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Parlando di moneta, mi pare interessante fare una digressione sul tema delle sigarette come moneta, cui avevo accennato in un precedente post. C’è uno scritto molto interessante di un economista americano, R.A. Radford, scritto nel 1945 che tratta della sua esperienza di prigioniero di guerra, analizzando la vita dei campi di prigionia da un punto di vista economico. Il titolo esatto, per chi volesse cercarlo, è “The Economic Organisation of a POW Camp“, ed è stato pubblicato su “Economica” del novembre 1945. A parte fare i complimenti all’uomo, che è riuscito a vivere l’esperienza di un campo di prigionia con gli occhi dell’economista, è un articolo interessante perché evidenzia “the universality and the spontaneity of this economic life; it came into existence, not by conscious imitation, but as a response to immediate needs and circumstances” (l’universalità della vita economica, nata non per imitazione volontaria, ma come risposta immediata ai bisogni ed alle circostanze).

Ma quali transazioni economiche possono esserci in un campo di prigionia? Molte più di quelle che si può pensare. Questo perché tutti i prigionieri ricevevano la stessa quantità di razioni, ma hanno bisogni diversi. Il meccanismo più semplice è il baratto: il non fumatore che scambia il pacchetto di sigarette con la razione di cioccolato di un amico fumatore.

Ma il baratto, da solo, è un metodo lento ed inefficiente. E crea la possibilità di forme di arbitraggio tutt’altro che marginali, perché l’informazione sul valore potrebbe non circolare efficacemente. In altre parole, ad esempio, poteva succedere che contemporaneamente che si scambiassero (magari in baracche diverse) 2 scatole di tonno per 4 barre di cioccolato, 4 barre di cioccolato per una maglietta, ed una maglietta per 3 scatole di tonno. Radford cita il caso di un soldato che sarebbe partito con una porzione di formaggio ed alcune sigarette dalla sua baracca, avrebbe girato il campo e sarebbe tornato con un’intera razione della Croce Rossa.

Quindi abbastanza naturalmente un particolare oggetto divenne la moneta del campo: le sigarette. La scelta delle sigarette e non di altro deriva dal fatto che sono oggetti molto standardizzati, quindi numerabili (2 sigarette valgono il doppio di una), ed il valore di una singola sigaretta è abbastanza basso da poter gestire anche il pagamento di beni dal valore ridotto. Ovviamente nascevano alcuni problemi: le sigarette non potevano più essere fumate, altrimenti ci si “fumava” i propri risparmi. L’altro è che le esigenze di moneta (la domanda di moneta) non venivano assecondate dall’offerta: infatti la Croce Rossa, ogni qualche settimana, poteva portare diverse centinaia di sigarette da un giorno all’altro, con ripercussioni anche forti sui prezzi dei beni.

Un’ultima annotazione per chiudere questa digressione: il caso dei campi di prigionia non sarebbe isolato nell’utilizzo di sigarette come moneta. Sono noti casi di paesi ex-comunisti dove le sigarette sarebbero state informalmente utilizzate come moneta, al posto di quella ufficiale super-inflazionata e praticamente priva di valore, prima del crollo del comunismo.

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