Associazioni consumatori: qualche scheletro nell'armadio?

A volte, mi viene l’impressione che alcune associazioni di consumatori facciano dei proclami che sanno più di ricerca di visibilità che di attenzione reale ai problemi dei cittadini. Non tutte, e non sempre, per carità, perdonatemi se qui sembra che faccia di tutta l’erba un fascio, ma non mi va neppure di fare un elenco di presunti “cattivi” basato su una sensazione.

Comunque, su Corriere.it il 29 dicembre c’era un articolo che sollevava alcuni dubbi sulle modalità di finanziamento delle associazioni. Se seguite il link, probabilmente arriverete ad un qualcosa tipo “Errore: la pagina che cercate non è stata trovata“. Siccome il tema mi pare importante, mi pare utile sintetizzarlo, dato che (per problemi tecnici, voglio pensare) non è più reperibile l’articolo originale.
In pratica il problema sarebbe che le associazioni ricevono fondi pubblici in base al numero degli associati: negli ultimi 5 anni le associazioni hanno ricevuto 47 milioni di Euro (in parte proveniente anche dalle multe dell’Antitrust: e questo, a pensar male, può contribuire alla forza con cui talvolta vengono invocate multe).
Bene, l’aspetto “oscuro”, è che a quanto pare non ci sarebbe alcun controllo sul reale numero di associati. E quindi viene il sospetto, sempre a pensare male, che alcune “uscite” possano effettivamente servire a compensare il fatto che, magari, gli associati sono meno di quelli “ufficiali”.
Andando sui numeri, non so dire se il numero di associati appaia “gonfiato” o meno, per cui vi riporto i numeri e ognuno faccia le sue considerazioni. In totale, le associazioni riconosciute hanno tutte insieme circa 880.000 soci. In altre parole, circa 1 adulto ogni 35 dovrebbe essere socio di un’associazione di consumatori.

In ogni caso, mi sembra un tema che vada un po’ chiarito (non per forza scovando scheletri nell’armadio, magari anche liberando il campo da dubbi), per cui rimango in cerca di informazioni e dati ulteriori.

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IWPower: lontano il "premio" del 6% ai nuovi aderenti

IWPower, di IWBank, ha in corso una campagna promozionale per i nuovi aderenti. Si tratta di una campagna piuttosto particolare, dato che il 6% annuo (fino al 31 gennaio 2008) sarà corrisposto solamente se la raccolta complessiva al 31/01 supererà i 2 miliardi di Euro. Un traguardo molto lontano, dato che il valore che oggi, a poco più di un mese dalla scadenza, è “nel salvadanaio” è di poco più di 26 milioni di Euro, a quanto indicato sul sito di IWPower. Insomma: difficile che i nuovi correntisti possano beneficiare del tasso promozionale al 6%, dovranno più probabilmente accontentarsi del 4,50%.

Personalmente, mi è sembrato fin dall’inizio che l’asticella fosse messa molto alta, tanto più che la raccolta è calcolata solo su IWPower a vista, senza includere i PCT IWPower30-90-180, verso cui verosimilmente più di qualcuno sarà stato attratto (in questo senso, vi invito anche a rivedere il post in cui abbiamo parlato di scegliere l’investimento adatto a seconda della durata e dell’orizzonte temporale). In fondo, IWPower180 rende sicuramente il 3,19% netto, che non è così tanto meno del “forse 6% per un paio di mesi” che la promozione offre.

Però, per come la vedo io, a questo punto IWBank non ci fa una grande figura: o hanno “cannato” completamente le stime iniziali, aspettandosi di raccogliere quasi 100 volte di più di quello che hanno effettivamente fatto, oppure la promozione è pensata solo come specchietto per le allodole ben sapendo che l’ampiamente pubblicizzato 6% non sarebbe mai stato dato.

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Guida all'investimento: scegliere l'investimento di giusta durata per le proprie esigenze

Uno degli errori più frequenti che si possono fare quando si investe è quello di non scegliere un investimento di durata adeguata alle proprie esigenze. Mi è capitato spesso di sentire persone dire “no, aspetto qualche mese ad aprire Conto Arancio (o Santander, o altro…) perché probabilmente fra un po’ dovrò fare una spesa consistente e mi potrebbero servire”, e quindi lascia i propri soldi a “marcire” sul conto corrente tradizionale che gli rende lo 0%. Il che equivale a buttar via soldi.

Cerchiamo quindi di vedere i possibili “investimenti” e il relativo orizzonte temporale.

Conto corrente/banche tradizionali: nel conto corrente andrebbero tenuti solo i soldi per le spese “correnti”, tenendosi un po’ di margine per non riscahiare di andare in rosso in caso di errori di calcolo (addebiti di cui ci si era dimenticati), ma senza esagerare. In caso di spese straordinarie, si spostano sul conto corrente i soldi investiti in altro modo. In linea di massima, non si dovrebbero tenere più di 2.000 Euro nel conto corrente.

Conti di deposito (Conto Arancio, Santander, IWPower): dato che non comportano spese di sorta, andrebbero aperti immediatamente e utilizzati. È in conti di questo tipo che si tengono i soldi per le spese che si devono affrontare a breve ma non si sa quando, oltre che un “polmone” per eventuali spese “straordinarie ma non troppo”, e non nei conti correnti. L’orizzonte temporale dell’investimento in un conto di deposito è sufficiente sia pari ai giorni di valuta che vengono addebitati dalla banca per effettuare l’operazione, ed eventualmente al tempo necessario per recuperare, con i maggiori interessi, l’eventuale costo del bonifico per il trasferimento dei fondi. In sintesi: se potete ragionevolmente pensare che i soldi non vi serviranno per almeno 7-10 giorni, è il caso di spostarli su un conto di questo tipo.

Conti correnti di banche online: i conti correnti aperti in banche online possono essere visti in una duplice ottica. Innanzi tutto come conti correnti veri e propri, ma anche come investimento, per i maggiori interessi, simili ai conti di depostio. Quindi a seconda della vostra ottica, l’orizzonte temporale cambia: chiaramente quanto detto in precedenza in riferimento ai conti correnti delle banche “tradizionali” non vale se il conto online garantisce un interesse maggiore. Personalmente, preferisco tenere comunque il meno possibile sul conto “operativo”, dato che è quello più esposto a clonazioni di bancomat & c. (questo non vale solo nelle banche online, anzi), e quindi limitando il capitale presente si limitano anche i danni, che nel peggiore dei casi possibili, si possono verificare. Se invece si utilizza il conto online in quanto conto che offre interessi maggiori rispetto a conti delle banche tradizionali, l’orizzonte temporale da considerare è un po’ maggiore rispetto ai conti di deposito (che in diversi casi offrono interessi minori rispetto ai migliori conti online), perché un conto corrente, anche di una banca online, obbliga comunque al pagamento del bollo previsto per legge. Per dare un numero, diciamo che l’orizzonte temporale di riferimento per decidere di aprire un conto potrebbe essere di circa 6 mesi / 1 anno. Invece, una volta aperto, per spostarvi dei soldi, il ragionamento è lo stesso che per i conti di deposito, e quindi 7-10 giorni.

Pronti contro termine: se si ritiene di non aver bisogno del capitale per qualche mese, la scelta più opportuna è spesso quella di un PCT, che richiede di “bloccare” il capitale per brevi intervalli di tempo (da 30 giorni a 6 mesi). Ovviamente, dipende dalle condizioni che potete avere attraverso la vostra banca, in particolare eventuali costi aggiuntivi e “forza” del vincolo: molti PCT permettono di ritirare comunque il capitale in caso di necessità, semplicemente rinunciando agli interessi. In questo caso, la logica potrebbe essere “se non sono sicuro che mi servano, li investo in pronti contro termine”.

BOT: per investire in BOT, dovreste avere un orizzonte temporale di almeno qualche mese. Tenete presente che però attualmente diversi PCT offrono rendimenti analoghi, se non superiori, ai BOT, con vincoli di tempo minori.

Titoli di Stato: si può dire che l’investimento in Titoli di Stato richiede un orizzonte temporale di almeno un anno. Vale la pena evidenziare che anche se si tratta di titoli a scadenza abbastanza lunga (7 anni per i CCT o fino a 30 anni per i BTP) non è necessario attenderne la scadenza in quanto sono comunque “rivendibili” prima.

Titoli Azionari/Obbligazionari: premesso che stiamo mettendo in un unico calderone cose molto diverse, qui l’orizzonte temporale è il più lungo di tutti. Secondo me non tanto perché bisogna tenere i soldi in borsa per almeno 5-10 anni (cosa su cui io non sono del tutto d’accordo, ma ne parleremo più avanti), c’è il fatto che i soldi investiti in questo modo sono esposti a possibilità di perdite, anche significative: di conseguenza investire in azioni dei soldi che ad esempio sapete vi servono l’anno prossimo per comprare casa, può non essere una buona idea, dato che rischiate di “bruciarne” una parte, e di dovere mettere da parte ulteriore capitale. Credo che si possa dire che l’orizzonte temporale dovrebbe essere di almeno 2-3 anni per le obbligazioni, e 5-10 anni per l’azionario.

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L'alternativa al precariato non è il "posto fisso"

Uno dei mali dell’economia e della società italiana è indubbiamente il precariato in cui vivono moltissimi lavoratori per lunghi periodi di tempo. Chiaramente, se le persone hanno dubbi sulla possibilità di auto-mantenersi in futuro, non sono in grado di effettuare spese a lungo termine (come una casa, ma anche un’automobile o un qualunque acquisto a rate). Non credo serva che mi dilunghi su ciò, dato che penso sia uno scenario che è a tutti noto, o direttamente o perché lo vive qualche parente o amico.
Solitamente, si lascia intendere che l’alternativa al “precariato” è il “posto fisso“, il “lavoro per la vita”. A mio parere però anche il “posto fisso” non è una condizione ottimale: non solo perché non è sostenibile per le aziende che hanno sempre maggiore bisogno di flessibilità, ma anche perché è sconveniente per i lavoratori.

L’alternativa ideale a cui bisogna puntare è, a mio parere, un mercato del lavoro più efficiente, in cui i lavoratori vengono aiutati ad avere competenze e conoscenze che hanno “valore” sul mercato (innanzi tutto attraverso iniziative di formazione continua), e in cui i tempi di ricerca del lavoro vengono ridotti rispetto a quelli attuali.
Pensateci: se so che il contratto con l’azienda in cui lavoro durerà 6 mesi o un anno, ma so anche che se non mi viene rinnovato posso trovare lavoro da un altra parte immediatamente, senza dovere aspettare mesi, allora posso comunque ragionare a lungo termine, in modo “non precario“. In altre parole: lavorare sempre non vuol dire lavorare sempre nello stesso posto.

Uno scenario del genere è, se ci si pensa, ancora più vantaggioso del posto fisso per i lavoratori, che in questo modo infatti i lavoratori aumentano di potere contrattuale e non sono più “ricattabili” dal datore di lavoro, che attualmente è quello che ha il coltello dalla parte del manico. Infatti, in un mercato del lavoro efficiente, i lavoratori potrebbero in ogni momento lasciare il lavoro per trovarne un altro: una minaccia più pesante di un qualsiasi sciopero. E inoltre: se un datore di lavoro offre condizioni “fuori mercato” (anche in termini di durata troppo breve del contratto…) non troverà nessuno da assumere e dovrà offrire condizioni migliori, mentre adesso spesso si ragiona “intanto accetto, poi quando trovo qualcosa di meglio cambio”.
Se ci si pensa il fatto che sia stata erosa nel tempo la gran parte della capacità di risparmio delle famiglie (che vuol dire: i prezzi sono cresciuti e gli stipendi no) è dovuto almeno in parte ai “posti fissi”: infatti molto spesso le “lotte” che vengono fatte sono orientate prima a mantenere il posto fisso (anche perché più di qualcuno è nella condizione “se perdo questo lavoro non so fare nient’altro”), e poi a migliorare le condizioni retributive e di lavoro.

È possibile arrivare allo scenario ideale del mercato del lavoro efficiente? Chiaramente ci sono diverse difficoltà, e serve del tempo, ma comunque dovrebbe essere l’obiettivo. Il primo passo è indubbiamente un maggiore investimento (e una maggiore visibilità per le iniziative già in corso) in formazione continua e aggiornamento professionale dei lavoratori. L’ostacolo maggiore è, a mio parere, politico: infatti lavoratori con maggiore potere contrattuale fanno paura un po’ a tutti, non solo alle imprese, ma anche a politici e probabilmente anche ai sindacati.

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Alitalia quest'anno è costata 30 Euro a ogni famiglia italiana

Le perdite di Alitalia ammontano all’equivalente di 30 euro per ogni famiglia italiana. Un dato che andrebbe sottolineato maggiormente, dato che tutta questa storia delle privatizzazione sta diventando un teatrino tragicomico, che ben descrive i mali italiani di cui hanno scritto il Times e il New York Times. La continua commistione di interessi politici e personali continua a danneggiare le aziende e il paese. Non stupisce che sia stato così difficile trovare delle offerte di potenziali acquirenti.
Come credo abbiate letto un po’ ovunque, il problema attuale è il destino dello scalo di Malpensa: viene però da chiedersi come mai questo scalo tanto strategico secondo molti dovrebbe essere così penalizzato da una riduzione dell’attività di Alitalia. Se è tanto strategico ed importante, altre compagnie dovrebbero essere interessate ad accaparrarsi degli spazi, quando fossero disponibili. Se così non è, vuol dire che tanto strategico non è, e quindi un suo eventuale ridimensionamento non solo è inevitabile, ma opportuno.
C’è un concetto che si trascura spesso, nel nostro paese: ogni azienda, pubblica o privata, non può non operare secondo criteri di economicità (che non vuol dire puntare al profitto puro e semplice…), cioè considerando i vincoli e le opportunità economiche, perché altrimenti si trova facilmente a sopportare costi esponenziali, che nel caso di aziende pubbliche o para-pubbliche, alla fine vanno a pesare sulle tasche dei cittadini, anche se indirettamente. Ma dedicare risorse a sovvenzionare, risanare vuol dire togliere risorse da altri settori (come l’innovazione o la formazione), che non possiamo sempre meno permetterci di lasciare indietro.
Un altro aspetto sfacciatamente ridicolo delle discussioni, in questo caso attorno ad Alitalia, ma viene spesso a galla, è il discorso sulla tutela dell'”italianità” dell’azienda. Se si parlasse di mantenimento degli stabilimenti, dell’indotto, ecc., è un discorso che si può anche capire, e che effettivamente va tenuto in considerazione. Ma quando si parla della pura e semplice proprietà, permettetemi un po’ di cattiveria, suona più come una scusa perché chi ha già una poltrona se la tenga o al massimo la passi ad un amico. Quello che conta di una proprietà non è il passaporto, ma piuttosto il committment e il piano industriale – e su quello sì, si possono e devono andare a vedere gli effetti su lavoratori e indotto a livello nazionale. Ma anche qui, non con ottica clientelare ma valutando anche una prospettiva di sostenibilità.

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Mutui al 100% e difficoltà di rimborso: la mancata informazione preventiva

Sul Corriere della Sera c’è un interessante articolo che evidenzia come chi ha sottoscritto un mutuo al 100% è più esposto all’aumento dei tassi e corre maggiori rischi di non riuscire a rimborsare il prestito. Per molti versi è la scoperta dell’acqua calda dato che da un lato questi soggetti si trovano a pagare rate più alte (perché si sono fatti prestare un capitale maggiore), dall’altro perché si tratta spesso di persone che non sono riuscite a mettere via soldi prima dell’acquisto della casa, e quindi non è difficile immaginare che abbiano difficoltà di risparmio (o se volete, che arrivino a fine mese “a pelo”) e quindi in caso di aumento delle rate possano trovarsi in grosse difficoltà. Sorprende, per certi versi, che ci si accorga solo adesso che minore è l’anticipo versato, maggiore è la probabilità che il cliente non riesca a proseguire il pagamento delle rate con l’insorgere di difficoltà finanziarie

Va sottolineato che in diversi le banche hanno delle responsabilità, in quanto non sempre hanno spiegato che cos’è un “mutuo al 100%”. Infatti, il mutuo può coprire solo l’80% del valore dell’immobile: per arrivare al 100%, vanno offerte garanzie aggiuntive (firmando anche apposite assicurazioni), e in pratica non è sbagliato vedere la cosa come mutuo per l’80% del valore più prestito per il restante 20%. Solo che quando diventano un unico contratto, le cose si fanno spesso inevitabilmente meno chiare: in caso di necessità, a mio parere può essere più opportuno tenere i due aspetti distinti, in modo innanzi tutto da avere un maggiore controllo sulla situazione, e poi eventualmente anche per tentare di negoziare i due prestiti separatamente.
Strettamente legato c’è il problema che, trattandosi spesso di coppie giovani e spesso non esperte di questioni finanziarie, chi sottoscrive un mutuo al 100% si lascia anche attirare da mutui con tassi promozionali (in cui magari per le prime 10 rate si ha uno spread ridotto), e soprattutto da durate del contratto eccessivamente lunghe: vale quindi la pena ricordare che, come già visto in passato, durate maggiori di 25-30 anni sono spesso controproducenti, in quanto i maggiori interessi che si devono pagare fanno si che non si abbia un vantaggio sostanziale sulla rata.

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Anche il Times bacchetta l'Italia: sperando che serva a qualcosa

Anche il London Times descrive l’Italia come un paese in declino. La speranza è che questa attenzione verso “la malattia”, spinga anche a cercare di iniziare una cura (che peraltro non è “misteriosa”: si sa abbastanza bene cosa va fatto, solo che nessuno ha coraggio di farlo perché bisogna scontentare qualcuno). Abbiamo già parlato dei mali dell’economia italiana in occasione dello sciopero dei camionisti e delle considerazioni del Presidente della Repubblica sulla fotografia negativa scattata dal New York Times al nostro paese, per cui non mi ci soffermerò oltre.

Curiosamente, l’attenzione dei media italiani agli articoli del Times e del New York Times è un ulteriore esempio dell’esterofilia, altra malattia, dell’Italia: quando qualche giornale straniero scrive qualcosa, diventa subito oro colato.

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Mercati concorrenziali VS oligopolistici: perché i prezzi della benzina non diminuiscono da soli

Stamattina sentivo alla televisione dell’ennesimo sfogo di un qualche politico sui comportamenti scorretti di grandi aziende (in questo caso petrolifere) che creano “cartelli” per tenere i prezzi artificialmente alti, anziché competere sul mercato in modo concorrenziale.
Senza voler entrare nella qustione specifica, non posso fare a meno di notare come molto (troppo?) spesso si parli di mercato senza cognizione di causa.

Vediamo di ricordare che caratteristiche ha il modello economico del mercato concorrenziale:

  • i compratori e i venditori sono piccoli e indipendenti tra di loro;
  • l’inserimento di nuovi prodotti è semplice (non ci sono barriere all’entrata);
  • tutti i partecipanti al mercato sono in ogni momento informati delle opportunità che il mercato offre (cioè sono in grado di scegliere il prodotto realmente più conveniente);
  • esiste facilità di movimento di capitali da un settore ad un altro (si può “cambiare lavoro” se conviene)

in queste condizioni, il prezzo viene determinato dal rapporto domanda-offerta, con tutti i conseguenti vantaggi (ma anche svantaggi, che non abbiamo spazio di approfondire qui).

Com’è facile intuire, si tratta di un modello teorico, che molto raramente si può riscontrare in pratica: nonostante questo, ci possono essere situazioni in cui effettivamente questo modello può essere una buona approssimazione.

Nel caso dei mercati come quelli dei carburanti o delle assicurazioni, però, siamo estremamente lontani da questo modello teorico. Infatti:

  • i venditori sono pochi (anche perché ci sono grosse economie di scala, dato ad esempio nel caso dei carburanti, che i costi aumentano in modo molto meno che proporzionale all’aumentare della quantità di petrolio raffinato);
  • ci sono grosse barriere all’ingresso, dovute agli investimenti necessari in impianti;
  • spesso i consumatori non si preoccupano di scegliere le condizioni più convenienti per mancanza di informazioni (ma facciamo un po’ di autocritica: è anche in parte colpa di noi consumatori che spesso non le cerchiamo), ad esempio non scelgono il distributore dove costa meno, o la polizza con le condizioni più convenienti.

In queste condizioni si ha un tipico oligopolio, e la teoria economica dice che in uno scenario del genere i venditori non competono sul prezzo – e infatti, i “benzinai” ad esempio competono sulle promozioni, raccolte punti e premi vari.

Di conseguenza, è abbastanza sterile limitarsi a dipingere le grosse aziende come “cattive”: piuttosto bisognerebbe iniziare a studiare dei meccanismi che incentivino le aziende a assumere i comportamenti “desiderati”, che nascono spontanei. Non si tratta, chiaramente, di un problema semplice, dato che mentre nel mercato concorrenziale l’azienda abbassando i prezzi, anche di poco, guadagna di più (ampliando le quote di mercato), non è detto sia così nell’oligopolio.

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Ha ragione Cacciari: servono nuove regole per gli appalti

Ieri ho letto un’interessante intervista a Massimo Cacciari, sindaco di Venezia. Cacciari sosteneva che serve rivedere le regole degli appalti, dato che le corse al solo prezzo più basso non fanno altro che danni: misure di sicurezza approssimative, ma anche materiali scadenti, tempi che si allungano, richieste di revisione dei prezzi. Con che i lavori vengono spesso fatti con qualità scadente, in tempi lunghi, e a costi ben più alti di quelli preventivati. E con una pericolosamente scarsa attenzione alle norme di sicurezza, che in caso di cantieri possono mettere a repentaglio vite umane.
Inutile dire che, nel mio piccolo, condivido in pieno quest’analisi, che per molti versi corrisponde a quanto scrivevo in tempi “non sospetti”, dicendo che bisognerebbe iniziare a preoccuparsi un po’ di più dei risultati che si ottengono con i soldi pubblici e un po’ meno di risparmiare ad ogni costo.
Certo c’è il problema che, detto fuori dai denti, noi italiani ci consideriamo un popolo di ladri, e quindi spesso le cose si fanno prima con lo scopo di impedire (agli altri) di rubare, e poi (se si riesce) di fare le cose. Però in questo modo non si va da nessuna parte.
Anche perché, è bene sottolinearlo, se si costruisce un ponte (ovviamente, è un esempio, vale per tutto – servizi compresi), dovrebbe essere fatto nell’interesse di quelli a cui serve e che utilizzeranno il ponte, e non in quello dei costruttori di ponti. Mentre in Italia è perfettamente normale pensare che se c’è un finanziamento per costruire un ponte, lo scopo non è costruire il ponte perché serve, ma dare lavoro ai costruttori.

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I conti online rendono più dei BOT

Mi pare valga la pena di prendere spunto da un interessante articolo di CorrierEconomia, che evidenziava come i conti online rendono in molti casi più dei BOT, se non ci si ferma a considerare gli interessi puri e semplici ma si considerano anche le spese fisse (bolli, e altri costi).
Chiaramente, l’impatto delle spese fisse varia a seconda del “volume” dell’investimento, motivo per cui non vengono spesso adeguatamente sottolineate. Il CorrierEconomia fa i conti ipotizzando un investimento di 30.000 Euro – quindi un importo che potremmo definire almeno medio-alto, se la media dei depositi bancari delle famiglie nel 2006 oscillava tra i 9.053€ del Nord Ovest e i 4.848€ del Sud. Per importi minori, il peso delle spese fisse è ancora maggiore.
In realtà non è del tutto vero che i conti online rendono più dei BOT, almeno non è così per i “vecchi clienti”, anche se possono contare su rendimenti molto vicini (ma attenzione: bisogna fare i conti esatti con le cifre che si vogliono investire!). Rendimenti maggiori dei BOT si hanno invece quando si vanno a sfruttare le offerte che soggetti quali ING Direct, Santander o Websella fanno per i nuovi clienti. A mio personalissimo parere, però, il confronto tra le offerte promozionali ed i BOT deve essere preso con le pinze, in quanto l’orizzonte temporale è diverso, dato che le offerte possono essere sfruttate per un periodo di tempo limitato e quindi non è corretto fare dei calcoli ipotizzando che il tasso promozionale sia applicato per l’intero anno.
Comunque, molto brevemente, ecco gli aspetti più salienti dei calcoli di CorrierEconomia, riorganizzati per chiarezza in due tabelle:

Tasso
Lordo
Tasso
Netto
Rendimento %
al netto delle spese
(ip. cap. iniz. 30.000€)
BOT 4,01% 3,17% 2,92%
IWBank 4,00%

2,92%

2,81%
Conto Deposito Santander 3,75% 2,74% 2,74%
We@bank (conto @me) 3,90% 2,85% 2,74%
Websella 3,75% 2,74% 2,63%
Conto Arancio 3,00% 2,19% 2,19%

PROMOZIONI

Conto Arancio 4,50% 3,29% 3,29%
Conto Santander 5,00% 3,65% 3,20%
Websella 6,00% 4,38% 3,04%

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Volatilità dell'economia: condizione strutturale?

In questi ultimi periodi, stiamo assistendo ad un aumento della volatilità dei mercati, con uno scenario che non coincide con i tipici sintomi di una crisi economica (ad esempio, l’inflazione in aumento, mentre nelle fasi di difficoltà economica ci si aspetta una sua diminuzione).

Vorrei proporvi una mia ulteriore chiave di lettura per questa situazione, andando a vedere l’andamento delle masse monetarie, cioè della “quantità di moneta” presente sui mercati.
(per chi volesse qualche informazione in più su cosa sono gli aggregati monetari, può leggere questo post di qualche tempo fa).
In estrema sintesi (con qualche incompletezza, per brevità):

  • M0: moneta fisica
  • M1: M0 + depositi a vista (conti correnti)
  • M2: M1 + depositi di risparmio a breve termine
  • M3: M2 + i pronti contro termine, quote e partecipazioni in fondi comuni monetari, titoli di debito con scadenza fino a due anni

L’aspetto interessante è che tra i vari aggregati monetari è presente un certo effetto leva: ad esempio, se deposito 1.000 Euro in banca, la banca può prestare 1.000 Euro in contanti a qualcuno che li chiede, con il risultato che la quantità di moneta raddoppia (non funziona proprio così, ma è giusto per rendere l’idea). Aggiungendo a questo effetto un continuo sviluppo di strumenti ingegneria finanziaria, non deve sorprendere che gli aggregati monetari secondari siano “esplosi” negli ultimi anni (come potete vedere dal grafico sottostante tratto da Wikipedia), tanto che la FED ha addirittura rinunciato a misurare M3 dopo il 2005.

Un corollario dell’effetto leva è che sì aumenta i possibili guadagni e le attività, ma aumenta anche le possibili perdite e le passività: quindi se si scoprisse che parte delle fondamenta sui cui poggiano attività “multiple”, è ovvio che le conseguenze possano essere estremamente dannose. E in realtà, quello che sta succedendo in questi mesi è che il mercato sta cercando di capire quanto sono solide le sue fondamenta, in altre parole se il problema dei mutui subprime può essere riassorbito in modo semplice o se ha creato delle crepe che possono fare crollare qualcosa: e queste oscillazioni “di umore” sono sempre più amplificate anche dagli aggregati monetari “esplosi” negli ultimi anni, che hanno un duplice effetto: da un lato possono amplificare gli effetti di una eventuale crisi, dall’altro possono (permettetemi il gioco di parole) amplificare l’effetto di questi effetti sui mercati di borsa, in quanto influenzano la disponibilità di denaro che può essere investita.

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Ma se dobbiamo contare sullo "spirito animale" siamo proprio messi male

Credo che abbiate già sentito tutti della “fotografia” scattata all’Italia da parte del New York Times, che ovviamente non può che essere negativa: siamo, di fatto, un Paese che è paralizzato da guerre feudali per piccoli interessi, “partiti del no”, cui si contrappongono “partiti del sì” che fanno i propri interessi. Siamo un Paese in cui si confondono i legacci burocratici con avanzamento sociale e culturale (basta pensare alla legge sulla privacy, spacciata da molti giuristi come “una delle più avanzate d’Europa”, ma che di fatto ha solo moltiplicato il numero di firme che un povero cittadino deve fare e imposto nuovi inutili adempimenti alle imprese oneste – perché le altre non si curano certo della legge).
Quello che manca in Italia, in questo momento, è una visione d’insieme, una progettazione del futuro, ed il coraggio di andare contro interessi particolari per passare a preoccuparsi quelli collettivi.
Credo che siamo messi male se, come ha ribattuto il Presidente Napolitano dobbiamo fare affidamento allo “spirito animale”, per quanto questa immagine vada intesa (ma non so quanti abbiano interpretato la frase in questo modo) come l’espressione che usava Keynes per descrivere la vitalità del capitalismo. Se non altro, perché anche nei Paesi più smaccatamente capitalistici c’è una progettazione di lungo periodo (se non altro, in termini di investimenti di ricerca ed innovazione), e un rispetto culturale per quelli che sono gli interessi collettivi.

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Il blocco dei camionisti: un esempio degli equivoci italiani

Vado un po’ off-topic rispetto ai “soliti” argomenti economico-finanziari del blog per una piccola riflessione sullo sciopero degli autotrasportatori. Devo innanzi tutto ammettere di essere in quell’ampia fetta di italiani che non conoscono esattamente le richieste dei camionisti, ma hanno solo qualche idea sulle motivazioni generali: già questo dovrebbe far riflettere, perché se blocchi un Paese e la gente non ha neppure capito esattamente perché, hai sbagliato qualcosa, e di grosso.

L’aspetto “interessante” di questa protesta è che un esempio lampante di come in Italia sia ormai sempre più frainteso il concetto di democrazia, che da “governo del popolo” sembra essere interpretato come “diritto di veto da parte di chiunque su qualsiasi cosa“: e così è accettato qualunque tipo di comportamento da qualunque gruppo di persone che si autodefinisca un’associazione o un comitato, molte volte aizzate da personaggi con interessi politici che spesso soffiano sul fuoco (non conosco nei dettagli il caso specifico e quindi considero una coincidenza che il rappresentante dei camionisti, Paolo Uggè, sia parlamentare di Forza Italia).

L’altro aspetto che rende la protesta dei camionisti così esemplare della situazione italiana è che, di fondo, il problema è che i padroncini – le micro-imprese tanto osannate per la loro flessibilità- non riescono a competere con le grosse aziende che stanno entrando nel mercato italiano dei trasporti. L’istinto naturale è quello di provare simpatia e compassione per il piccolo minacciato dal grande, ma non bisogna dimenticare che il piccolo non riesca a produrre (servizi, in questo caso) in modo efficace ed efficiente, non potendo sfruttare economie di scala e di “scope“, trovandosi così a sostenere costi eccessivi, rispetto ai prezzi di mercato. E nel caso specifico, l’inefficienza si traduce nel fatto che sembrerebbe in Italia il 40% dei camion viaggino vuoti (dato che non sono in grado di programmare un carico nel luogo della consegna), con le immaginabili conseguenze non solo sui costi (che poi si riflettono sulle tariffe e quindi sui prezzi al destinatario dei beni trasportati), ma anche sul traffico, e quindi sull’inquinamento e sulla sicurezza stradale.

Insomma, sicuramente la situazione attuale del settore dei trasporti non è sostenibile e serve un riordino del settore stesso, ma sicuramente un tale riordino non può semplicemente mirare a mantenere il “mucillaginoso” status quo (parafrasando l’espressione del Censis) attraverso provvedimenti finanziari-tributari che “drogano” il mercato, ma piuttosto a rinnovare in modo sostanziale il settore (magari portando le merci il più possibile su rotaia).

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USA: numero verde per i mutui. Ma Bush annuncia il numero sbagliato

Giusto una piccola curiosità: come saprete, in USA sono state attivate una serie di misure in aiuto dei proprietari di case, che hanno dovuto affrontare un aumento dei tassi di interesse notevolmente più alto che da noi. La Homeownership Preservation Foundation ha istituito un numero verde per dare informazioni a chi è in difficoltà, con il supporto della Casa Bianca, e il Presidente Bush ha annunciato in televisione l’istituzione del servizio.

Ma a quanto si legge su Yahoo!, il Presidente ha dato ai giornalisti il numero telefonico sbagliato: insomma, sembra sia destino che i proprietari in difficoltà debbano proprio soffrire fino in fondo…

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