Arrivano Bilancio Arancio e Conto Arancio+

Tempo di novità in casa ING Direct, che lancia in contemporanea o quasi due novità. La prima è Conto Arancio+, che di fatto è un un Pronti Contro Termine, in cui l’investimento è vincolato per 6 o 12 mesi.
Conto Arancio+ offre tassi più leggermente più bassi rispetto a prodotti simili, quali (IWPower30/60/180 di IWBank o SuperSave di Fineco), ma c’è l’aspetto interessante che in caso di prelievo (totale o parziale) viene comunque riconosciuto sull’importo il tasso “normale” di Conto Arancio, contrariamente ad altre situazioni in cui, in caso di prelievo, non viene riconosciuto alcun interesse. Per cui può essere visto come un investimento “meno vincolato”
Il limite principale di Conto Arancio+ sta a mio parere nei vincoli sulla cifra, che sono abbastanza elevati: non è possibile investire meno di 10.000 Euro, e il tasso “maggiorato” si ottiene se si investono almeno 50.000 Euro. Insomma, non proprio per tutti.

In dettaglio, i tassi previsti sono i seguenti:

  • investimento di 6 mesi, capitale da 10.000 a 50.000 Euro: 3,75% lordo.
  • investimento di 6 mesi, capitale oltre 50.000 Euro: 4,00% lordo.
  • investimento di 12 mesi, capitale da 10.000 a 50.000 Euro: 4,00% lordo.
  • investimento di 12 mesi, capitale oltre 50.000 Euro: 4,50% lordo.

Bilancio Arancio invece è un nuovo comparto di Investimenti Arancio, di cui avevamo in anteprima annunciato la creazione un po’ di settimane fa, e adesso è disponibile per l’acquisto da parte dei clienti di ING. Bilancio Arancio è un fondo bilanciato, cioè un fondo che diversifica l’investimento su titoli azionari, obbligazioni, liquidità. Come tutti i fondi di ING, prevede la distribuzione di cedole e dividendi.
Si tratta di un fondo interessante, ma data la libertà che consente al gestore (che può praticamente comprare tutto quello che vuole), a mio parere probabilmente va tenuto sotto osservazione un po’ più degli altri prima di investirci, dato che sono determinanti lo stile e l’abilità di gestione, fattori che possono essere compresi meglio solo con un minimo di “storico” del fondo.

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Italian banks exposure to subprime crisis

Bank of Italy ran some audit to verify Italian banks exposure to subprime mortgage crisis. It seems that Italian banks should be only indirectly exposed to financial securities at risk: so this is another voice that tries to reassure Italian consumers, after Government and many analysts. From what emerge in some recent Reuters news, main Italian banks exposure should be the following:

  • Intesa SanPaolo: no direct involvement, the bank affirms to have already undertaken protection measures;

  • Mediobanca: no direct or indirect exposure to subprime mortgage-related securities;

  • Mediolanum: no direct or indirect exposure to subprime mortgage-related securities;

  • Generali: group exposure should be slightly over 3 million euros, a sum that CEO Perissinotto says is “irrelevant in the overall group context“;

  • Fondiaria-SAI: no direct or indirect exposure to subprime mortgage-related securities, neither CDO (Collateralized debt obligation) securities in portfolio;

  • Unipol: no direct or indirect exposure to subprime mortgage-related securities, but it owns 9 million euros in CDO, a “minimal sum” on total invesment, they say;

  • Unicredit: the group should have a “marginal” exposure ($150 million), plus $800 million (out of the book) through Bufco, a company inherihed in HVB acquisition.

In short, data seem to be quite reassuring for Italian banks. But the main doubt (besides, how markets will evolve) regards indirect exposure, which could be underestimated, since it is still possible that risky securities ended up by some devious way in low-risk portfolio: and this is stock market biggest fear in this last days.


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L'esposizione delle banche italiane sui mutui subprime

La Banca d’Italia ha svolto una serie di verifiche per esaminare l’esposizione delle banche italiane per quanto riguarda i mutui subprime, e di conseguenza il rischio cui sono esposte.

A quanto pare, le banche italiane avrebbero solo una minima esposizione (indiretta) sui prodotti a rischio, con investimenti che coinvolgono solo marginalmente i mutui subprime. Abbiamo quindi un’altra voce che tende a rassicurare il mercato ed i risparmiatori, dopo quella del Governo e di analisti del settore

Da quanto è possibile ricavare da alcune recenti news di Reuters, l’esposizione delle principali banche e assicurazioni dovrebbe essere la seguente:

  • Intesa SanPaolo: la banca non sarebbe coinvolta direttamente, e afferma di avere adottato da tempo “misure di salvaguardia”.

  • Mediobanca: non avrebbe alcuna esposizione diretta o indiretta verso i mutui subprime

  • Mediolanum: non avrebbe alcuna esposizione diretta o indiretta verso i mutui subprime

  • Generali: l’esposizione del gruppo sarebbe di poco più di 3 milioni di euro, cifra che l’Ammministratore Delegato Perissinotto definisce “irrilevante nel contesto di gruppo”

  • Fondiaria-SAI: anche Fondiaria non avrebbe esposizione diretta o indiretta verso i mutui subprime Usa, e non avrebbe neppure in portafoglio titoli di tipo “Collateralized debt obligation” (CDO)

  • Unipol: non vrebbe alcuna esposizione diretta o indiretta verso i mutui subprime, ma sarebbe in possesso di CDO per circa 9 milioni di euro, cifra definita comunque minima sul totale degli investimenti.

  • Unicredit: dovrebbe avere un’esposizione diretta ai mutui subprime “marginale”, di circa 150 milioni di dollari, cui si aggiungono 800 milioni fuori bilancio tramite Bufco, una societa’ veicolo “ereditata” da HVB, che svolge l’attività di deconsolidare crediti

Quindi, i dati sembrerebbero abbastanza tranquillizzanti, per quanto riguarda il panorama italiano. L’unico dubbio che rimane, che è poi quello che aveva spaventato i mercati nelle settimane scorse, è se è possibile che crediti a rischio possano essere finiti, attraverso vie più tortuose, in portafogli “a basso rischio” (e quindi probabilmente neppure conteggiati in queste stime).

L’altro aspetto che sarà interessante cercare di capire meglio è se questi valori sulle percentuali di investimenti che coinvolgono mutui subprime siano rappresentativi anche della situazione Europea in generale, o se ci sia qualche banca che è più pesantemente coinvolta.

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Talking on 20% taxation of all financial profits: why it is wrong

Deputy Minister for Economy, Alfiero Grandi, said that the government aims to level taxation on financial incomes (now 12,5%) and on banking accounts (now at 27%) to 20%. In fact, it is a while that majority parties are talking about this, but until now they couldn’t find an agreement. In my opinion, leveling taxation in this way is wrong, and is based on wrong assumptions.

The Minister for Social Solidarity said in an interview that “is not accettable that a worker pays 30% taxes on his incomes, while an investor only 12,5%“. First of all, somebody should explain me why the worker and the investor should be two different people. I think this is a “caste-oriented” attitude, with a look at the world in watertight compartments, that should be surpassed in the XXI century. Investment is a way workers have to protect their savings. Or it should be, since to succesfully invest one should be informed, while in Italy ignorace seem to be something to be proud of, maybe because it is useful to a lot of people: if you are ignorant, banks can palm you off anything they want to; political parties can get votes only telling they are the “champions of the good worker against the evil owners” (or the champions of the good owners against the evil workers, it depends). If somebody cared about workers interest, he should try to let workers know better the investment world, not just keep them away.

Anyway, why it may be right that “a worker pays 30% taxes on his incomes, while an investor only 12,5%“? Well, first of all, there is the risk side. As a worker, in the worst case scenario I can lose my job, as an investor I could lose all invested money. So it is reasonable to encourage people to invest money, since investing in the end they give money to companies, that — let’s not forget — give jobs to workers.

Besides, it looks to me that many left-wing member of Parliament confuse financial incomes with annuities. Annuities brings only incomes, while financial investment may bring also (sometime substantial) losses.

Finally, money from investment in equity shares does not comes from nowhere, but it is a result of company activity, that is already subject to taxation. So, at least, one should separate capital gains from dividends. Or maybe one could think of rising taxation on dividends, but also to reduce it on company activity, which may probably allow them to reach a better efficiency. But again, one should think of everything in watertight compartments.

Italian translation of this post: Si torna a parlare di tassazione al 20%: perché è sbagliata

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Si torna a parlare di tassazione al 20%: perché è sbagliata

Il sottosegretario all’Economia, Alfiero Grandi, ha anticipato che il governo punta a portare al 20% la tassazione delle rendite finanziarie con la prossima Finanziaria. Come forse ricorderete, l’aumento dal 12,5% attuale al 20% era stato proposto già con la passata Finanziaria, ma poi era stato tolto perché non era stato trovato un’accordo nella maggioranza sull’applicazione del provvedimento. L’idea era (ed è) anche quella di avere un’unica aliquota sulle “rendite finanziarie”, quindi anche abbassare dal 27% attuale al 20% l’imposizione sugli interessi dei conti correnti e simili. A mio parere, la proposta di omogeneizzare la tassazione è sbagliata, e parte da presupposti errati.

Il Ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, durante un’intervista a Radio Popolare, aveva detto che “non è accettabile che un lavoratore paghi il 30% su quanto guadagna, mentre chi investe paga il 12,50%“. Innanzi tutto, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché lavoratore ed investitore devono per forza essere due persone distinte. Mi pare un’atteggiamento molto “castista”, che descrive una mentalità del mondo del lavoro a compartimenti stagni che andrebbe abbattuta, nel XXI secolo. Chi investe – o dovrebbe investire – di più sono proprio i lavoratori, che cercano – o dovrebbero cercare – di far fruttare al meglio i propri risparmi. Ho aggiunto i condizionali perché per investire con successo bisogna essere informati, mentre in Italia l’ignoranza è ormai presentato come motivo d’orgoglio. Probabilmente perché conviene a molti: per rimanere nel campo finanziario, se sei ignorante le banche possono più facilmente rifilarti quello che gli fa comodo; i partiti possono ottenere voti semplicemente presentandosi come “paladini-dei-lavoratori-buoni-contro-gli-investitori-malvagi” (ma anche viceversa…). Se qualcuno avesse veramente a cuore l’interesse dei lavoratori, cercherebbe di avvicinarli al mondo finanziario, e non di allontanarli.

Comunque, perché può essere giusto che “un lavoratore paghi il 30% su quanto guadagna, mentre chi investe paga il 12,50%“? Beh, innanzi tutto, c’è l’elemento di rischio. Investire implica elementi di rischio: se faccio un’investimento sbagliato, posso anche perdere tutti i miei soldi. Al lavoro, come dipendente, nel peggiore-peggiore dei casi posso perdere il posto di lavoro, e quindi gli stipendi futuri, ma non di più.

Quindi, dato che il reddito ottenibile con l’investimento finanziario è a rischio, è indispensabile favorirlo, per spingere le persone ad investire. Perché, non dimentichiamolo, chi compra azioni finanzia le aziende che danno lavoro ai lavoratori.

Sempre sul tema del rischio, molti esponenti della sinistra continuano a confondere le “rendite” con i “proventi degli investimenti”. La rendita è un “contratto che comporta la corresponsione periodica di una somma di denaro o di una determinata quantità di cose fungibili“. Insomma, caratteristica fondamentale della rendita è il fatto che produce utili, e non passività.

Inoltre, la tassazione degli investimenti al 20% colpisce, se non esclusivamente, principalmente, gli investimenti dei lavoratori. Infatti chi è veramente in grado di “vivere di rendita” grazie a disponibilità di cifre realmente importanti, è anche in grado di trovare i meccanismi per minimizzare l’impatto di una variazione del regime fiscale.
Chiudo con un ultima ragione del perché è sbagliato portare la tassazione dal 12,5% al 20%. Mi pare che si dimentichi che i soldi “generati” per esempio dalle azioni, non sono creati dal nulla, ma sono frutto dell’attività dell’azienda, attività che è già più che tassata. Quella sui proventi finanziari, quindi, è a ben vedere una ri-tassazione. Quindi, può essere vero che in Europa, o almeno in alcuni Paesi dell’Unione Europea, la tassazione delle cosiddete “rendite finanziarie” prevede un’aliquota più elevata. Ma è anche vero che in quegli stessi Paesi le aziende sono soggette ad una minore imposizione fiscale, e quindi in grado di produrre più utili.

Quindi al limite un’idea “sensata” potrebbe al limite essere quella di alzare la tassazione sulle rendite finanziarie, ma ridurre in proporzione quelle sull’attività delle imprese, in modo da mettere queste ultime in condizioni di sfruttare maggiori risorse economiche, favorendo così una loro crescita, con potenziali ricadute positive più che proporzionali su noi lavoratori, noi investitori, noi cittadini. Ma ovviamente bisognerebbe non ragionare per compartimenti stagni.

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A possible end of the financial world (as we know it)

Probably you’ve followed what happened on financial markets last week. To better understand, it is useful to remember the story of “Long Term Capital Management” (LTCM) hedge fund.

Hedge funds are investments funds that undertake a wider range of activities than other investment funds: activities that other funds can’t undertake since they are too risky. For example, their regulation allow them to short sell, which is usually avoided by “standard” funds, to increase risk in order to maximize returns. For these reason these “speculative” funds are usually opened to a limited range of investors, that must meet strong requirements: an accredited investor needs to have a minimum net worth of $1,000,000 or, alternatively, a minimum income of $200,000.

Although they follow risky strategies, hedge fund on average can reach positive results, since they are the “strong hands” in the market, and can influence markets: in 2006, hedge funds managed something like 1.900 billion dollars, a sum higher than Italian GNP (that in 2006 was 1.850 billion dollars).

Long-Term Capital Management (LTCM) was founded in 1994 by John Meriwether and in the board there were Myron Scholes and Robert C. Merton, who received Nobel prize for economy in 1997. The fund based its strategy on complex mathematical techniques, to exploit earning opportunities. And in fact, in the first years LTCM got annualized returns of over 40%. This also thanks to an high leverage: in 1998, LTCM had capital for $4,72 billion, and had loans for $125 billions — a leverage ratio near to 27.

In 1998, there were some events not expected by mathematical models (most notably, Asia and Russia crisis): this didn’t damage that much the fund, but incomes were definitely lower than previous years. But this led many investor to exit from LTCM, reducing its capital: but the fund couldn’t disinvest fast as much, and the fund ended at some point to operate with a leverage ratio near 55. A leverage that high it may be nice when things go fine, but if they turn bad, it may be a real nightmare. Just think that, with such a leverage, if you buy a security and its price rise 2%, you more than double your capital, but if it falls 2%, you lose more than your capital. And this is what in the end happened to LTCM, because — to cite Keynes — it may be true that markets tend to a rational and mathematically predictable position, but “markets can stay irrational more than one can stay solvible“.

To avoid a chain reaction that could have lead to a wide market collapse, FED had to intervene, organizing a bailout of the hedge fund by the major creditors.

Many feared that last week could happen something similar, and maybe to more than one hedge fund, which could complicate things. This risk isn’t over, since bottom problems (first of all, system transparency) are still there.

Moreover, there is a additional risk element from the fact many banks and investment funds by regulation have to use stop-loss rules, i.e. when the loss overcome a certain amount, they may have to sell the asset. But, since the amount of securities owned is relevant, a massive sell can exacerbate the price slide, possibly starting a chain reaction. Luckily, this time everything has ended well. Let’s hope next time it will be the same.


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Come può arrivare la fine del mondo finanziario

Non so se avete seguito con attenzione cosa è successo sui mercati finanziari la scorsa settimana. Per capire meglio, è opportuno ricordare la storia di un Hedge Fund, il “Long Term Capital Management” (LTCM).

Gli Hedge Fund sono fondi di investimento speculativi, che fanno utilizzo di tecniche e strumenti di gestione avanzati, che i normali fondi comuni non possono adottare per per motivi regolamentari – fondamentalmente perché sono troppo rischiosi. Ad esempio, gli Hedge Fund possono “vendere allo scoperto”, scommettendo sui ribassi, operazione che non è in genere permessa ai fondi comuni normali. L’alto rischio per l’investitore è evidenziato anche da vincoli patrimoniali molto elevati per i partecipanti, imposti per legge. La legge americana prescrive che gli investitori abbiano un patrimonio di almeno un milione di dollari o entrate nette per oltre 200.000 dollari. Ciononostante, gli Hedge Fund possono in genere essere abbastanza sicuri di chiudere in attivo, in quanto sono le vere “mani forti” in grado di condizionare i mercati: si stima infatti che il patrimonio gestito (e movimentato dai mercati) dagli hedge fund sia stato nel 2006 complessivamente di circa 1.900 miliardi di dollari (1.900.000.000.000$), una cifra superiore al PIL dell’Italia (che, se vi interessa, nel 2006 era equivalente a circa 1.850 miliardi di dollari).

Il Long-Term Capital Management (LTCM) era stato fondato nel 1994 da John Meriwether (ex-Salomon Brothers) e tra i dirigenti c’erano Myron Scholes e Robert C. Merton, che hanno ricevuto il Nobel per l’economia nel 1997, e sfruttava complesse tecniche matematiche per produrre guadagni significativi. E infatti all’inizio i riusultati sono stati decisamente significativi, con guadagni di oltre il 40% annuo. Questo grazie anche al fatto che a inizio 1998, il LTCM aveva un capitale di circa 4,72 miliardi di dollari, e aveva ottenuto prestiti per 125 miliardi: in altre parole, usava una leva di fattore di circa 27.

Nel 1998, però le cose si guastarono, a causa di alcuni eventi non previsti dai modelli matematici (la crisi in Asia e Russia). Non un dramma per il fondo di per sé, ma i guadagni non erano certamente ai livelli degli anni precedenti. Molti investitori del fondo però ne uscirono, riducendo il capitale del fondo. Ma l’hedge fund non poteva disinvestire altrettanto velocemente, ed a un certo punto si trovò ad operare con un fattore di leva di 55. Che può essere interessante se si guadagna, ma espone a rischi enormi. Per capirci, se investo 100 e la borsa va su del 2% ho più che raddoppiato il mio capitale. Ma se invece la borsa va giù del 2% ho perso più del mio capitale. Ed è quanto alla fine avvenne, perché per citare Keynes, è vero che tendono verso posizioni razionali e quindi possono essere prevedibili con adeguati modelli matematici, ma “i mercati possono rimanere irrazionali più a lungo di quanto uno possa rimanere solvibile“.

Per evitare un collasso dei mercati, è dovuta intervenire pesantemente la FED, che ha di fatto praticamente espropriato LTCM e organizzato un salvataggio assieme ai creditori. L’alternativa sarebbe stata la liquidazione delle proprietà di LTCM che avrebbe causato ripercussioni a catena difficilmente valutabili.

Quello che si temeva la settimana scorsa, e che è un rischio ancora presente finché non verrà migliorata quantomeno la trasparenza del sistema, è che capitasse qualcosa di simile, magari a più di un hedge fund, cosa che avrebbe reso piuttosto difficile il salvataggio. L’elemento aggiuntivo di rischio è (o era, speriamo) dovuto anche al fatto che molti fondi e banche per regolamento devono utilizzare degli stop-losses, cioè quando la perdita su un certo titolo supera una certa soglia devono venderlo. Però questo ha un effetto indesiderato: siccome le quantità di titoli detenute possono essere significative, una loro vendita “in massa” può avere effetti significativi sul prezzo del titolo, trascinandolo ancora più in basso, rischiando inoltre di far scattare altri “stop-losses” di altri soggetti, scatenando una reazione a catena che può potenzialmente essere estremamente nociva. Anche questa volta, per fortuna, l’abbiamo scampata. Speriamo anche la prossima.

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Summer thoughts on house market

Last week I went to see some friends on vacation at the beach. We noticed how rent prices dropped since a couple year ago. Or better: “official prices” are higher, but many apartments stay vacants until last minute, when they are rented at super-reduced prices.
In my opinion, the reason is quite simple: rent prices became to high, and for that sums one could get nearly a full-inclusive holyday overseas. But also holiday model changed: less people plan holidays with large advance.

From an economic point of view, this has a simple consequence: investing in holiday houses is becoming less profitable. This would mean that houses worth is diminishing. But house prices are still on rise, although there are several “on sale” signs, contrarily to past years. So one may think that “smart owners” foresee that the decline in profits will inevitably impact on property value, so they try to sell now, at possible maximum prices.

These observation we made on the beach are confirmed from national statistics, that show an increasing spread between rent and house prices. Next future therefore is quite foreseeable, since this means that “second houses” bought as investment will lose value, and this should mean at least a slowing in overall house price rises. In other words: a symptom that the housing balloon (in Italy, I think it’s excessive to talk about a bubble), is near to deflate.

Italian translation of this post: Riflessioni estive sull’immobiliare

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Riflessioni estive sull'immobiliare

Sono stato a trovare alcuni amici a Jesolo, la scorsa settimana. Non abbiamo potuto fare a meno di notare come il prezzo degli affitti sia notevolmente calato rispetto anche solo ad un paio di anni fa. O meglio, molti appartamenti apparentemente rimangono sfitti fino all’ultimo, finché non vengono affittati all’ultimo a cifre super-scontate.

La ragione è abbastanza intuibile, credo: i costi erano divenuti troppo alti, sempre meno potevano permetterseli, e per cifre confrontabili agli affitti chiesti gli anni scorsi si può oggi tranquillamente fare un viaggio all’estero, per esempio. E’ anche cambiato il “modello” di ferie, ad esempio perché in alcune situazioni lavorative può essere difficile pianificare con largo anticipo le ferie.

Da un punto di vista finanziario, questa situazione ha una conseguenza ovvia: acquistare un immobile a scopo di investimento probabilmente è meno redditizio di quanto non lo fosse in precedenza.

A conferma di ciò, mi sono stati fatti notare un certo numero di cartelli “VENDESI”, cartelli che gli anni scorsi erano quasi del tutto assenti. Verrebbe da pensare quindi che i proprietari più “svegli” stiano iniziando a vendere: certo, vendono a prezzi decisamente elevati, ma vendono, prima che tutti si accorgano che gli immobili valgono meno.

Jesolo potrebbe essere un po’ un caso limite, dato che secondo alcuni turisticametne si sta tirando un po’ la mazza sui piedi, dato che sta allontanando i giovani (che erano il segmento principale di turisti), con una sorta di “guerra” ai locali notturni. Alcuni anni fa, Jesolo stava quasi riuscendo a competere con la riviera romagnola e località come Ibiza. Adesso, vorrebbe proporsi come spiaggia “VIP”, senza probabilmente averne le possibilità: con tutta la buona volontà non si può certo dire che le spiagge di Jesolo e le coste della Sardegna siano confrontabili.

A prescindere dal caso particolare, però, le statistiche a livello nazionale confermano l’ampliarsi del “delta” tra affitti (in ribasso) e costo dell’immobile (ancora in rialzo). Potrebbe essere l’anticipo di una riduzione dei prezzi delle “seconde case” comprate a titolo di investimento, dato che essendo possibile ricavare meno con gli affitti, la gente sarà probabilmente disposta a pagarle meno. Ma non solo: la riduzione del prezzo delle “seconde case” potrebbe contribuire a far scendere (o quantomeno rallentare la crescita) anche del prezzo delle “prime case”, e degli immobili di altro tipo, dato che comunque si genererebbe meno “concorrenza” tra i compratori. Insomma, potrebbe essere il primo segnale che il “palloncino immobiliare” (non mi pare il caso di dire “bolla”) sta smettendo di gonfiarsi.

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Gold reserve (clearance) sale

In these days there is a debate in Italy on the possible selling of gold reserves, to repay some of the public debt. In my opinion, there is quite a misunderstanding that often leads to sell off of public properties, that is partially caused by the balance sheet used by most Italian public bodies.

In fact, public bodies have a cash-flow based balance sheet, that nearly ignores assets. This is not a merely administrative issue, since it influences the way-of-thinking and objective of public officers and public managers.

Let’s look at the “privatization” issue. In the “private world” a person, if sells his car at 5.000 Euros, does not think only “I collected 5.000 Euros“, but also thinks “I do not have a car anymore“. This last consideration can get the deal a bad deal, even if the price collected was fair. This is a simple reasoning, that public bodies often don’t (or can’t) do.

Besides pushing to “superficial” privatization, a cash-flow balance restrain investments, for the simple reason that investment aren’t clearly shown off in the balance, and moreover because investment are difficult to conciliate with cash flow limits imposed by law.

Getting back to this post topic, gold reserve selling, in a private company the selling of gold means, in the balance sheet, only a switch in assets elements. That means that you can get your assets more liquid, not that you become anyhow richer.

Obviously, an asset evaluation is quite difficult for a public body, both for the extent and the difficulty of evaluation of owned assets. But if these difficulties were insurmountable a hundred years ago, today, in the XXI century, there are technologies and techniques to manage more effectively public property.


Italian translation of this post:
Sulla (s)vendita delle riserve in oro, e non solo

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Sulla (s)vendita delle riserve in oro, e non solo

Ho letto con molto interesse il post “Il malloppetto” su Risparmiare Informati, e volevo aggiungere un mio contributo alla discussione. A mio parere, uno dei grossi problemi che stanno alla base di queste idee di svendita del patrimonio è il tipo di contabilità che viene utilizzata dagli Enti e dalle Amministrazioni Pubbliche.

Come forse saprete, infatti, Enti e Amministrazioni Pubbliche utilizzano un bilancio che è basato principalmente sui flussi di cassa. Non utilizzano, insomma, strumenti quali Conto Economico e Stato Patrimoniale. Questa differenza non va considerata solo una questione amministrativa, perché influenza in modo determinante il modo di pensare oltre che gli obiettivi degli amministratori.

Prendiamo il tema delle privatizzazioni in generale: nel mondo “privato”, una famiglia, ad esempio, se uno vende l’auto a 5.000 Euro, non si limita a pensare “Ho incassato 5.000 Euro”, ma dovrebbero venirgli in mente anche cose tipo “Non ho più un auto”. Il che può far sì che la vendita non sia un buon affare, anche se magari ho incassato un prezzo corretto. Si tratta, mi pare, di un ragionamento estremamente banale che però raramente le Amministrazioni Pubbliche fanno (o possono fare, se volete).

Oltre a favorire privatizzazioni “approssimative”, il bilancio di cassa inevitabilmente funge da freno agli investimenti. Per il semplice motivo che gli investimenti di fatto non figurano chiaramente da nessuna parte.

Per venire al tema originale di questo post, la vendita delle riserve in oro, è chiaro che qualunque azienda abbia un bilancio composto da Stato patrimoniale e Conto Economico si renderebbe conto che è un’operazione totalmente priva di significato, dato che di fatto comporta solo uno spostamento di valori tra le voci dell’ipotetico Stato Patrimoniale, da “Oro” a “Contanti”. E sarebbe di conseguenza evidente che non si è guadagnato assolutamente nulla.

Ovviamente, non è banale per le Amministrazioni Pubbliche crearsi uno Stato Patrimoniale, dato che la quantità di beni di cui sono proprietarie è notevole, e spesso a ciò si aggiunge una difficoltà di valutazione del valore. Storicamente, questo è il motivo della rinuncia dell’utilizzo di questo strumento. Se però questa “rinuncia” era giustificata nel 1800, nel XXI secolo ci sono gli strumenti tecnologici e metodologici per gestire la mole di dati, e favorire una gestione degna di questo nome del patrimonio pubblico.

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Dividendo Arancio and Convertibile Arancio in the subprime mortgage world

I sold some of the share I had of Dividendo Arancio and Convertibile Arancio (ING Direct’s “consumer” mutual funds). I’m not so sure it’s been a good idea (it feels a little as “selling at minimum”), but since I still had a capital gain, it looked to me wise to bring some money home.
I remain quite optimistic for the future: surely by now stock market are suffering, but I think this can be healthy, allowing a future re-start with financial market less flooded with incomprehensible financial securities. In fact, the biggest problem of subprime mortgages crisis is that risky securities ended up in low risk portfolios, by a long path of derivatives. By the way: the subprime mortgages does not concern only low income family, but also companies that turned to “easy lending”, based on not always clear collateralized obligation.

Dividendo Arancio and Convertibile Arancio should not suffer from direct effects of “exotic securities”, based even indirectly on subprime mortgages, since they cannot invest in these kind of instrument. But inevitably, they suffer world market course.

Surely Mattone Arancio (ING Direct mutual fund dedicated to european real estate sector companies) suffer more the situation, being much more directly concerned on mortgage topic. Mattone Arancio is in difficulties since some time ago, winding up earning from september of last year, and doing some damage to who bought shares in the last few months.

But, as they say, every cloud has a silver lining, so we should look at this also from who by now is not investing in the stock market. Maybe in the next weeks we will have a good moment to invest in some mutual fund, if there will be some positive signals.

Italian translation of this post: Dividendo Arancio e Convertibile Arancio, nel mondo dei mutui subprime

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Dividendo Arancio e Convertibile Arancio, nel mondo dei mutui subprime

Ho “alleggerito” un po’ la mia posizione su Dividendo Arancio e Convertibile Arancio: diciamo che ho tolto un 10% dei soldi che ci avevo messo. In teoria non è detto che sia una buona mossa, sa tanto di “vendere al minimo”, però non si sa mai, visto che sono ancora in attivo meglio portarsi a casa qualche briciola. Io sono relativamente ottimista per il futuro, adesso le borse stanno prendendo una bella legnata sui denti ma credo che possa passare relativamente velocemente, per poi una ripartenza più “sana”, meno drogata da strumenti di investimento incomprensibili.

Già, perché il problema dei mutui subprime, di cui ho scritto nel post precedente è che le “polpette avvelenate” investimenti a rischio sono degli investimenti a rischio sono finiti in portafogli a basso rischio attraverso tutta una serie di passaggi, di strumenti derivati basati su altri strumenti derivati (se volete capire come potete dare un’occhiata a questo articolo su Repubblica Finanza, dove è spiegato abbastanza chiaramente).

Ah, precisazione che forse non ho fatto in precedenza: il problema dei mutui subprime non riguarda solamente famiglie a basso reddito che hanno comprato casa, anzi. Il problema “grosso” viene piuttosto da aziende di medie e grosse dimensioni che sono ricorse al credito facile per fare investimenti, e che poi hanno “riciclato” sul mercato i loro debiti attraverso emissione di obbligazioni o di certificati di qualche tipo.

Dividendo Arancio e Convertibile Arancio dovrebbero essere parzialmente esenti da effetti “diretti” di titoli “esotici” basati più o meno direttamente sui mutui subprime, dato che hanno un portafoglio chiaramente definito per quanto la tipologia di investimenti (azioni nel caso di Dividendo Arancio, obbligazioni convertibili nel caso di Convertibile Arancio), e non hanno la possibilità di investire, se non in minima parte, in altri strumenti. Ovviamente in questo momento risentono inevitabilmente della correzione delle borse mondiali.

Sicuramente subisce l’influenza negativa della situazione Mattone Arancio, che peraltro è in difficoltà da un po’ di tempo ed ha azzerato i guadagni da settembre dell’anno scorso, e ha fatto discreti danni per chi è entrato negli ultimi mesi. A posteriori, la repentina discesa di Mattone Arancio e del settore immobiliare in generale consigliava di stare all’erta.

Non tutto il male viene per nuocere, però. Vediamola anche dal lato di chi al momento è saggiamente fuori dagli investimenti in borsa. Probabilmente nelle prossime settimane (a settembre) potrebbe essere un buon momento per entrare in qualche fondo di investimento, ovviamente sempre che ci siano segnali che torna il sereno.

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