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Il sottosegretario all’Economia, Alfiero Grandi, ha anticipato che il governo punta a portare al 20% la tassazione delle rendite finanziarie con la prossima Finanziaria. Come forse ricorderete, l’aumento dal 12,5% attuale al 20% era stato proposto già con la passata Finanziaria, ma poi era stato tolto perché non era stato trovato un’accordo nella maggioranza sull’applicazione del provvedimento. L’idea era (ed è) anche quella di avere un’unica aliquota sulle “rendite finanziarie”, quindi anche abbassare dal 27% attuale al 20% l’imposizione sugli interessi dei conti correnti e simili. A mio parere, la proposta di omogeneizzare la tassazione è sbagliata, e parte da presupposti errati.

Il Ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, durante un’intervista a Radio Popolare, aveva detto che “non è accettabile che un lavoratore paghi il 30% su quanto guadagna, mentre chi investe paga il 12,50%“. Innanzi tutto, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché lavoratore ed investitore devono per forza essere due persone distinte. Mi pare un’atteggiamento molto “castista”, che descrive una mentalità del mondo del lavoro a compartimenti stagni che andrebbe abbattuta, nel XXI secolo. Chi investe – o dovrebbe investire – di più sono proprio i lavoratori, che cercano – o dovrebbero cercare – di far fruttare al meglio i propri risparmi. Ho aggiunto i condizionali perché per investire con successo bisogna essere informati, mentre in Italia l’ignoranza è ormai presentato come motivo d’orgoglio. Probabilmente perché conviene a molti: per rimanere nel campo finanziario, se sei ignorante le banche possono più facilmente rifilarti quello che gli fa comodo; i partiti possono ottenere voti semplicemente presentandosi come “paladini-dei-lavoratori-buoni-contro-gli-investitori-malvagi” (ma anche viceversa…). Se qualcuno avesse veramente a cuore l’interesse dei lavoratori, cercherebbe di avvicinarli al mondo finanziario, e non di allontanarli.

Comunque, perché può essere giusto che “un lavoratore paghi il 30% su quanto guadagna, mentre chi investe paga il 12,50%“? Beh, innanzi tutto, c’è l’elemento di rischio. Investire implica elementi di rischio: se faccio un’investimento sbagliato, posso anche perdere tutti i miei soldi. Al lavoro, come dipendente, nel peggiore-peggiore dei casi posso perdere il posto di lavoro, e quindi gli stipendi futuri, ma non di più.

Quindi, dato che il reddito ottenibile con l’investimento finanziario è a rischio, è indispensabile favorirlo, per spingere le persone ad investire. Perché, non dimentichiamolo, chi compra azioni finanzia le aziende che danno lavoro ai lavoratori.

Sempre sul tema del rischio, molti esponenti della sinistra continuano a confondere le “rendite” con i “proventi degli investimenti”. La rendita è un “contratto che comporta la corresponsione periodica di una somma di denaro o di una determinata quantità di cose fungibili“. Insomma, caratteristica fondamentale della rendita è il fatto che produce utili, e non passività.

Inoltre, la tassazione degli investimenti al 20% colpisce, se non esclusivamente, principalmente, gli investimenti dei lavoratori. Infatti chi è veramente in grado di “vivere di rendita” grazie a disponibilità di cifre realmente importanti, è anche in grado di trovare i meccanismi per minimizzare l’impatto di una variazione del regime fiscale.
Chiudo con un ultima ragione del perché è sbagliato portare la tassazione dal 12,5% al 20%. Mi pare che si dimentichi che i soldi “generati” per esempio dalle azioni, non sono creati dal nulla, ma sono frutto dell’attività dell’azienda, attività che è già più che tassata. Quella sui proventi finanziari, quindi, è a ben vedere una ri-tassazione. Quindi, può essere vero che in Europa, o almeno in alcuni Paesi dell’Unione Europea, la tassazione delle cosiddete “rendite finanziarie” prevede un’aliquota più elevata. Ma è anche vero che in quegli stessi Paesi le aziende sono soggette ad una minore imposizione fiscale, e quindi in grado di produrre più utili.

Quindi al limite un’idea “sensata” potrebbe al limite essere quella di alzare la tassazione sulle rendite finanziarie, ma ridurre in proporzione quelle sull’attività delle imprese, in modo da mettere queste ultime in condizioni di sfruttare maggiori risorse economiche, favorendo così una loro crescita, con potenziali ricadute positive più che proporzionali su noi lavoratori, noi investitori, noi cittadini. Ma ovviamente bisognerebbe non ragionare per compartimenti stagni.

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