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Ho sempre di più il dubbio che l’insistere del governo americano sul fatto che “gli USA non sono e non saranno in recessione” sia motivato più che altro da ragioni elettorali, dal desiderio di potersi fregiare del fatto che in 8 anni di presidenza Bush l’economia è sempre stata positiva, evitando la recessione anche dopo l’11 settembre.

Eppure, la situazione attuale economica degli USA è abbastanza chiara, e discutere sull’etichetta da utilizzare (“rallentamento”, “frenata” o “recessione”) non cambia la realtà delle cose. Anche perché, permettetemi, il calcolo PIL è (o dovrebbe essere) talmente complesso, per descrivere l’economia reale, che ci sarebbe da riflettere sulla sua effettiva significatività. Per cui si può anche gioire del fatto che il PIL USA nell’ultimo trimestre 2007 è cresciuto dello 0,6% (un valore comunque sotto le attese), ma vi sono altri “campanelli d’allarme” che non possono essere trascurati: ad esempio, l’investimento interno lordo è sceso, nello stesso trimestre, del 12,5% (più delle attese: gli analisti si aspettavano un valore intorno al -10%).

Il dato di fatto quindi è non solo che l’economia USA sta crescendo poco: è soprattutto che i valori che stanno aumentando stanno crescendo meno delle attese, e quelli che stanno scendendo, diminuiscono più delle attese. E’ forse questa considerazione il dato più preoccupante, perché descrive una auto-sopravvalutazione complessiva dell’economia USA, che quindi potrebbe non prendere i provvedimenti adeguati non solo a superare le difficoltà attuali, ma soprattutto a consolidare le basi per il futuro.

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