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Dopo aver parlato dell’auto-alimentazione del credito e di come le commercial paper hanno trasferito il rischio in contesti che dovevano essere a basso rischio, torniamo a parlare dei proprietari di case.

Quando sono aumentati i proprietari che non riuscivano a pagare le rate del mutuo e si sono visti la casa pignorata, quello che è realmente successo è che i modelli matematici che li descrivevano come “statisticamente affidabili” si sono dimostrati inaffidabili. E di conseguenza, gli strumenti, in particolare i CDO, che si erano basati su quei modelli matematici si sono improvvisamente trovati senza gambe. Inoltre, le banche ed i fondi non avevano più metodologie di valutazione, e di conseguenza hanno iniziato a rifiutare di accettare CDO e commercial paper che avessero mutui come garanzia, facendoli diventare così un peso nei bilanci di chi ne è in possesso.

A questo punto, iniziano i problemi: infatti quando si opera “a leva” (e abbiamo visto che 1$ di capitale “reale” fa da base a 20-30$ di prestiti), nello stesso modo in cui vengono amplificati i guadagni, vengono amplificate le perdite. Ma il problema delle banche è anche un altro: si trovano a dover convincere i possessori di CDO e commercial paper a non venderli e tanto meno di rivenderli alla banca. Questo perché se le banche si trovassero in crisi di liquidità dovrebbero chiedere ai loro clienti di rimborsare anticipatamente i prestiti che hanno ricevuto, clienti che però sono già in difficoltà e quindi potrebbero dover essere classificati come insolventi.

Ora il problema è che CDO e simili sono stati – indirettamente – uno dei motori della crescita della borsa degli ultimi anni. Su questi strumenti si basavano i leveraged buyout (l’acquisto di una società, in cui l’acquirente si fa prestare buona parte dei soldi da una banca) ma anche i buyback di azioni. E non a caso molte acquisizioni e fusioni sono state messe in forse dalla crisi del credito.

In conclusione, quello che prospettano i “pessimisti” è che la forte contrazione di liquidità che conseguente alla crisi del credito avrà inevitabilmente conseguenze pesanti sui mercati. Insomma, non staremmo assistendo ad una “correzione” più o meno importante, ma saremmo di fronte allo sgonfiarsi della bolla di liquidità che si è formata negli ultimi anni. Notare che parliamo di “sgonfiarsi” e non di “scoppiare” perché può essere un processo che può durare anche diversi anni.

La domanda diventa allora: in questa ottica, tagli dei tassi di interesse da parte della FED possono impedire un crollo dei mercati? La risposta dei pessimisti è che nel migliore dei casi un taglio dei tassi può rendere la discesa più morbida, ma non impedire che il trend diventi negativo: il problema attuale infatti non sarebbe la quantità di moneta nel sistema (che è appunto determinata dai tassi di interesse), ma sarebbe piuttosto il modello attuale di leve finanziarie, trasferimento del rischio e trasparenza dei rapporti con le controparti. Insomma una sorta di “cambiamento epocale” che richiederebbe anche una revisione della regolamentazione globale dei mercati, e che sarebbe destinato ad avvenire lasciando profondi segni.

Banche e Risparmio [http://www.banknoise.com]

Crisi del credito: è appena l’inizio? (parte 1)
Crisi del credito: è appena l’inizio? (parte 2)
Crisi del credito: è appena l’inizio? (parte 3)
Crisi del credito: è appena l’inizio? (parte 4)

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