi bisogna essere almeno un minimo “bravi” (come aziende, come investitori, o quant’altro). I momenti difficoltà sono quelli in cui le aziende “valide” si impegnano per tirare fuori qualcosa di nuovo. C’è chi sostiene che è proprio nei periodi di recessione che si hanno le migliori innovazioni, perché quando va tutto bene non serve pensare a una novità. Ad esempio, se le macchine europee sono più efficienti (in termini di consumi – e quindi di impatto ambientale) di quelle americane sarebbe dovuto al maggior costo della benzina che da sempre si ha nel nostro continente rispetto agli USA. Oppure val la pena citare il “modello Toyota”, di “produzione snella”, capostipite dell’ottimizzazione dei processi produttivi, nato (anche) in conseguenza dell’embargo al Giappone dopo la seconda guerra mondiale.

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Alitalia-Air France: questo matrimonio non s'ha da fare?

Questo matrimonio non s’ha da fare“: viene da citare il Manzoni pensando alla vendita di Alitalia ad Air France. E per quelli a cui piace pensar male, non è neppure improprio il parallelo tra i bravi e gli odierni politicanti e sindacalisti.
L’impressione è che vi siano troppi interessi e giochi di potere a cui non si vuole rinunciare per trovare una soluzione “realistica” al problema. Sempre per coloro a cui piace pensare male, c’è chi sostiene che l’esigenza di tutelare ad ogni costo i “lavoratori di Alitalia” è dovuta al fatto che molti politici ci avrebbero “parcheggiato” amici e parenti. Magari non è così, anche se a livello di proprietà anziché di dipendenti, in realtà qualche sospetto viene, quando anche Berlusconi suggerisce l’acquisto da parte di una cordata “a cui potrebbero partecipare anche i suoi figli”. Certo, il suo era solo un esempio.

In ogni caso tutta la faccenda dimostra chiaramente come in Italia vi siano grossi equivoci su cosa voglia dire tutelare l’occupazione e su cosa voglia dire “fare impresa”, o cosa sia un servizio pubblico.

  • Un azienda che fa servizio pubblico non deve per forza ottenere un profitto “a tutti i costi” dalla sua attività, ma l’eventuale perdita (o magari, meglio, quasi-pareggio) deve essere giustificata da motivazioni collegate al servizio offerto, e non da scelte politiche. Ad esempio, può essere accettabile che le ferrovie offrano servizi in perdita perché, ad esempio si fornisce il servizio anche a piccoli centri dove non ci sono economie di scala, o perché si privilegia il trasporto su rotaia perché produce meno inquinamento, e meno incidenti stradali rispetto a quello su gomma. Ma questo non giustifica pesanti e gravi inefficienze strutturali dell’attività (NB: ovviamente – purtroppo – quello delle ferrovie è solo un esempio: non è che Ferrovie dello Stato sia un modello da seguire).
  • Il “core business”, lo scopo dell’esistenza di Alitalia dovrebbe essere trasportare passeggeri, non creare posti di lavoro. I posti di lavoro servono se sono funzionali al servizio offerto. Come ho scritto in passato, è vero che è sbagliato il “taglio a tutti i costi”, ma pre-requisto fondamentale rimane comunque l’efficacia, il raggiungere gli obiettivi.
  • Alitalia ha dimostrato, così come (non) funziona oggi, di non essere in grado di stare in piedi con le sue gambe: continuare supportarla e sovvenzionarla a mio parere non è etico nei confronti dei dipendenti delle altre compagnie che invece operano in modo efficiente, e che per questo anche loro fanno sacrifici.
  • Se lo scopo è solo promuovere l’occupazione, è molto meglio chiudere Alitalia e dedicare le risorse che finora ha assorbito alla ricerca e l’innovazione, attività che genera un indotto molto maggiore e più equo. Val la pena ricordare ogni tanto, che se per esempio si potessero sommare l’indotto degli spin-off e delle innovazioni prodotte dal M.I.T, si otterrebbero in termini di fatturato e di occupazione, dei numeri superiori a quelli di molti piccoli stati.

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