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L’ISTAT ha stimato che a gennaio l’inflazione abbia raggiunto il 2,9%, il valore più alto dal luglio 2001. Devo dire che personalmente però le stime sull’inflazione non mi “coinvolgono” più di tanto, dato che credo (ma penso sia un’opinione diffusa) che il paniere utilizzato per misurare l’inflazione sia poco rappresentativo nella sua composizione e nei pesi reciproci della realtà. In altre parole: può essere un indice macroeconomico utile agli economisti, ma non credo sia un indicatore concreto del costo della vita.
Non credo di dire nulla di sconvolgente se scrivo che negli anni scorsi c’è sempre stata la percezione diffusa che l’inflazione fosse più alta di quella stimata, e in qualche caso anche di molto.
Val la pena sottolineare che questa poca “rappresentatività” dell’inflazione non obbliga a supporre malafede o volontà di distorcere la realtà da parte di chi la stima, l’ISTAT in questo caso, ma a mio parere discende direttamente dalla complessità del fenomeno: tanto più che la varietà di consumi (il numero di prodotti/servizi acquistati) è aumentata negli ultimi anni, e così inevitabilmente la disomogeneità del paniere reale delle famiglie. È quindi oggettivamente difficile sintetizzare, in modo significativo, con un unico numero la variazione dei prezzi. Basta pensare a come incida in modo diverso l’aumento di prodotti a basso costo (ad esempio pane, o caffé) al variare del reddito percepito.

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