USA, frenata o recessione: una distinzione solo a fini elettorali?

Ho sempre di più il dubbio che l’insistere del governo americano sul fatto che “gli USA non sono e non saranno in recessione” sia motivato più che altro da ragioni elettorali, dal desiderio di potersi fregiare del fatto che in 8 anni di presidenza Bush l’economia è sempre stata positiva, evitando la recessione anche dopo l’11 settembre.

Eppure, la situazione attuale economica degli USA è abbastanza chiara, e discutere sull’etichetta da utilizzare (“rallentamento”, “frenata” o “recessione”) non cambia la realtà delle cose. Anche perché, permettetemi, il calcolo PIL è (o dovrebbe essere) talmente complesso, per descrivere l’economia reale, che ci sarebbe da riflettere sulla sua effettiva significatività. Per cui si può anche gioire del fatto che il PIL USA nell’ultimo trimestre 2007 è cresciuto dello 0,6% (un valore comunque sotto le attese), ma vi sono altri “campanelli d’allarme” che non possono essere trascurati: ad esempio, l’investimento interno lordo è sceso, nello stesso trimestre, del 12,5% (più delle attese: gli analisti si aspettavano un valore intorno al -10%).

Il dato di fatto quindi è non solo che l’economia USA sta crescendo poco: è soprattutto che i valori che stanno aumentando stanno crescendo meno delle attese, e quelli che stanno scendendo, diminuiscono più delle attese. E’ forse questa considerazione il dato più preoccupante, perché descrive una auto-sopravvalutazione complessiva dell’economia USA, che quindi potrebbe non prendere i provvedimenti adeguati non solo a superare le difficoltà attuali, ma soprattutto a consolidare le basi per il futuro.

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Euro/Dollaro a livelli record: fin dove si arriverà, e perché?

Il cambio Euro/Dollaro ha raggiunto nuovi record, toccando quota 1,51. La debolezza del dollaro non è certo una novità: un paio di settimane fa si parlava di come fosse ormai stato infranto un tabù, ed i negozi americani iniziano ad accettare pagamenti in “pregiati” Euro, da parte dei turisti. Val la pena sottolineare ancora che si tratta soprattutto di un indebolimento del dollaro nei confronti di tutte le altre monete, e non di un rafforzamento dell’Euro. Tuttavia, questo andamento del dollaro porta in omaggio delle quotazioni del petrolio (in dollari) a livelli record. Come però abbiamo avuto modo di sottolineare quando il petrolio ha superato per la prima volta i 100 dollari al barile, il prezzo del petrolio, se visto in euro, ha un andamento decisamente più lineare, comunque ascendente, ma non “esplosivo”.

Ma la domanda che viene spontanea è, a questo punto: fin dove salirà il cambio?
I maggiori analisti sembrano essere tutti dell’opinione che non si è raggiunto il massimo, e che il cambio potrebbe toccare 1,55 o anche 1,60 entro metà anno. La ragione è semplice: gli Stati Uniti continuano ad essere in una situazione di incertezza, in una fase di “recessione negata”. Entro qualche mese, inevitabilmente le cose diventeranno inequivocabili, in negativo o in positivo. Val la pena sottolineare che una eventuale recessione sarebbe fisiologica, dato che l’economia USA ha avuto uno sviluppo record in termini reali negli ultimi anni, come si vede anche dal grafico del Dow Jones corretto con l’inflazione di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. E in ogni caso, farebbe chiarezza. Nell’incertezza attuale, il dollaro è probabilmente destinato ad indebolirsi ancora, arrivando ai valori che citavamo sopra.

Gli scenari che si possono presentare successivamente, che potrebbero spingere ad una rivalutazione del dollaro, sono due:

  • Gli USA non sono/saranno in recessione: Il dollaro di conseguenza è destinato a rafforzarsi.
  • Gli USA entrano in recessione: dato che gli USA sono un mercato importante per molti paesi, e dato che l’Europa non sembra essere (ancora) in grado di “prendere il timone” dell’economia mondiale, come qualcuno auspicava, o di almeno “disaccoppiarsi” dall’andamento dell’economia USA, una eventuale recessione USA porterebbe secondo qualcuno anche un indebolimento dell’euro, che adesso è probabilmente sopravvalutato, e quindi ad un rafforzamento del dollaro.

Alcuni analisti sostengono che il valore “equo” del cambio Euro/Dollaro sia tra 1,15 e 1,20, e dichiarano di aspettarsi che tale valore sia raggiunto tra fine 2008 e inizio 2009. Staremo a vedere, personalmente mi pare, “a pelle” un valore basso: è vero che al cambio attuale forse il dollaro è sottovalutato, ma è anche vero che il “peso” dell’economia USA a livello mondiale è destinato a diventare sempre minore nel tempo, se non altro per la rilevanza crescente di paesi come Cina ed India che, ogni tanto dovemmo ricordarcelo, da soli costituiscono oltre il 37% della popolazione mondiale.

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Il Festival di Sanremo e l'economia italiana

Cosa c’entra il Festival di Sanremo in un blog che parla di economia, banche e finanza? In realtà molto, perché mi sembra che rispecchi molto la società (e quindi anche l’economia) italiana. Premesso che sono tra quei 51 milioni di italiani che il festival di Sanremo non lo ha visto, credo che rifletta l’incapacità di rinnovarsi e di innovare dell’Italia, in cui si continua a proporre modelli che non hanno riscontro nella società (leggete pure “economia”, se volete) contemporanea.
Come di molte cose in Italia, nessuno ha bene idea che cosa voglia essere il festival di Sanremo. Un varietà? Una manifestazione musicale? In quest’ultimo caso, qualcuno dovrebbe ad esempio chiedersi cosa i “consumatori di musica”, cioè fondamentalmente i giovani da 15 a 35 anni pensino della “rappresentatività musicale” di Sanremo. E inoltre: dovrebbe premiare la qualità o le potenzialità in termini di successo commerciale? In entrambi i casi sono fin troppo evidenti le contraddizioni

Il festival ricalca schemi che non hanno più riscontro nell'”industria” (ma neppure nella community) musicale, schemi che erano attuali ed adeguati negli anni 50 e 60, ma di certo non adesso (basta anche solo pensare allo “stile” MTV). Esattamente nello stesso modo in Italia vengono spesso riciclati modelli economici e sociali “vecchi” di questa presunta “età dell’oro”, inadeguati non solo e non tanto in confronto al resto del mondo, ma soprattutto in relazione alle esigenze degli italiani: e questo avviene dai modelli industriali all’approccio alle “lotte sociali” da parte di molti sindacalisti.

Un modello “vecchio”, quindi, come molti modelli sociali, economici, e politici che si trovano in Italia. E non è un caso se alla “guida” si trova un Pippo Baudo, ottimo professionista ma pur sempre 72enne, e a contendergli il posto vi sia un 84enne Mike Bongiorno, le cui età rispecchiano in modo preoccupante quello di molti politici della Terra dei Cachi.

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Barclays tenta di farsi spazio tra le banche online italiane con Conto 5%

Anche Barclays, una delle principali banche inglesi, cerca di guadagnare spazio nel mercato dei conti online in Italia, in continua espansione. Barclays opera già da tempo in Italia soprattutto nel settore dei mutui, con il marchio Woolwich, ma per adesso la raccolta in termini di conti correnti e di deposito è ancora ridotta, e la banca inglese cerca di ampliare la sua posizione con questa offerta.

Conto 5%, come si può facilmente intuire dal nome, è un conto corrente che offre un interesse del 5% lordo. Il 5% (3,65% netto) è un interesse promozionale, che però viene riconosciuto fino al 31 dicembre 2008. Insomma, se volete, Barclays “vince” il confronto con la promozione di Santander, dato che anche questa offre il 5%, ma solo fino a fine marzo.
Ma come dicevamo, quello di Barclays è un conto corrente, e quindi comporta alcune spese aggiuntive. Oltre al bollo di legge (soliti 34,20€ annui), il Conto 5% di Barclays prevede un canone di 5 Euro mensili se il cliente non ha uno dei seguenti requisiti:

  • domiciliazione dello stipendio sul conto;
  • 10.000 Euro investiti su un fondo (oppure PAC da almeno 200 Euro al mese)
  • un mutuo o un prestito di almeno 5.000 Euro.

In presenza di una di queste condizioni, il canone mensile si azzera, ma c’è un particolare: la rispondenza ai requisiti viene verificata annualmente al 31/12 di ogni anno, e sembrerebbe che per tutto il 2008 il canone di 5 euro debba essere comunque corrisposto.

Un’altra caratteristica del conto di Barclays è che è previsto un tetto massimo (50) di prelievi da bancomat di altre banche: oltre, i prelievi via bancomat costano 2 euro l’uno. Va detto che, comunque, 50 prelievi l’anno non sono pochi, anche se è verosimile che quasi i prelievi vengano fatti presso altre banche, dato che non ci sono molti sportelli di Barclays Bank Italia in giro. In compenso, con il conto è compresa la carta di credito Barclays Premium, a canone azzerato.

Per quanto riguarda i bonifici, in perfetto stile banca online, sono gratuiti se effettuati via internet o telefono, mentre costano 4€ se effettuati allo sportello.

Un’ulteriore aspetto interessante è che, dopo la fine della promozione (dal 2009 in poi, insomma) il tasso di interesse attivo è legato all tasso Euribor, ed è fissato come Euribor 1mese /365 meno il 2%. Cioè, ipotizzando un tasso Euribor pari al 4,19% (quello del 22 febbraio scorso), il tasso attivo sarebbe fissato a 2,19% (lordo). Che non è proprio malvagio per un conto corrente, ma credo che molti consumatori si aspettino qualcosina in più da una banca online. Mi viene abbastanza spontaneo il confronto con Unicredit Xelion Banca, che anch’essa lega il rendimento del conto all’Euribor (anche se Xelion è sicuramente una cosa un po’ diversa), dove però lo “spread” è solo dello 0,50/0,75% anziché del 2.

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Come si compone un portafoglio investimenti adeguato alle proprie esigenze

Sento molte persone che si lamentano di aver perso grosse cifre negli ultimi mesi in cui la borsa è andata male. Molto spesso, questo risultato è conseguenza di una serie di fattori, tra cui una sottovalutazione o una cattiva interpretazione del rischio insito nell’investire in azioni o fondi. E spesso collegato vi è una errata composizione del portafoglio di investimenti, su cui quindi val la pena di fare qualche ragionamento.

Innanzi tutto, la “regola zero”, il portafoglio deve essere un portafoglio, cioè deve contenere investimenti diversi, essere almeno un minimo diversificato: altrimenti ci si espone a volatilità estrema e a fattori specifici. Permettetemi in questo senso di auto-citarmi: quello che è veramente scandaloso di scandali come quello di Parmalat, non è tanto se e come le banche hanno venduto azioni di una società che pensavano potesse essere in difficoltà, ma che abbiano lasciato che diverse persone investissero una quota significativa dei propri risparmi su una singola azione.

Poi, il portafoglio deve rispecchiare il rischio che intendete sostenere. Ad esempio, si possono immaginare tre “modelli” indicativi di portafoglio:

Portafoglio “conservativo”

Portafoglio “a rischio moderato”

Portafoglio “aggressivo”

Ovviamente, questa è una suddivisione indicativa, i portafogli andrebbero analizzati un po’ più a fondo (ad esempio, che quota va destinata agli investimenti su mercati “emergenti”, o se abbia senso investire in BOT dato che molti conti correnti offrono PCT che rendono di più), ma già così possono essere utili per vedere se i vostri investimenti rispettano il vostro profilo di rischio.

Ma è importante fare una considerazione, che è fonte spesso di errori (che poi costano molto): il portafoglio di investimento non è il “portafoglio del capitale”. In altre parole, il 100% non è tutto il nostro capitale, ma solamente la parte che decidiamo dedicata all’investimento. Per cui, vanno tenuti “fuori” dal portafoglio, i soldi che ad esempio servono per le spese “correnti”, o per le spese programmate (es. casa, auto), e investiti con un orizzonte temporale adeguato. Altrimenti, ci si trova con un portafoglio di investimento che ha un rischio molto più alto di quello che si è disposti a sopportare: da cui le brutte sorprese di cui parlavamo all’inizio.

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Perché l'inflazione serve all'economia?

Non si vivrebbe meglio in un mondo dove non ci fosse inflazione? Non dovrebbe essere meglio un mondo in cui i prezzi rimangono costanti? Nonostante venga abbastanza spontaneo pensare che “senza inflazione si starebbe meglio”, in realtà non è così, perché l’inflazione svolge un ruolo molto importante per l’economia.
Chiaramente, stiamo parlando di “poca” inflazione, un livello eccessivo chiaramente porta grossi danni, di cui abbiamo già parlato a proposito dell’iper-inflazione. E ovviamente, prima di causare equivoci con “poca” intendiamo “effettivamente poca”, non che “l’inflazione deve essere poca perché misurata in modo dubbio“. Già che ci siamo, mi pare positivo anche il fatto che finalmente si misuri anche l’inflazione “sulla spesa quotidiana”, che come saprete è risultata essere del 4,8% e non del 2,9%: è importante avere informazioni corrette per effettuare interventi adeguati.
Ma tornando a noi, che lati positivi può avere l’inflazione (mentre quelli negativi sono evidenti a tutti), tanto che uno degli effetti economici più temuti è quello, opposto all’inflazione, della deflazione?

  • L’inflazione permette un minimo di flessibilità sui prezzi “non rinegoziabili verso il basso”, che è il caso di molti prezzi che spesso il venditore non accetta di diminuire. E’ il caso degli immobili, che difficilmente il venditore accetta di vendere o affittare a meno dell’anno precedente, ma anche dei salari e degli stipendi che dovrebbero idealmente aumentare o diminuire secondo la produttività, che è un concetto però del tutto diverso dal “lavorare di più” che viene ogni tanto sbandierato, (ovviamente questo è vero se si parte da un livello di retribuzione “adeguato”).
  • L’inflazione permette una redistribuzione delle risorse:
    • infatti il “mercato” è incentivato ad investire anziché tenere il capitale “sotto il materasso” per tutelare il valore del capitale: investimento che può essere “diretto” o indiretto (al limite, mettendo i soldi in banca, che li presta alle aziende), favorendo quindi la dell’economia e dell’occupazione.
    • Siccome l’inflazione non è omogenea su tutti i beni, prodotti e servizi, e poiché solitamente le persone non hanno solo capitale monetario nel conto in banca ma anche altri beni (case, auto, mobili, ecc.), la ricchezza viene redistribuita anche in base a come l’inflazione si sviluppa su ogni singolo bene.
  • L’inflazione diminuisce il costo del farsi prestare del capitale: infatti, dato che uno degli effetti dell’inflazione è che almeno nel medio-lungo termine aumentano gli stipendi, di conseguenza il “peso” delle rate diminuisce. Ad esempio, se oggi faccio un mutuo a 30 anni a tasso fisso, con una rata di 500 Euro, e guadagno 1.000 Euro al mese, il peso relativo della rata è del 50% sul mio stipendio: in un trend inflazionistico. Fra 20 anni, è verosimile che lo stipendio, solo per cause di “recupero dell’inflazione” (non per “promozioni” o cose del genere insomma), diventi di 1.500 Euro. La rata quindi non pesa più per il 50% sullo stipendio, ma per il 33%.

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Ricerche Frequenti:

  • perchè è importante l inflazione
  • spetti positivi dell inflazione

Molti spunti dal grafico del Dow Jones corretto con l'inflazione:

Dall’analisi del grafico dell’indice Dow Jones corretto con l’inflazione vengono numerosi spunti. Si tratta di un grafico calcolato in modo molto semplice, dividendo il valore dell’indice della borsa americana per CPI-U, che è il Consumer Price Index All Urban Consumers, indice dei prezzi al consumatore in USA.

Dow Jones Industrial Average (DJIA) inflation-adjusted (corretto per tenere conto dell’inflazione) – scala lineare

Osservando il grafico, mi vengono in mente diverse riflessioni.

  • Non è così vero che “in borsa nel lungo termine si guadagna”: al netto dell’inflazione, non sembra difficile avere risultati negativi. Certo, probabilmente si otterrebbero risultati ancora peggiori se si sceglie di non investire in borsa.
  • Risultano particolarmente evidenti i cicli di espansione e recessione dell’economia, dato che questi ultimi sono spesso “mascherati” in periodi in cui magari la borsa ha risultati positivi, ma che non arrivano a “battere l’inflazione”.
  • Non si può non notare il periodo di enorme espansione dal 1996 al 2000. In effetti, in quegli anni le economie della maggior parte dei paesi del mondo (si pensi a paesi come la Spagna o l’Irlanda) si sono notevolmente sviluppate. Viene abbastanza spontaneo (ma è un idea buttata là) pensare alle innovazioni tecnologiche e organizzative che sono diventate “di massa” in quegli anni. Mi rimane un po’ il dubbio che l’Italia abbia perso questo treno, ripiegata su se stessa con motivazioni (ed a volte scuse) di vario tipo.

Potete trovare in questo post ulteriori grafici in cui trovate anche il confronto tra il Dow Jones corretto e non corretto.

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Grafici: il Dow Jones corretto per tenere conto dell'inflazione

Grafici dell’andamento storico dal 1924 al 2008 dell’indice Dow Jones, corretto per tenere conto dell’indice dei prezzi USA e quindi dell’inflazione.


NERO – Dow Jones Industrial Average (DJIA)
ROSSO – Dow Jones Industrial Average (DJIA) inflation-adjusted (corretto per tenere conto dell’inflazione)

BLU – CPI-U (Consumer Price Index All Urban Consumers), indice dei prezzi USA

Scala lineare


NERO – Dow Jones Industrial Average (DJIA)
ROSSO – Dow Jones Industrial Average (DJIA) inflation-adjusted (corretto per tenere conto dell’inflazione)

BLU – CPI-U (Consumer Price Index All Urban Consumers), indice dei prezzi USA

Scala
logaritmica


NERO – Dow Jones Industrial Average (DJIA)
Scala
logaritmica


BLU – CPI-U (Consumer Price Index All Urban Consumers), indice dei prezzi USA
Scala lineare


ROSSO – Dow Jones Industrial Average (DJIA) inflation-adjusted (corretto per tenere conto dell’inflazione)
Scala lineare


ROSSO – Dow Jones Industrial Average (DJIA) inflation-adjusted (corretto per tenere conto dell’inflazione)
Scala logaritmica

I dati sono basati (ricalcolati, per sicurezza) a partire da questo lavoro

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Ricerche Frequenti:

  • grafico dow jones 20 anni

Informazione finanziaria "approssimativa"

Leggo su corriere.it che i tassi di interesse sui prestiti sarebbero arrivati al massimo storico, e non posso non rimanere colpito dall’approssimazione di un titolo del genere. È indubbio che i tassi siano cresciuti, e che abbiano raggiunto il valore più alto degli ultimi due anni. Ma da qui a parlare di “massimo storico” ce ne passa: basta vedere il grafico storico dei tassi di interesse della Banca d’Italia per rendersi immediatamente conto che in realtà nel periodo 2003-2006 i tassi erano a livelli eccezionalmente bassi, e la “normalità” storica è stata ben altra.
Trovo pericoloso questo genere di sensazionalismo, perché se è vero che è giusto dare voce a chi è in difficoltà per l’aumento dei tassi, si rischiano di creare delle aspettative che rischiano di guidare i consumatori a fare scelte sbagliate.

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Credit Suisse: "errori contabili" per 2,85 miliardi di dollari?

Credit Suisse ha annunciato che dovrà effettuare delle correzioni ai conti del primo trimestre per 2,85 miliardi di dollari. Un annuncio che arriva inatteso, dato che appena ieri i conti sembravano in perfetto ordine e si parlava di un’entrata del fondo sovrano del Qatar nell’azionariato della banca. Ma l’aspetto che lascia perplessi è che la motivazione ufficiale è la correzione è dovuta ad alcuni errori contabili compiuti da un numero limitato di trader relativi al prezzo dei bond in portafoglio, che sarebbero emersi da un’ indagine interna.

Fin troppo facile pensare a un altro caso “Societe Generale”. Lo scenario che emerge aggiunge ulteriori dubbi all’affidabilità del sistema bancario europeo, di cui è ormai facile sospettare che le procedure di gestione non sono in grado di garantire la trasparenza dell’operatività delle banche. Oppure, il che non sarebbe comunque tranquillizzante, che le basilari regole di sicurezza informatica sono ignorate.

Insomma, continua a sembrare lontana la parola fine sulla “crisi del credito“, ma ogni giorno che passa a mio parere la cosa diventa più preoccupante: non tanto per le perdite finanziarie in sé, ma perché è inquietante che una banca come Credit Suisse si accorga di avere “errori contabili” in bilancio per quasi 3 miliardi di dollari.

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Molte delusioni dai fondi "absolute return"

Una categoria di fondi che sulla carta dovrebbe essere molto interessante è quella dei fondi “absolute return”. I fondi absolute return dovrebbero garantire performance “assolute”, anziché “relative”, tradotto vuol dire che puntano ad ottenere un guadagno in qualunque situazione di mercato, e non semplicemente a battere un “benchmark”, un indice di riferimento.
Per capire perché questo diverso orientamento è significativo, basti immaginare che in un certo intervallo di tempo l’indice di riferimento perda, ad esempio, il 15% (non serve neppure molta immaginazione, di questi tempi…). Bene, se un normale fondo nello stesso periodo perde, mettiamo,”solo” il 10% rispetto al suo indice, questo viene considerato un successo per il fondo, in quanto ha “battuto il benchmark”. Ma è una situazione che probabilmente non genera molta soddisfazione nell’investitore.

I fondi absolute return, invece, puntano ad ottenere un attivo, relativamente ridotto (almeno, i fondi cui possono accedere i “comuni mortali”), un paio di punti più dei BOT, ma in qualunque situazione di mercato. Per fare questo, la strategia prevede di la possibilità di utilizzare strumenti finanziari diversi, dalle azioni, ai Titoli di Stato, alla liquidità. In particolare, idealmente nelle fasi in cui la borsa va su, il fondo dovrebbe investire in azioni, mentre nelle fasi di negatività dovrebbe spostarsi sui rendimenti “certi” di titoli di stato e, al limite, liquidità.

Fatto sta che le performance della maggior parte dei fondi absolute return non hanno mantenuto le promesse. Non solo non hanno raggiunto l’obiettivo di rendere un po’ più dei titoli di stato, ma la grande maggioranza dei fondi ha registrato nell’ultimo anno performance negative, dimostrando una correlazione con il mercato ancora forte, che deve spingere a riflettere chi sperava (o prometteva) che questi strumenti fossero “investimenti sicuri“.

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La crescita dell'Europa frena per cause interne?

L’economia Europea rallenta. E fin qua nulla di nuovo. Ma il dato che fa riflettere è che secondo alcuni dati citati dall’Economist, la frenata deriverebbe sì dal rallentamento delle economie dei paesi che ricevono le maggiori esportazioni dall’area-euro (USA e Gran Bretagna), ma ci sarebbe anche una forte componente di rallentamento della domanda interna.

E in effetti non si può negare che tutti i consumatori (anche fuori dall’Italia, che è per molti versi un caso a parte) siano decisamente “sul chi vive” perché hanno dubbi più o meno espliciti su quello che li aspetta per il futuro prossimo. E’ vero che, per certi versi, la “tensione” dei consumatori europei può apparire eccessiva, dato che a livello europeo oggi si ha il minimo storico di disoccupazione, e che facendo i consumatori europei meno ricorso ai prestiti che i consumatori USA o inglesi, rischiano molto meno dalle difficoltà delle banche conseguenti alla “crisi dei mutui subprime”. Però non sono dati che bastano da soli a tranquillizzare.

In ogni caso, però, questa situazione non aiuta certo quel “passaggio del testimone” tra l’economia USA e quella UE, auspicato da molti, che vorrebbero un’economia mondiale meno USA-dipendente, complicando lo scenario a livello mondiale come conseguenza alle difficoltà che sta affrontando l’economia USA.

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Conto corrente BNL Revolution: le banche tradizionali scoprono l'online

BNL (gruppo BNP Paribas) sta promuovendo un nuovo conto corrente, “BNL Revolution”. Si tratta di un conto di cui val la pena parlare, sia perché dato che si sente spesso la pubblicità, in diversi sono curiosi di capirne qualcosa in più, ma anche perché che credo possa rientrare in quelle “risposte” delle banche tradizionali alla pressione competitiva crescente delle banche online che avevamo più volte atteso.

Quello che caratterizza BNL Revolution è che indubbiamente nasce come conto che incentiva l’operatività online. Infatti il conto corrente è a canone zero finché si utilizzano i servizi della banca via internet o telefono, ma se invece si fanno operazioni allo sportello, viene addebitato un canone fisso di 6,90 Euro mensili, per ciascun mese in cui si sono fatte operazioni a sportello.
In ogni caso, l’operatività via internet conviene, dato che dovrebbe essere possibile effettuare gratuitamente bonifici, pagamenti ICI e simili, eccetera. Ho scritto “dovrebbe” perché il foglio informativo genera un po’ di confusione su questo, dato che da una parte scrive che BNL Revolution comprende la possibilità di fare gratuitamente bonifici, dall’altra scrive che e-family BNL (la funzionalità di banca online) prevederebbe 0,65 euro per un bonifico ad un altro conto BNL o 1,00 euro per un bonifico ad un altra banca. Immagino comunque che questo sia più che altro un problema derivante dall’aver alla fine unito fogli informativi di servizi diversi, che spero BNL sistemi almeno aggiungendo qualche nota che eviti dubbi.

Un altro aspetto interessante è che il canone di 6,90 euro mensili previsto in caso di operazioni allo sportello, viene comunque azzerato se il titolare ha meno di 27 anni (attenzione, però: vuol dire che tutti gli eventuali co-intestatari devono avere meno di 27 anni). La cosa non è assolutamente sciocca, dato che i più giovani sono solitamente anche quelli che più spesso fanno operazioni a sportello, non tanto per scarsa familiarità con la tecnologia, ma piuttosto perché sono quelli che più spesso sono pagati in contanti e con assegni, per lavori “saltuari”, che rende necessario recarsi nella filiale della banca per versare i contanti o l’assegno.

Per ultimo: BNL Revolution prevede tasso di interesse attivo praticamente nullo, 0,10%. Si tratta di un limite, che però credo dimostra come l’obiettivo è fare concorrenza alle banche tradizionali, e non confrontarsi con le offerte di banche online come IWBank, Fineco, We@Bank o WebSella, che credo di poter dire siano più convenienti.

Ciononostante, BNL Revolution può comunque essere interessante per chi non è interessato più di tanto agli interessi attivi (magari perché non tiene molti soldi sul conto corrente) e vuole comunque un conto online a costi (quasi) zero, con la “tranquillità” di poter rivolgersi ad uno sportello in caso di bisogno.

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Perché la BCE dice che bisogna contenere gli aumenti degli stipendi?

Sta sollevando molte discussioni la raccomandazione alla “moderazione salariale” che viene dalla Banca Centrale Europea. Soprattutto, diversi “uomini della strada” si chiedono perché la BCE entri nell’ambito degli stipendi e dei rinnovi contrattuali. Facciamo dunque un piccolo passo indietro, e vediamo di capire meglio il “perché” un aumento dei salari possa preoccupare la Banca Centrale Europea, prima di fare delle considerazioni.
Verrebbe spontaneo ritenere che se si aumentano gli stipendi, si aumenta il benessere complessivo. Ma in realtà non è detto sia così, dato che possono esservi effetti collaterali estremamente dannosi (invece i benefici degli aumenti degli stipendi penso di non doverveli elencare…), ed il circolo vizioso temuto dalla BCE è di questo tipo:

  • Se l’aumento dei salari viene interamente riversato sui prezzi dei prodotti, si può avere:
    • Aumento dell’inflazione (e annullamento, in termini reali, dell’aumento dei salari);
    • Perdita di competitività dei prodotti sui mercati internazionali ,con conseguente minore necessità di “manodopera”, e quindi aumento della disoccupazione
  • Se l’aumento degli stipendi non viene riversato sul prezzo dei prodotti, si può avere:
    • Aziende in cui i costi diventano troppo alti in relazione ai ricavi, e imprenditori che decidono di uscire dal mercato: chiudendo le aziende, si genera inevitabilmente disoccupazione;
    • Le aziende in ogni caso staranno molto più attente prima di assumere nuovi lavoratori, aumentando così la disoccupazione, e limitando le capacità produttive;
    • Essendoci meno aziende, e meno produzione, vi è meno offerta complessiva, e di conseguenza, dato che la domanda non diminuisce, i prezzi aumentano, e si ha così un aumento dell’inflazione.

Quindi bisogna tenere fermi i salari? Ovviamente no, ma bisogna anche fare interventi “strutturali”. Intervenire a supporto dei salari è importante, soprattutto per i redditi più bassi che hanno oggettive difficoltà per arrivare a fine mese. Ha probabilmente ragione Epifani, segretario della CGIL, quando dice che è un ragionamento che in questi termini solo per altri paesi in cui negli anni scorsi gli stipendi sono aumentati significativamente, al contrario che in Italia, in cui ci sono gli stipendi tra i più bassi d’Europa, e probabilmente in cui il rapporto tra gli stipendi e il costo della vita è più sfavorevole.

Ma l’aumento degli stipendi, per quanto nel breve o brevissimo termine possono contribuire a sostenere la domanda, esaurisce i suoi effetti relativamente velocemente, per i meccanismi visti sopra. Il punto, come abbiamo sottolineato in passato, è che se io faccio lo stesso lavoro che faceva mio nonno negli anni ’70, posso puntare ad avere un buon tenore di vita… degli anni ’70, senza cellulare, televisione al plasma, tv via satellite, e via così. Il problema, se volete, è che in Italia abbiamo un’economia basata in gran parte su settori e metodi che sono da “paese emergente”, mentre pretendiamo di avere stili di vita e consumi da economia avanzata. La chiave per dare basi solide all’economia è sempre la stessa, che si sente ripetere ormai da anni, ed è cioè quella di puntare su settori a maggior valore aggiunto. Per fare questo però bisogna favorire anche l’imprenditorialità, perché è più facile che sia un’azienda giovane ad avere idee innovative, piuttosto che una “vecchia” dove è più comune che si finisca a competere sul prezzo. E ricordando che è un processo potenzialmente traumatico, soprattutto in termini di cambio di ruoli e rapporti di potere, cosa che spiega da sola perché in Italia si parli molto di innovazione e rinnovamento ma se ne faccia ben poco.

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