Il nuovo taglio dei tassi della FED non convince le borse europee

La FED ha tagliato di nuovo i tassi, dopo il taglio a sorpresa dello 0,75% di pochi giorni fa, portando il Fed Fund Rate al 3,00%. Personalmente, devo ammettere che questa scelta mi ha un po’ sorpreso, dato che (come altri) pensavo che il 22 gennaio scorso si fosse deciso di “anticipare” il taglio preventivato per fine mese, e che quindi a fine mese non sarebbe accaduto nulla. Invece, ecco che nel giro di due settimane i tassi della Fed sono scesi dell’1,25%.

La ragione della scelta è facilmente comprensibile, ma condivisibile fino ad un certo punto. Il problema di fondo è che l’economia USA è cresciuta negli ultimi anni (ma è un trend di origini lontane) soprattutto grazie all’indebitamento, di privati e di aziende, che ha raggiunto livelli difficilmente insostenibili.
Questo taglio dei tassi sicuramente va a favore di famiglie e aziende americane, che così vedranno alleggerite le rate, ma è anche vero che, come si vede chiaramente dal grafico storico dei tassi FED, i tassi attuali sono già al di sotto del “tasso medio storico”, che è ben oltre il 5,50%. In altre parole, il taglio dei tassi va a “drogare” ulteriormente l’economia USA, e a mio parere la cosa può comportare rischi superiori a quelli di una recessione di qualche trimestre, qualora non vengano prese iniziative strutturali perché gli americani vivano entro i limiti delle loro possibilità.

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Storico dei tassi FED

Grafico storico dei tassi FED (FED Funds Rate), dal 1954 fino al 31 gennaio 2008.
In nero c’è il grafico del tasso, mentre la linea rossa orizzontale è il tasso medio, calcolato come media ponderata, in base al numero di giorni in cui tale tasso è stato in vigore. Credo sia un valore interessante per valutare meglio i tassi attuali.
Attualmente il tasso medio, così calcolato, è pari a 5,69%.

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Di nuovo sull'immobiliare

Una piccola nota aggiuntiva sul tema dell’immobiliare, dato che ho appena visto che Mattone Arancio (che segue più o meno l’indice EPRA) ieri (martedì 29) ha quotato 42,18, con un bel +4,10% rispetto alla giornata precedente, che vuol dire un +10,94% rispetto al minimo (38,02) del 21 gennaio, nemmeno dieci giorni fa.

Qualcuno inizia a pensare che sia segno che il settore immobiliare sta riprendendo a tirare, e che adesso inizierà a premere sull’acceleratore come gli anni precedenti. A me però personalmente stupirebbe un po’ se ripartisse subito con i ritmi che aveva nel 2006. Per un motivo semplicissimo, che è quello che evidenziava correttamente Giorgio nel commento al precedente post, È il momento di investire sull’immobile? Non ancora, ma forse manca poco (ah, una piccola nota: quel “manca poco” era un “poco” inteso con i tempi dell’immobiliare…) attualmente, gli immobili hanno raggiunto prezzi che chiunque giudica eccessivi. Almeno nella mia esperienza: se c’è qualcuno che pensa che i prezzi attuali siano equilibrati, lieto di sentire la sua opinione nei commenti.
Si è riusciti ad arrivare ai prezzi a cui si è arrivati perché, oggettivamente, molta gente ha “deciso”, più o meno consapevolmente, di vivere oltre le proprie possibilità. Insomma, almeno per l’edilizia residenziale, mi sembra difficile che i prezzi non siano destinati a scendere.

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È il momento di investire sull'immobile? Non ancora, ma forse manca poco

Il settore immobiliare sta vivendo un periodo di difficoltà anche in Italia. Leggevo che alcune agenzie immobiliari (strano!) suggeriscono che questo è un momento particolarmente favorevole per comprare.
In effetti, è vero che i prezzi degli immobili sono “ufficialmente” saliti anche nel secondo semestre 2007, ma del 2%, la crescita più bassa degli ultimi anni. In compenso, però, risulta che siano aumentati gli sconti concessi rispetto al prezzo inizialmente chiesto dai venditori (in pratica neutralizzando di fatto la crescita dei prezzi).
È significativo inoltre rilevare il calo nelle compravendite di immobili, scese del 13,5% a Milano e del 10,1% a Roma, secondo i dati pubblicati dall’Osservatorio Nomisma. Il calo nelle compravendite è descrittivo (così come l’aumento del prezzo “ufficiale” ma non quello finale) perché il proprietario italiano medio difficilmente accetta di vendere una casa a meno di quanto la ha acquistata (insomma, difficilmente si vende “a tutti i costi”), ma questo vuol dire, in periodi di difficoltà, allungare i tempi di vendita.

Io personalmente mi aspetto che sarà inevitabile una riduzione dei prezzi degli immobili, anche se probabilmente non generalizzata. Anche per un discorso di affitti che non possono crescere all’infinito, ma anzi, almeno in qualche contesto particolare si stanno riducendo: tra valore dell’immobile e canone d’affitto dovrebbe esserci sempre una proporzione più o meno costante, che può essere giustificata (in caso di canone “reale”) dall’esigenza di rendere redditizio l’investimento in immobile, oppure (in caso di canone “ipotetico”) dall’esigenza di invogliare potenziali compratori all’acquisto anziché all’affitto (se affittare un immobile costa “relativamente poco” mentre comprarlo costa “decisamente tanto”, molte persone saranno spinte verso la prima opzione, peraltro così riducendo la domanda di acquisto di immobili e riducendone il prezzo di vendita).

In ogni caso, va sottolineato che, a livello di indici di borsa, gli indici legati al settore immobiliare sembrano stare lentamente “disaccoppiandosi” dagli indici generali. Per un periodo, sembravano seguire salite e discese della borsa in generale (moltiplicate). Questa era una situazione anomala, in quanto in teoria il settore immobiliare dovrebbe essere “anticiclico”, in altre parole quando la borsa “in generale” va male, l’immobiliare dovrebbe andare relativamente bene, mentre quando la borsa va bene, l’immobiliare dovrebbe perdere un po’ di valore. La ragione è che nei periodi di difficoltà si cerca normalmente di evitare gli investimenti a rischio maggiore, e preferisce investire nel “mattone”, considerato un investimento più sicuro.
In effetti, l’accoppiamento immobiliare-borsa era uno dei “sintomi” che qualche analista evidenziava come chiaro indicatore che era presente una “bolla”. Se questo è vero, possiamo pensare che il “disaccoppiamento” (che però, sottolineo, è ancora ben lontano dall’essere “completo”) dovrebbe essere un sintomo che lo “sgonfiarsi” si è concluso, in quanto indicherebbe una normalizzazione della situazione.

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Viva l'Europa: se non ci fosse l'Euro, a quest'ora l'Italia…

Per quanto lamentarsi dell’Euro sia una sorta di sport nazionale, viene da chiedersi che cosa sarebbe successo se in Italia invece dell’Euro avessimo ancora la vecchia Lira
(del resto, ci sarà un motivo se la “fila” degli stati che vogliono entrare è ancora lunga).
La verità è che l’Euro ci ha decisamente difeso da mareggiate economiche che potevano fare decisamente male ad una moneta debole come la Lira. Questo non vuol dire che non ci siano state speculazioni conseguenti all’introduzione dell’euro, ma non è un esagerazione pensare a quello che è successo in Argentina qualche anno fa, e dire che l’Italia avrebbe potuto essere una nuova Argentina.

Se sembra esagerato, basta pensare che la Gran Bretagna (che ha un’economia decisamente più solida di quella italiana) ultimamente se la sta passando passando piuttosto male, con pesanti pressioni sulla sterlina (che si è svalutata di circa il 10% negli ultimi 3-4 mesi), sul sistema bancario (si veda il caso Northern Rock), sul settore immobiliare, e tassi di interesse che sono ben al di sopra di quelli della zona Euro, con i conseguenti effetti sui mutui.
L’Unione Europea, se avesse un minimo di unione (di intenti) politica, avrebbe nel suo complesso tutte le carte per prendere il testimone dall’economia USA, sempre più in affanno. Anzi, in realtà forse basterebbe non continuare a rifiutarlo: nel suo complesso, il PIL della UE è maggiore (così come peraltro è maggiore il numero di abitanti), e nel 2007 l’euro ha superato il dollaro per volume di transazioni nel mondo.

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[ENG] 40 or 50 year mortgage? A real good deal… but just for the bank

Many banks now have started to develop longer-duration mortgages. I think, in Europe, this trend begun mainly in the UK, where real estate prices raised before than in the rest of Europe, but now is widespread in many country, included Italy, and now you can have even a 50 years mortgage. Maybe it’s a sign of times: once people left the house to their sons, today they can bequeath their mortgage to them.

But, beside these considerations, long term mortgages are never favorable. In fact, they just cost much more. Most people think that if they double the duration of the mortgage, they will also cut by half the monthly installment. This is not true: as matter of fact, if you lengthen the term of a mortgage, you also increase the interests you have to pay. But you also need to consider that every installment you give back a small part of the money you’ve borrowed, and you pay the interest for the money you still have to refund. Therefore, each installment have a different principal/interest ratio: interest lower little by little, since you have less money to refund. But most important, interest are payed mostly at the beginning, and principal mostly at the end of the mortgage. You can see it well in this image (blue area=interests; red area=principal)

Therefore, if you lengthen the term of the mortgage, you may have to pay so much more interest that the monthly installment does not significantly lessen. This depends from the interest rate: the higher they are, the less favorable is a longer duration. In the graph below, you can see a simulation of how the installment changes varying the mortgage duration, with different interest rates (between 4,5% and 6%): as you may notice, the curve becomes nearly flat quite early, and even between a 25 year and a 30 year duration you can have a small difference in the installment.

Italian origial posts:
E adesso arriva il mutuo intergenerazionale
Perchè possono convenire i mutui a tasso variabile

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[ENG]Banks, Savings, Investment and Trading: new english section

From today, some posts of this blog will be published also in English, as I promised some (long?) time ago. I hope this way we will widen the discussions, and maybe exchange some experiences “across the borders”.
But, before I start, I have to make clear a couple of things, for you to better understand this blog: the English section of this blog will be quite different from the Italian. In this blog we mostly talk about bank offers, and how a small investor can invest his savings (thus the name: “Banche, Risparmio, Investimenti e Trading“, that can be translated into “Banks, Savings, Investment and Trading“). Since, some of what we write is relevant only in Italy (for example, italian bank’s special offers, that are open solely to Italian residents) and we will not translate posts where we talk about these things. Therefore, you will find translated in english only posts that deal with general economics and finance problems.
To end this post, the usual disclaimer: in this blog you won’t find “The Truth of Finance”, the information provided on this site is not financial advice and I am not a financial professional. This is a journal that details opinions investments, strategy, and analysis for personal use. Read at your own risk.

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Le crisi finanziarie sono sempre diverse ma il passato ci insegna qualcosa

La “crisi finanziaria” attuale ha diverse particolarità, che abbiamo discusso in più occasioni, che la differenziano da quelle passate. Proviamo a ricapitolare i principali punti che caratterizzano alcune delle principali crisi finanziarie che si sono successe nel passato, per vedere se possiamo trarre qualche conclusione che ci possa essere utile allo scopo di capire meglio come si può sviluppare lo scenario attuale.

  • Bolla di Internet (2000)
    Verso la fine degli anni ’90, tutti erano convinti che l’informatica ed internet erano il futuro. Un’opinione più che condivisibile, se non che ha portato a iper-valutare le aziende semplicemente perché avevano un sito internet o lavoravano con internet. Stavano nascendo anche una serie di indicatori che calcolavano il “giusto” prezzo delle azioni in base al numero di visitatori che aveva il sito dell’azienda. Il problema però è che magari alcune aziende avevano siti con migliaia e migliaia di visitatori al giorno, ma non guadagnavano nulla. Soprattutto, non avevano la più pallida idea di come guadagnare qualcosa, di come “monetizzare” i contatti, mancando totalmente un “modello di business” (a quel tempo era anche molto poco diffusa la pubblicità su Internet, che oggi permette almeno stime da questo punto di vista). Ovviamente, una situazione del genere non era sostenibile, e alla fine, quando si è diffusa la convinzione che la maggior parte delle aziende non avevano un business sostenibile, i titoli sono crollati. Il NASDAQ ha perso quasi l’80% da marzo 2000 a ottobre 2002.
    LEZIONE: Se quella attuale fosse una bolla, ci sarà da farsi ancora molto male, con titoli che andranno giù a picco a livelli inimmaginabili. Si può però pensare che quella attuale non sia una bolla “pura”, in quanto comunque tutte le aziende che cono coinvolte quantomeno hanno un “modello di business”, al limite sopravvalutato, ma solido.

  • Il crack del fondo Long-Term Capital Management (1998)
    Il Long-Term Capital Management (LTCM) era un hedge fund fondato nel 1994, a cui collaboravano anche Myron Scholes e Robert Merton, entrambi Nobel per l’economia nel 1997, Il fondo sfruttava complesse tecniche matematiche messe a punto dai due premi Nobel, e i primi due anni portò a casa risultati intorno al 40% annuo. Nel 1998, però, vi furono eventi non previsti dai modelli matematici, non tali da mettere in crisi il fondo da soli, ma sicuramente per i guadagni erano a livelli più “normali”. Questo però ha fatto perdere di interesse a molti investitori che riscattarono le loro quote. Il problema è che l’hedge fund non poteva disinvestire altrettanto velocemente, ed a un certo punto si trovò ad operare con un fattore di leva di 55 (rapporto tra capitale dei clienti e quello prestato dalle banche). Che può essere interessante se si guadagna, ma espone a rischi enormi. Per capirci, se investo 100 con una leva di 55, e la borsa va su del 2%, guadagno 110, ho più che raddoppiato il mio capitale. Ma se invece la borsa va giù del 2% ho perso 110: più del mio capitale. Ed è quanto alla fine avvenne. L’instabilità che si è generata è stata risolta con un intervento della FED, che oltre che portare un taglio “di emergenza” dei tassi, ha “convinto” alcune banche che erano creditrici del fondo ad acquistarlo, in modo che potesse essere liquidato in modo non traumatico per i mercati.
    LEZIONE: Questa è forse la crisi che somiglia più a quella attuale, o almeno è il tipo di crisi che in molti temono: cosa succederebbe se fallissero diversi hedge fund, e magari qualche banca? Ovviamente la situazione diventerebbe incontrollabile. Però è uno scenario che non mi sentirei di definire “probabile”, almeno per quanto riguarda i soggetti più significativi.
  • Il “Lunedì nero” (19 ottobre 1987)
    Il termine lunedì nero, martedì nero, ecc., lo si sente continuamente e in modo decisamente abusato. Il “vero” lunedì nero, lunedì 19 ottobre 1987, il Dow Jones perse il 22,61% in una singola giornata, e le borse di tutto il mondo registrarono performance negative simili. Alcuni analisti del periodo diedero la colpa all’informatizzazione delle transazioni di borsa che si stava sviluppando in quegli anni (nelle aziende più grandi), infatti i meccanismi di “arbitraggio” automatico che venivano utilizzati da molti iniziarono una serie di vendite “al buio” amplificando in modo esponenziale una discesa che sarebbe potuta essere molto più “fisiologica”, conseguente all’esplodere di una bolla speculativa unita al sospetto diffuso che il mercato fosse dominato da insider trader e da acquisizioni fatte con capitali “virtuali”.
    La crisi si è risolta in breve tempo, con le quotazioni che sono tornate a valori “normali”, anche. Per evitare il ripetersi di situazioni analoghe, sono stati poi introdotti dei meccanismi (primo tra tutti, la sospensione per eccesso di ribasso) per “spezzare” eventuali circoli viziosi di questo tipo, così come sono state rafforzate le normative sull’insider trading.
    LEZIONE: Non è il caso di fasciarsi la testa se i mercati scendono del 4-5%, perché fa parte del rischio “normale”, se fa paura una cosa del genere, meglio non investire in borsa perché non fa per noi. Inoltre, questa crisi presenta molte similitudini (ruolo della “finanza creativa”) con la situazione attuale, dimostrando che la trasparenza è un’esigenza assolutamente irrinunciabile.

  • Lo scandalo S&L (1985)
    Sebbene abbia avuto un impatto relativamente leggero sulle borse (e forse è poco noto rispetto alle altre crisi di cui parliamo in questo post), è interessante la crisi delle Saving and Loan associations che è avvenuta nel 1985. Le Saving and Loan associations sono piccole istituzioni specializzate nel raccogliere risparmi e concedere mutui. Per avere un’idea, sono qualcosa che somiglia vagamente ad una Banca di Credito Cooperativo, anche se il confronto non rende giustizia (anzi, probabilmente è offenisivo) per le Banche di Credito Cooperativo che conosciamo in Italia. Comunque, quello che è avvenuto in USA è che si è assistito ad una progressiva deregulation delle S&L (ad esempio, non erano vincolate dalle normative sull’insolvenza che erano applicate alle banche), che si sono così spinte in transazioni finanziarie che erano troppo grandi e complesse per loro, nel tentativo di fare concorrenza alle grandi banche commerciali, e spesso transazioni ad elevato rischio (anche a causa dell’incapacità di valutare correttamente quest’ultimo). Diverse S&L andarono in bancarotta, inguaiando sia chi aveva depositato i propri risparmi che chi aveva ottenuto un mutuo.
    LEZIONE: In pratica, anche in questo caso si parla di subprime, anche se in senso “esteso”. Il problema del 1
    985 è basato da ricerca di “profitto a tutti i costi”, sottovalutazione del rischio e operazioni finanziarie dagli effetti poco controllabili. Va detto però che, se il resto del sistema è abbastanza sano, gli effetti sull’economia sono relativamente ridotti.

  • La grande depressione (1929)
    Probabilmente la più famosa crisi finanziaria della storia, è iniziata col “giovedì nero” del 24 ottobre 1929, in cui si è avuto un crollo delle quotazioni di oltre il 13%, seguito da un altro -11% alcuni giorni dopo. Il crollo fu dovuto all’esplodere di una bolla speculativa, che coinvolgeva principalmente sulle nuove industrie che stavano sorgendo in quegli anni (es. automobilistiche). Il minimo venne raggiunto nel 1932, con una perdita degli indici vicina al 90%: per tornare ai valori del 1929 ci vollero più di 25 anni. L’aspetto che caratterizza la crisi del ’29 è come questa abbia coinvolto un’ampia fetta della popolazione: infatti gran parte del ceto medio investiva in borsa, e si trovò così a sostenere le perdite.
    LEZIONE:
    Va detto innanzi tutto che nel ’29 mancavano molti dei sistemi di sorveglianza attuali (la SEC e la FDIC) sono nate in seguito ad esso, e che diversi analisti sostengono che la crisi fu gestita male dalle autorità. Per certi versi, somiglia più alla bolla di Internet (per la sopravvalutazione di settori emergenti) che alla situazione attuale. Più di tutto, però, credo che evidenzi la pericolosità di investire in borsa o comunque in strumenti a rischio “per sentito dire”, che è quello che succedeva in quegli anni, perché è un meccanismo che può funzionare solo finché arrivano continuamente “soldi freschi”. E’ famoso l’aneddoto sul patriarca Kennedy e del lustrascarpe: Joseph Kennedy dopo una mattinata di affari in Borsa, mentre andava a casa si fermò da un lustrascarpe. Quando stava per lasciargli la mancia, questo gli disse: «Lasci perdere, signor Kennedy, ho appena guadagnato 30 dollari sulle Standard Oil». Kennedy sentito questo ritorno in Borsa e vendette tutto. Così si salvò dalla crisi di Wall Street del 1929.

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Come si calcola il costo di un mutuo? Attenzione alle spese nascoste

Capire quanto “realmente” costa un mutuo non è sempre immediato. Questo perché spesso vi sono costi più o meno “nascosti”, o comunque che sono al di fuori della rata “ufficiale”: spesso costi che rientrano in una cosiddetta strategia di “confusopolio“, e hanno lo scopo di fare apparire il mutuo più conveniente di quello che è in realtà.
Fortunatamente, va detto, quella dei “costi nascosti” è una prassi sempre meno diffusa, anche perché il decreto Bersani (vorrebbe) impedire alle banche di addebitare al cliente molti di questi costi, ma siamo ancora lontani dall’applicazione completa di queste norme.
Ciononostante, è opportuna molta prudenza ed attenzione, anche considerato che il mutuo potrebbe essere un “compagno” che dovremo portarci appresso per decine di anni, e quindi è da evitare una scelta affrettata. Ad aggravare il problema per diverse persone è che sono digiune di cultura finanziaria, e magari il mutuo è la loro prima operazione finanziaria significativa, e quindi sono esposti ad ingenuità ed errori.
Spesso si crede che l’unico costi siano il rimborso del capitale più gli interessi, calcolati in base al Tasso Annuo Nominale (TAN). Ebbene, in realtà ci possono essere numerose altre spese, alcune una-tantum, altre che si ripetono ad ogni rata, che possono stravolgere i valori in gioco.

Spese una-tantum

  • Spese di istruttoria
  • Spese di perizia
  • Spese per la mediazione (se ci si è affidati ad un intermediario per l’ottenimento del mutuo)
  • Spese per la rinegoziazione del mutuo

Spese ripetute

  • Spese di incasso o riscossione
  • Spese di assicurazione
  • Spese di gestione della pratica

Insomma, come si può vedere le spese (e l’elenco è incompleto, perché dipende dalla “fantasia” della banca) possono essere molte. Le banche che aderiscono al codice di condotta europeo forniscono un prospetto in cui indicano anche l’Indice Sintetico di Costo (ISC), noto anche come TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale), che include nel calcolo ance le spese aggiuntive.
Ma attenzione: bisogna verificare con attenzione quali spese sono state inserite nel calcolo dell’ISC, perché le banche possono decidere di “lasciarne fuori” qualcuna. Ad esempio, possono non conteggiare nel calcolo dell’ISC le spese di assicurazione, giustificandolo col fatto che l’assicurazione non è parte del contratto di mutuo, e il cliente è libero di farla con chi preferisce.

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Che effetti avrà sulle nostre tasche la crisi di governo?

Alla fine la crisi di governo è arrivata, certamente non inattesa. Ma che cosa comporta per le tasche degli italiani? Credo ci siano due ordini di effetti che si possono immaginare:

  • Nel medio-lungo termine, dipende se si cambia legge elettorale o meno: se si coglie l’occasione per mettere in piedi una legge elettorale che garantisca che chi ha la maggioranza abbia la maggioranza (senza dover essere costantemente “ricattato” da interessi particolari), allora può portare sicuramente benefici – chiunque poi vinca le elezioni, dato che una strada precisa in termini di politiche economiche è comunque meglio dell’incertezza. Se invece si continua ad avere una situazione in cui vi è un continuo conflitto per conquistare poltrone e/o far valere interessi “non collettivi”, è improbabile che si mettano in atto tutta una serie di meccanismi che sono necessari alla “competitività del Paese”, come si dice roboantemente, ma che in pratica vuol dire (o meglio, dovrebbe voler dire) creare le condizioni per il benessere della popolazione.
  • Nel breve termine, ci sono tutta una serie di iniziative di questo governo, o che coinvolgono questo governo, che rimangono in sospeso, e c’è il rischio che lo rimangano ancora a lungo. Ad esempio:
    • Tassazione delle rendite al 20%;
    • Rinnovi di diversi Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro (manca, ad esempio, ancora quello del Commercio, che coinvolge un grandissimo numero di lavoratori);
    • Potenziale rallentamento, se non arresto, di iniziative e programmi a supporto delle imprese e dei lavoratori, che perdono di priorità, e che comunque richiederebbero un ottica temporale e strategica non compatibile con la situazione attuale di governo.
    • Diversi “pacchetti” di leggi che erano stati più o meno promessi o ventilati (come un ulteriore ampliamento della Legge Bersani) adesso non si sa che fine faranno.

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Anche l'OCSE conferma: in Italia gli stipendi più bassi d'Europa, solo il Portogallo peggio

Anche l’OCSE conferma i dati che avevamo citato qualche settimana fa: i salari italiani sono (quasi) i più bassi d’Europa, solo in Portogallo la situazione per i lavoratori è più sfavorevole. Ma va detto che i dati OCSE non sono corretti rispetto al costo della vita, e quindi possiamo tranquillamente aggiungere che la posizione italiana è in realtà ancora peggiore di quello che evidenzia lo studio OCSE.
Purtroppo, non è così semplice alzarli: se ci si limita a “decidere” un aumento generalizzato degli stipendi, il risultato rischia di essere semplicemente un aumento dei costi per le imprese (private ma anche statali), con il risultato che si assisterebbe ad un aumento dei prezzi, un’inflazione che alla fine annullerebbe aumenterebbe il costo della vita e annullerebbe l’incremento degli stipendi.

L’unica strada che può dare reali risultati è la ricerca di un maggiore valore aggiunto del lavoro. Che non vuol dire semplicemente “lavorare di più“, e neppure “spendere meno“, ma puntare su innovazione: l’Italia è un paese per molti versi arretrato, come si può anche leggere tra le righe (ma neppure troppo) del Rapporto del Censis di cui abbiamo parlato un qualche tempo fa. Per capire meglio cosa vuol dire che l’Italia è un paese arretrato, basta pensare che i principali settori economici dell’Italia sono settori “tradizionali”, in cui ci si trova a competere con paesi come Cina ed India, e non certo settori hi-tech in cui operano paesi come gli USA, ma anche l’Inghilterra o la Germania.

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La banca francese Société Générale truffata per 4,9 miliardi di Euro da un singolo trader

Giusto un piccolo flash per sottolineare come la trasparenza del sistema finanziario sia un’urgenza sempre più forte, cosa che peraltro abbiamo avuto modo di sottolineare più volte nel tempo.

Secondo una dichiarazione della stessa banca, Société Générale (una delle principali banche francesi) avrebbe subito una truffa di 4,9 miliardi di euro, da parte di un “singolo trader“. Non sono ancora noti i particolari, ma sembrerebbe che questo “trader” sia in realtà un operatore un qualche fondo gestito, incaricato della banca a trattare futrures, ma che ha aperto in segreto tutta una serie di “posizioni”, che andavano ben oltre la sua responsabilità e la sua autorità, sfruttando probabilmente anche una ottima conoscenza diretta delle procedure di controllo e di sicurezza della banca.
Poi ci si domanda perché sempre più gente preferisce gli ETF.

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I mercati affondano nonostante il taglio della FED. O forse anche grazie ad esso.

Come scrivevo ieri, il massiccio taglio a sorpresa che la FED ha operato sui tassi poteva essere anche lanciare un duplice messaggio negativo ai mercati, cioè che la situazione sia molto più grave di quanto ufficialmente affermato, e che la Federal Reserve non ha il “timone” dei mercati ma può solo cercare di assecondarli alla bell’e meglio. E dai risultati negativi di oggi delle borse, direi che questo messaggio è stato ampiamente colto.
Certo, c’è anche la speranza delusa che anche la Banca Centrale Europea facesse altrettanto, ma oggettivamente era difficile pensare che la BCE avrebbe realmente preso una strada del genere. Al massimo, ci si può al massimo aspettare che vi sia un taglio di uno 0,25% alla prossima riunione del board, ma non lo darei per scontato.

Per quanto criticato, personalmente apprezzo molto di più l’atteggiamento di Trichet e della BCE di quello di Bernanke e la FED. Le ragioni sono due:

  • Viene lanciato un messaggio chiaro ai mercati: “i fondamentali sono solidi e il rischio è quello dell’inflazione più che della recessione“. Può essere vero o meno, ma in ogni caso si evita l’incertezza che fa danni ancora peggiori.
  • Vengono responsabilizzate le banche e gli intermediari finanziari per una gestione “approssimativa” dei rischi, in alcuni casi fortemente sottovalutati (anche con il contributo di modelli matematici rivelatisi non affidabili), mentre la FED lancia il messaggio opposto: “qualunque cosa combiniate, arriverà qualcuno a tirarvi fuori dai guai in cui vi siete ficcati“.

Manca per il momento un’azione concreta e forte in direzione di una maggiore trasparenza dei mercati, per il fatto che banche e agenzie di rating possono essere in conflitto di interesse quando devono valutare l’affidabilità di prodotti finanziari che vengono valutati. Un’azione che sarebbe invece indispensabile, dato che tutta la crisi originatasi dai mutui subprime deriva dal fatto che “titoli polpettone” valutati come super-sicuri, si appoggiavano invece a crediti ad alto rischio: non è nulla di straordinario se un mutuo classificato come “subprime” non viene rimborsato (è per il suo rischio che è subprime!), quello che è grave è che cedole basate su crediti di questo tipo finiscano all’interno di titoli che poi vengono rivenduti come a rischio quasi zero.

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Si stringe la cinghia sui generi alimentari, ma non sui telefonini

Secondo le previsioni dell’Ufficio Studi di Confcommercio, nel 2008 si spenderà meno per carne, pane e cereali (anche se con cali inferiori all’1%), mentre aumenterà la spesa in telefonini, servizi telefonici ed elettrodomestici.
E’ un dato che fa riflettere su che cosa sia veramente di prima necessità oggi in Italia, ed è curioso che prodotti e servizi che fino a 10-15 anni fa praticamente non esistevano oggi siano considerati talmente indispensabili da sottrarre risorse all’acquisto di generi alimentari (che tra l’altro, non hanno certo subito diminuzione di prezzi).

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