Sulla (s)vendita delle riserve in oro, e non solo

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Ho letto con molto interesse il post “Il malloppetto” su Risparmiare Informati, e volevo aggiungere un mio contributo alla discussione. A mio parere, uno dei grossi problemi che stanno alla base di queste idee di svendita del patrimonio è il tipo di contabilità che viene utilizzata dagli Enti e dalle Amministrazioni Pubbliche.

Come forse saprete, infatti, Enti e Amministrazioni Pubbliche utilizzano un bilancio che è basato principalmente sui flussi di cassa. Non utilizzano, insomma, strumenti quali Conto Economico e Stato Patrimoniale. Questa differenza non va considerata solo una questione amministrativa, perché influenza in modo determinante il modo di pensare oltre che gli obiettivi degli amministratori.

Prendiamo il tema delle privatizzazioni in generale: nel mondo “privato”, una famiglia, ad esempio, se uno vende l’auto a 5.000 Euro, non si limita a pensare “Ho incassato 5.000 Euro”, ma dovrebbero venirgli in mente anche cose tipo “Non ho più un auto”. Il che può far sì che la vendita non sia un buon affare, anche se magari ho incassato un prezzo corretto. Si tratta, mi pare, di un ragionamento estremamente banale che però raramente le Amministrazioni Pubbliche fanno (o possono fare, se volete).

Oltre a favorire privatizzazioni “approssimative”, il bilancio di cassa inevitabilmente funge da freno agli investimenti. Per il semplice motivo che gli investimenti di fatto non figurano chiaramente da nessuna parte.

Per venire al tema originale di questo post, la vendita delle riserve in oro, è chiaro che qualunque azienda abbia un bilancio composto da Stato patrimoniale e Conto Economico si renderebbe conto che è un’operazione totalmente priva di significato, dato che di fatto comporta solo uno spostamento di valori tra le voci dell’ipotetico Stato Patrimoniale, da “Oro” a “Contanti”. E sarebbe di conseguenza evidente che non si è guadagnato assolutamente nulla.

Ovviamente, non è banale per le Amministrazioni Pubbliche crearsi uno Stato Patrimoniale, dato che la quantità di beni di cui sono proprietarie è notevole, e spesso a ciò si aggiunge una difficoltà di valutazione del valore. Storicamente, questo è il motivo della rinuncia dell’utilizzo di questo strumento. Se però questa “rinuncia” era giustificata nel 1800, nel XXI secolo ci sono gli strumenti tecnologici e metodologici per gestire la mole di dati, e favorire una gestione degna di questo nome del patrimonio pubblico.

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