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Sta sollevando molte discussioni la raccomandazione alla “moderazione salariale” che viene dalla Banca Centrale Europea. Soprattutto, diversi “uomini della strada” si chiedono perché la BCE entri nell’ambito degli stipendi e dei rinnovi contrattuali. Facciamo dunque un piccolo passo indietro, e vediamo di capire meglio il “perché” un aumento dei salari possa preoccupare la Banca Centrale Europea, prima di fare delle considerazioni.
Verrebbe spontaneo ritenere che se si aumentano gli stipendi, si aumenta il benessere complessivo. Ma in realtà non è detto sia così, dato che possono esservi effetti collaterali estremamente dannosi (invece i benefici degli aumenti degli stipendi penso di non doverveli elencare…), ed il circolo vizioso temuto dalla BCE è di questo tipo:

  • Se l’aumento dei salari viene interamente riversato sui prezzi dei prodotti, si può avere:
    • Aumento dell’inflazione (e annullamento, in termini reali, dell’aumento dei salari);
    • Perdita di competitività dei prodotti sui mercati internazionali ,con conseguente minore necessità di “manodopera”, e quindi aumento della disoccupazione
  • Se l’aumento degli stipendi non viene riversato sul prezzo dei prodotti, si può avere:
    • Aziende in cui i costi diventano troppo alti in relazione ai ricavi, e imprenditori che decidono di uscire dal mercato: chiudendo le aziende, si genera inevitabilmente disoccupazione;
    • Le aziende in ogni caso staranno molto più attente prima di assumere nuovi lavoratori, aumentando così la disoccupazione, e limitando le capacità produttive;
    • Essendoci meno aziende, e meno produzione, vi è meno offerta complessiva, e di conseguenza, dato che la domanda non diminuisce, i prezzi aumentano, e si ha così un aumento dell’inflazione.

Quindi bisogna tenere fermi i salari? Ovviamente no, ma bisogna anche fare interventi “strutturali”. Intervenire a supporto dei salari è importante, soprattutto per i redditi più bassi che hanno oggettive difficoltà per arrivare a fine mese. Ha probabilmente ragione Epifani, segretario della CGIL, quando dice che è un ragionamento che in questi termini solo per altri paesi in cui negli anni scorsi gli stipendi sono aumentati significativamente, al contrario che in Italia, in cui ci sono gli stipendi tra i più bassi d’Europa, e probabilmente in cui il rapporto tra gli stipendi e il costo della vita è più sfavorevole.

Ma l’aumento degli stipendi, per quanto nel breve o brevissimo termine possono contribuire a sostenere la domanda, esaurisce i suoi effetti relativamente velocemente, per i meccanismi visti sopra. Il punto, come abbiamo sottolineato in passato, è che se io faccio lo stesso lavoro che faceva mio nonno negli anni ’70, posso puntare ad avere un buon tenore di vita… degli anni ’70, senza cellulare, televisione al plasma, tv via satellite, e via così. Il problema, se volete, è che in Italia abbiamo un’economia basata in gran parte su settori e metodi che sono da “paese emergente”, mentre pretendiamo di avere stili di vita e consumi da economia avanzata. La chiave per dare basi solide all’economia è sempre la stessa, che si sente ripetere ormai da anni, ed è cioè quella di puntare su settori a maggior valore aggiunto. Per fare questo però bisogna favorire anche l’imprenditorialità, perché è più facile che sia un’azienda giovane ad avere idee innovative, piuttosto che una “vecchia” dove è più comune che si finisca a competere sul prezzo. E ricordando che è un processo potenzialmente traumatico, soprattutto in termini di cambio di ruoli e rapporti di potere, cosa che spiega da sola perché in Italia si parli molto di innovazione e rinnovamento ma se ne faccia ben poco.

Banche Risparmio [http://www.banknoise.com]

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