Investire in oro: la soluzione alle incertezze dei mercati?

L’oro è considerato tradizionalmente un bene rifugio e secondo l’esperienza di molti, per quanto il mercato dell’oro sia soggetto – come tutti i mercati – a volatilità e possibili speculazioni, ha rappresentato un “porto sicuro” per gli investimenti, specie se confrontato agli altri metalli preziosi.

La questione quindi nasce spontanea: di fronte ai rischi e le incertezze che stanno vivendo i mercati in questo momento, investire in oro può essere una buona soluzione? Indubbiamente, gli effetti della Brexit sono ancora tutti da comprendere, specie perché – se è chiara la volontà di uscita del Regno Unito – non è per nulla chiaro il tipo di rapporto che vorrà avere con la UE in futuro, né tantomeno quello che potrà avere. Incertezza che dunque va ad accumularsi sull’incertezza dovuta ad una crisi economica non ancora esaurita, che rimane a cavallo tra ripresa e timore di nuovi crolli dei prezzi delle azioni, a causa dell’emergere di problemi strutturali non risolti.

L’oro come investimento

L’andamento del mercato dell’oro è spesso confrontato con quello dei mercati azionari: tradizionalmente, l’oro è considerato uno strumento per “proteggere” il valore, mentre azioni e obbligazioni uno strumento per “generare” valore.  Azioni e obbligazioni avrebbero performance  migliori in contesti di stabilità politica e con poche perturbazioni esterne. Questo è particolarmente evidente se si guarda al mercato americano, dove le borse hanno sempre beneficiato di una sostanziale stabilità politica già dal XIX secolo.  L’economista Thomas Sowell evidenzia, come esempio estremo a dimostrazione del vantaggio delle azioni nel lunghissimo periodo in contesti  “stabili”, che un dollaro investito nel 1801 in obbligazioni americane nel 2004 avrebbe valso oltre mezzo milione di dollari, mentre un dollaro investito sempre nel 1801 in oro avrebbe valso solo 74 centesimi.

Ma se questo mostra che l’oro non dovrebbe essere forse considerato un investimento di lunghissimo termine, ciò non toglie che investire in oro può essere un ottimo rifugio in momenti di incertezza. Inoltre, il prezzo dell’oro rimane comunque significativamente volatile nel medio-breve periodo, e questa volatilità può quindi essere sfruttata per ottenere un guadagno, vendendo ad un prezzo più elevato di quello a cui lo si è acquistato, guadagno che può essere moltiplicato sfruttando il cosiddetto “effetto leva”.  Insomma investire in oro può essere redditizio, a patto di farlo nel modo giusto.

Come investire in oro

Per investire in oro non serve essere “professionisti del trading”, ma ci sono oggi numerosi strumenti semplici alla portata anche dell’investitore occasionale.  E’ però importante capire bene come investire in oro, comprendendo le basi del trading e scegliendo un broker o un mediatore per le compravendite (generalmente online).

Una volta compreso l’aspetto “tecnico” del trading, è il momento di fare delle previsioni sull’andamento del mercato: per completare quanto abbiamo scritto sopra, dobbiamo evidenziare che alcuni analisti prevedono un andamento diverso nel futuro, in cui la scarsità del metallo giallo potrebbe dare all’oro un trend rialzista nel lungo periodo (anziché sostanzialmente stabile come in passato). Il motivo è che la quantità di oro esistente al mondo è limitata, così come diventa sempre più difficile e costoso estrarlo. La domanda è decisamente superiore all’offerta, non solo per la richiesta di oro per investimento e come materiale per gioielli, ma anche perché è un materiale importante per l’industria.

Quanto investire?

Investire in oro, come tutti gli investimenti in generale, comporta elementi di rischio. E’ quindi fondamentale investire tenendo conto di ciò, limitando di conseguenza il capitale investito. Vale anche in questo caso la regola generale di investire solamente quello che si ha “in più” (specie se si è investitori alle prime armi). In altre parole, non bisogna investire rischiosamente risparmi necessari per spese programmate o previste, così come non bisognerebbe investire la parte di reddito “necessaria” per le spese correnti o previste per l’immediato futuro: non bisogna dimenticare infatti che non va considerato solo il rischio di perdite “perché l’investimento va male”, ma anche il fatto che essere costretti a “smobilitare” l’investimento (perché magari ci si trova a dover affrontare una spesa) espone spesso a perdite perché non si riesce a vendere nel momento ideale.

 

DELEGA DI PAGAMENTO

Cosa fare però se si ha esigenza di liquidità, ma si è già fatto ricorso al prestito personale, così come pure alla cessione del quinto e non è decorsa la durata prescritta dalla legge per il rinnovo di quest’ultima?

Non vi sgomentate, nell’evenienza può venire in soccorso la Delega di Pagamento, pure detta delegazione di pagamento, definita generalmente anche doppio quinto.

Illustriamo celermente in cosa consta la delega di pagamento e ciò che occorre per ottenerla.

La delega di pagamento comporta l’addebito sulla busta paga di un secondo quinto dello stipendio, dunque di un nuovo 20%. In sintesi, la delegadi pagamento concede l’occasione al dipendente, che abbia da tempo fatto la cessione del quinto dello stipendio, di ricevere un altro prestito.

Si adopera tale forma di credito se non è ammesso rinnovare la cessione del quinto corrente o quando, come già segnalato, si ha bisogno di una maggiore disponibilità di denaro.

Convenzioni per la Delega di Pagamento

Differentemente dalla cessione del quinto dello stipendio e della pensione, la delega di pagamento può venir richiesta unicamente dai lavoratori (non dai pensionati), un’altra diversità sta nel fatto che la delega di pagamento non è tra i diritti del dipendente (delegante) e risulta vincolata all’accettazione del datore di lavoro, sovente attraverso Convenzioni sottoscritte insieme all’ente che provvede materialmente al finanziamento, per la quali si rinvia al sito “Creditoinconvenzione.it”.

Allo stesso modo che per la cessione del quinto,ugualmente anche per la delega di pagamento c’è l’eventualità del rinnovo. Per il rinnovo della delega di pagamento valgono le identiche regole in vigore per la cessione del quinto, compreso il recupero della parte dei premi assicurativi vita e impiego non goduti a causa del rinnovo stesso. In sostanza il rinnovo della delega di pagamento resta vincolato al pagamento dei due/quinti delle rate fissate.

Chiaramente nulla preclude di rinnovare contemporaneamente sia la cessione del quinto sia la delega di pagamento.

Mercati azionari per principianti: iniziare ad investire in tempi di incertezza?

Una decina d’anni fa, i mercati azionari attraevano tantissime persone: i continui guadagni degli indici avevano convinto molti che erano un modo semplice ed efficace per poter guadagnare moltissimi soldi, certi che il trend non sarebbe mai cessato e i guadagni sarebbero continuati anche in futuro.

Come sappiamo, le cose non sono andate così: ma l’euforia che c’era poco prima del 2008 non è forse casuale, se ricordiamo l’aneddoto del finanziere americano che, alla volta della crisi del ’29, decise di vendere tutte le sue azioni quando aveva scoperto che anche il suo lustrascarpe aveva investito in borsa.  Semplificando tantissimo, la cosa può essere spiegata con il fatto che perché il mercato azionario possa crescere, infatti, devono esserci dei potenziali acquirenti, e quindi se tutti quelli che potevano comprare hanno già comprato (anche i lustrascarpe, quindi), allora i prezzi saranno inevitabilmente destinati a scendere, e nel caso che si fosse creata una “bolla”, allora la discesa sarà particolarmente rapida e violenta.

Il mercato difficile aiuta a diventare bravi investitori

Se dunque per molti è un po’ sceso l’interesse verso il mercato delle azioni (a cui molti investitori occasionali sembrano preferire mercati come quello delle valute, percepito come più “facile”),  è anche vero che situazioni di incertezza come quella attuale sono forse le migliori per avvicinarsi ad esso: non solo perché possono presentare opportunità di guadagno, ma anche perché costringono a una gestione più oculata, e quindi a diventare “bravi investitori”: un valido adagio invita a non attribuire troppo facilmente i guadagni alla bravura personale (specie nei periodi di crescita globale), con il rischio quindi di cadere poi in eccessi di fiducia,

Del resto, in borsa (come dappertutto, d’altro canto) guadagni facili non ce ne sono mai, poiché tutti i trend noti sono infatti “già incorporati” nel prezzo delle azioni: in altre parole, pensare di comprare un certo titolo perché si sa che in futuro la società guadagnerà più di adesso non porta automaticamente ad un guadagno, perché tutti gli altri investitori lo sanno e quindi il prezzo delle azioni è già salito andando a tenerne conto.  Infatti, è da notare attentamente come il valore delle azioni non salga o scenda quando le società guadagnano tanto o poco, ma piuttosto quando guadagnino più o meno  delle attese.

Mercato azionario o valute: cosa preferire?

Come scrivevamo poc’anzi, molti in questo momento sembrano preferire il mercato valutario, o magari quello delle opzioni binarie, rispetto al più tradizionale mercato azionario.

Una ragione è che i primi due sembrano meno collegati a dinamiche economiche generali, o per meglio dire consentono guadagni indipendenti da esse. Le azioni, invece, possono risentire globalmente di effetti di contesto globale. Un secondo motivo è  anche che i primi sono stati anche “costruiti” con un occhio alla semplicità, che rende molto più intuitivo l’iniziare ad investire.

Però la semplicità non aiuta a effettuare investimenti consapevoli: mettere i propri soldi senza capire dove li si stanno mettendo è equivalente a fare del puro e semplice gioco d’azzardo.

Un secondo motivo è che mercati come quello del Forex sono mercati “a somma zero”: cioè dove si può guadagnare solo se qualcun altro ci perde. E “l’altro” spesso sono  investitori professionisti altamente preparati. Nel caso del mercato azionario, invece, questa “competizione” tra investitori è meno diretta, perché possono più facilmente esserci situazioni in cui tutti ci guadagnano, soprattutto guardando al lungo e lunghissimo periodo.

Perché ritardare il “Brexit” (e accettare che sia così) dimostra pochezza di contenuti politici

Come certamente saprete, ieri il parlamento UE ha approvato una risolzione che chiede alla Gran Bretagna di attivare il prima possibile l’Articolo 50, cioè la richiesta di “uscita” dall’Unione Europea, approvata a larga maggioranza, con contrari gruppi quali quello degli “autonomisti” inglesi ma anche il Movimento 5 Stelle.

Faccio una premessa, per chi non passa spesso da queste pagine: non mi piace parlare di politica, perché è un argomento che finisce spesso per creare solamente polemiche sterili, ma data la situazione qualche parola è inevitabile.

Quindi torniamo all’argomento. A parte il gesto simbolico del votare contro questa risoluzione, mi sento di dire chiaro e tondo che se qualcuno pensa davvero che sia una buona idea posticipare l’inizio dei collqui per l’uscita è uno sciocco o un ignorante. Nel senso letterale dei termini.

Perché quantomeno di ignoranti si direbbe che ce ne siano molti, quando si parla del “leave”. Una cosa che sembra generare estrema confusione sono i due anni previsti dall’Articolo 50: non vuol dire assolutamente che chi esce rimane a far parte dell’Unione Europea per altri due anni, come una specie di preavviso simile a quando si danno le dimissioni o si recede da un contratto. I due anni sono il tempo massimo previsto per negoziare nuovi accordi bilaterali. E nel negoziato si può benissimo decidere che tali accordi entrino in vigore successivamente.

Il negoziato potrebbe anche, per assurdo, concordare che per tutto questo secolo la Gran Bretagna continuerà ad essere membro della UE. A parte i casi lilmite, comunque, è chiaro che quanto prima si delinea un percorso, maggiori sono i vantaggi dato che si elimina l’incertezza, che potrebbe affondare nel frattempo l’economia britannica innanzi tutto (perché è vero che si tratta di un’economia forte, ma che è forte innanzi tutto per la sua dimensione internazionale che in questo momento è decisamente incerta).

Perché quindi la Gran Bretagna non vuole avviare i negoziati? La spiagazione appare evidente: perché non ha la più pallida idea di dove vuole andare a parare. In UK si parla molto di come potrebbe essere il rapporto con la UE d’ora in poi, ipotizzando modelli che si rifanno a Norvegia, Svizzera, Canada. Ma chi ha promosso l’uscita della Gran Bretagna dalla UE non si è posto il problema. E qui arriviamo a parlare di sciocchi: non serve a niente dire che la situazione attuale non va bene, se non si propongono anche alternative concrete.

Quella sul “dopo” doveva essere una discussione  fatta “prima”, invece prima ci si è solo concentrati sul cercare di conquistare voti, spesso con affermazioni clamorosamente false (che ora i promotori del leave devono rimangiarsi, come la storia del fatto che l’uscita dalla UE permetterebbe alla GB di risparmiare 340 milioni di sterline alla settimana: una cifra che effettivamente viene data alle casse UE,  ma che torna indietro sotto forma di servizi e contributi che comunque devono essere erogati anche dopo).

Questa mancanza di idee alternative è quello che rende il referendum poco democratico, perché la premessa della partecipazione democratica è che la gente sappia per cosa sta votando. Enrico Mentana scriveva del fatto che i referendum devono essere rispettati, come espressione di volontà popolare, e domandava come sarebbe stato se in Italia dopo il referendum tra Monarchia e Repubblica i perdenti si fossero messi a raccogliere firme per rifare il referendum.

Solo che in quel caso c’era una scelta: tra Monarchia e Repubblica, appunto. In questo caso, è come se il referendum fosse stato “Volete che vada via il Re?”, senza nemmeno ipotizzare se dopo ci sarebbe stata una repubblica, l’anarchia, la frantumazione in città stato o chissà cos’altro. E in quel caso, neppure quello sarebbe stato un referendum.

Perché è un bene la vittoria dei #Brexit

Con la vittoria del “Brexit” sono in molti a dirsi scioccati e preoccupati. In realtà la vittoria di chi voleva il Regno Unito fuori dalla UE è un bene. Non però probabilmente perché Londra ne riceverà benefici: rimango sempre dell’opinione che quello appena fatto da Londra sia un suicidio economico e politico.

Però una cosa è certa: adesso possiamo vedere come andrà. Molto probabilmente, l’economia britannica ne risentirà pesantemente, e questo sarà una dimostrazione per tutti gli altri “Euroscettici”. Oppure (improbabile) le cose andranno ottimamente, e in effetti gli Euroscettici avevano ragione, e a questo punto le argomentazioni di chi dice che bisogna rimanere nella UE vengono smentite. Ma, egoisticamente, è un bene che gli esperimenti siano fatti sulla pelle degli altri…

Opzioni Binarie: un mercato in crescita

Il mercato delle opzioni binarie ha conosciuto negli ultimi anni una crescita decisamente noteveole, con un proliferare di investitori così come di siti dove è possibile negoziarle, e anche di spazi di informazione dedicata in modo specifico ad esse.

Il segreto del successo sta probabilmente nello stesso funzionamento delle opzioni binarie,  che è estremamente semplice: il guadagno infatti è fissato in un ammontare determinato, legato solamente al fatto che una certa previsione (es. prezzo raggiunto da un titolo in un certo momento)  si verifichi o meno. Proprio per questo si chiamano opzioni binarie: ci sono solo due risultati possibili.

Questa semplicità permette anche a chi non è esperto di finanza di investire in questo tipo di opzioni, dato che non ci sono decisioni complesse da prendere nella scelta dell’investimento e nella sua gestione. Ovviamente il fatto che le decisioni non siano complesse non è garanzia che siano giuste: e infatti una critica che spesso viene fatta alle opzioni binarie sta proprio nel fatto che alcuni le affrontano come “scommessa” anziché come investimento, esponendosi così a rischi più simili a quelli del gioco d’azzardo che a quelli di un investimento ragionato.

Il rischio per chi si avvicina alle opzioni binarie è anche legato al fatto che solo una piccola parte sono negoziate su mercati regolamentati, mentre la maggior parte sono negoziate su piattaforme online, che spesso non sono supervisionate da autorità specifiche, e quindi diventa importante affidarsi ad una piattaforma che sia realmente affidabile. Con l’aumento del numero di piattaforme online per il trading di opzioni binarie, è aumentato anche il numero di interventi delle autorità contro situazioni giudicate al limite della legalità: ci sono state accuse di raccolta poco trasparente dei dati dei clienti, ma anche di mancati rimborsi, di capitali depositati per l’investimento, e addirittura di manipolazioni dei software per aumentare le perdite per gli investitori (e, di contro, i guadagni per la piattaforma) . Questo può spaventare a pirma vista, ma è invece un segnale positivo che mostra comunque il fatto che “chi si comporta male” viene punito (e quindi si può pensare che chi rimane sul mercato si comporti invece correttamente).

La SEC (Securities and Exchange Commission – Commissione per i Titoli e gli Scambi),  l’ente federale statunitense preposto alla vigilanza della borsa valori, analogo alla Consob in Italia, ha dato qualche consiglio a chi vuole investire nelle opzioni binarie. Il primo riguarda la regola generale di non investire in cose che non si comprendono, insomma di essere sicuri di avere capito cosa sono e come funzionano le opzioni binaire prima di fare un investimento in questo senso. Il secondo è quello di conoscere bene la piattaforma che si vuole utilizzare per il trading delle opzioni (che tipo di regolamenti ed eventuali normative applica, ecc.), secondo la buona regola che bisogna sapere a chi si sta affidando i propri soldi. Il terzo riguarda il fatto che, come altri tipi di investimento, le opzioni binarie comportano un rischio, e pertanto non bisognerebbe investirvi risorse di cui non si può fare a meno o che servono nel breve periodo.

 

Fiera di Roma per Classic Motors

L’Italia: un paese di santi, poeti e navigatori. E di automobilisti, soprattutto se parliamo delle splendide vetture d’epoca che hanno fatto la storia del nostro settore automotive, e che ancora oggi mantengono un fascino che nessuna auto iper-tecnologia riesce minimamente a intaccare. Ed è proprio per gli appassionati di auto d’epoca, ma anche per i giovani e curiosi profani, che Roma ha deciso di replicare il successo ottenuto lo scorso anno, premiando i fan con la seconda edizione del Classic Motors, svoltasi presso gli enormi padiglioni della Fiera di Roma dal 16 al 17 gennaio 2016.

Questa iniziativa aveva già riscosso un incredibile successo lo scorso anno: parliamo di ‘incredibile’ soprattutto per via dell’affluenza di visitatori semplicemente incuriositi dal fascino delle automobili d’epoca, e dal mercato milionario che gravita intorno ad esse, così misterioso e degno di attenzione. Le auto d’epoca sono, per questioni abbastanza ovvie, un mercato particolarmente di nicchia: attorno a questi esemplari datati ma tirati a lucido nonostante la veneranda età, infatti, si scontrano a colpi di milioni i collezionisti più scatenati del pianeta. Ed è davvero uno spettacolo assistere ad una loro asta, oppure semplicemente sognare di possedere e di guidare un’auto del genere. Un sogno che in realtà, con un po’ di pratica ed una corretta informazione, non è poi neanche irraggiungibile: c’è chi ha fatto i soldi (i soldi veri) andando in giro per mercati ad acquistare vecchie e malandate auto d’epoca, per poi rivenderle ad una cifra 10 volte superiore una volta rimesse a nuovo. E c’è chi invece ha scelto di tenersi la propria preziosa scoperta, ritrovandosi fra le mani un patrimonio di valore economico e culturale notevole: senza poi considerare che, a dispetto di quanto si dica, il costo dell’assicurazione di un’auto d’epoca è davvero alla portata di tutti.

Certo, il collezionismo d’autore è tutta un’altra cosa, ed il bello di poter ammirare i mostri del settore è proprio quello: sognare di essere come loro. Un po’ come avviene quando si guarda giocare i campioni sportivi. Questo però non ha impedito ai tanti appassionati di ampliare la propria collezione di cimeli automobilistici d’epoca, decisamente meno costosi di un’auto: il Classic Motors 2016 ha pensato anche a loro, e a tutti gli appassionati che erano alla ricerca di pezzi di ricambio originali per le proprie creature scintillanti. La fiera è stata l’ennesimo successo, a testimonianza della vitalità di un settore che, nonostante la forte crisi economica, appassiona e continua ad appassionare grandi e giovani: il nostro consiglio è di non perdere il prossimo evento di questo settore che sarà a Milano con la Milano Auto Classica in programma dal 18 al 20 marzo, anche se siete semplicemente curiosi di visitare il mondo delle auto classiche.

 

+6,7% la spesa dei consumatori esteri in Italia nel periodo natalizio

Visa Europe ha comunicato i dati delle transazioni transfrontaliere registrati in Italia durante il periodo delle feste appena terminato, e  mostrano un incremento nell’utilizzo di carte Visa del 6,7% (anno su anno).

Il totale delle spese per i consumi da parte degli stranieri ha raggiunto i 426,6 milioni di euro nel periodo delle festività, in netta crescita rispetto agli oltre €384 milioni che erano stati registrati nello stesso  periodo del 2014.

Sempre nel periodo natalizio, gli italiani all’estero hanno fatto registrare volumi totali tramite Visa pari a €423 milioni,  in crescita del 10% rispetto allo stesso periodo 2014.

Prezzo del petrolio: previsioni per il 2016

Il prezzo del petrolio ha visto un netto calo nel corso del 2015, con il Brent sceso ben al di sotto dei 40 dollari a barile. Cosa aspettarsi dunque per il 2016? Molti analisti ritengono che il calo dei prezzi sia destinato a scendere ancora, per arrivare a scendere fino ai 30 dollari a barile, con più di qualche esperto che pensa si possa arrivare addirittura a 20 dollari.

Va però detto che gli analisti non sono unanimi su questo possibile trend. Anche se pochi, vi sono importanti analisti (tra cui quelli di Barclays) che pensano che il 2016 possa invece vedere un importante rialzo dei prezzi del petrolio, fino a 60 dollari a barile.

Secondo gli analisti di Barclays, a spingere verso questo rialzo dei prezzi ci sarà un aumento sostanziale della domanda, che dovrebbe passare dall’attuale 2,1 milioni di barili al giorno a 4 milioni. Una previsione che però è di segno nettamente opposto a quelle dell’Oil Market Report della IEA, che invece anticipa per il 2016 una riduzione della domanda a 1,2 milioni di barili al giorno.

Un punto importante delle previsioni di Barclays è dato dal fatto che, secondo il parere degli analisti, guardare all’OPEC può essere limitante: se è vero che fino a pochi anni fa questo poteva fare il bello ed il cattivo tempo sul mercato del petrolio, ora il suo peso si starebe progressivamente riducendo, a favore di paesi quali Russia, Cina e USA (anche grazie alla produzione di “olio di scisto”).

Altri analisti evidenziano che più di qualche compagnia petrolifera nel 2015 era coperta da hedge che consentivano loro di vendere il petrolio a prezzi maggior di quelli di mercato, ma che molte meno saranno coperte l’anno prossimo. E questo potrebbe essere un problema specie per i produttori di olio di scisto, che ha costi superiori al normale greggio. E con gli investitori ben attenti a dove mettono i soldi e a chiedere un profitto, l’offerta di petrolio potrebbe ridursi nei prossimi mesi.

Parlando di previsioni, è però anche opportuno ricordare che nel 2015 le previsioni hanno mancato il bersaglio in modo piuttosto evidente: la maggior parte degli analisti riteneva che il petrolio sarebbe stato scambiato a prezzi intorno ai 50 dollari a barile o oltre in questo ultimo trimestre del 2015 (i futures erano quotati oltre i 60 dollari).

A posteriori, gli analisti spiegano che probabilmente non è stato tenuto conto del fatto che la variazione di prezzo è stata principalmente dovuta a variazioni dell’offerta di petrolio (che nonostante la crisi economica è sempre vicina a massimi storici o quasi), e che questo comporta andamenti diversi rispetto a quelli legati a variazioni della domanda. Nel frattempo, forse la cosa migliore è tenere d’occhio il prezzo del petrolio in tempo reale.

Banche: una comoda confusione tra investimento e risparmio

La cronaca finanziaria si mescola alla cronaca nera in questi giorni, tra molti che hanno perso tutti i loro risparmi al crollo del valore delle obbligazioni e delle azioni delle loro banche.

E’ giusto che azionisti e obbligazionisti “paghino” la cattiva gestione della banca? In linea di principio certamente sì, dato che non è certo ipotizzabile che gli azionisti prendano gli utili quando ci sono e invece qualcun altro ripaghi le perdite.

Il problema qui però è un altro, e cioè il sistematico abuso che è stato fatto continuamente da molte banche (non solo quelle oggetto delle vicende di questi giorni) del rapporto con i clienti, per presentare come forme di risparmio quelle che in realtà sono invesitmenti a rischio. E guidando quindi verso l’acquisto di azioni e obbligazioni, peraltro con logiche totalmente fuori dalla logica di buona gestione finanziaria: un investimento in azioni, come abbiamo avuto modo di discutere più volte in passato, dovrebbe essere organizzato in un portafoglio diversificato. In questo caso invece abbiamo persone che apparentemente  erano state indotte ad investire tutti i propri risparmi o quasi in una singola azione.  Non dovrebbe servire essere grandi guru della finanza per capire come questo sia un fatto estremamente grave.

Crescono i correntisti online in Italia: + 100.000 ogni mese

Sono 17,3 milioni gli italiani che hanno scelto il digital banking, con un tasso di crescita di 100.000 nuovi conti online al mesenell’ultimo semestre. A rivelarlo la seconda edizione del CheBanca! Digital Banking Index, l’osservatorio che misura la digitalizzazione del banking in Italia.

“In questa seconda edizione del CheBanca! Digital Banking Index abbiamo voluto introdurre un elemento di novità, dedicando un focus specifico  al recente decreto sulla portabilità dei conti correnticommenta Roberto Ferrari, Direttore Generale di CheBanca! – Il risultato è stato abbastanza sorprendente:oltre il 50% dei correntisti online dichiara di non sapere di cosa si tratta e di conseguenza non ne ha beneficiato. Un dato però che non deve scoraggiare: siamo solo all’inizio di un percorso di forte cambiamento culturale del settore bancario che come tutte le novità necessita di un tempo minimo di ‘sedimentazione’.”

 Il nuovo decreto, in vigore dal 26 giugno 2015, facilita il passaggio da banca a banca definendo un tetto massimo per lo spostamento e chiusura del vecchio conto (12 giorni) senza alcun onere o spesa per il cliente. Nonostante l’indagine evidenzi una scarsa conoscenza del decreto da parte dei correntisti online, il mondo delle  digital bank risulta comunque caratterizzato da un elevato livello di turnover e soprattutto da una clientela molto attiva e ‘mobile’ nelle proprie scelte bancarie.

Infatti circa il 47% dei correntisti online ha aperto un nuovo conto negli ultimi due anni e il trend è in continua crescita: confrontando il dato di coloro che hanno aperto un conto online negli ultimi 12 mesi con il numero di correntisti che invece hanno preferito chiuderlo, si ricava un saldo positivo che rivela il buon stato di salute per tutto il settore.

 Il CheBanca! Digital Banking Index fotografa anche il profilo dei correntisti online: principalmente uomini (57%), tra i 35 e i 44 anni, residenti nel Nord Italia(50%).

Nonostante rappresentino il 59,5% degli utenti internet in Italia i correntisti online non disdegnano il servizio in filiale (il 70% di loro dichiara almeno una visita negli ultimi tre mesi) anche se continua a crescere la quota di chi preferisce gestire tutto a ‘distanza’ (il 24%). Anche i social network crescono come canale di interazione e contatto con la propria banca: il 16% dei correntisti online  predilige Facebook mentre l’Instant Messaging è il secondo strumento più popolare (6%).

Non è quindi un caso il considerevole sviluppo nell’utilizzo dei servizi di mobile banking: oltre il 25% dei correntisti online accede al proprio conto corrente via app, il 21,6% affianca i servizi di mobile app a quelli del sito mentre il 3,6% gestisce tutte le operazioni bancarie esclusivamente tramite app. Un dato ancora marginale ma che rivela un notevole incremento rispetto al semestre precedente (+200.000 utenti).

3 vantaggi dei segnali forex

Ultimamente, nel mondo del trade online, si sente sempre più spesso parlare di Forex. I più esperti conosceranno sicuramente l’argomento in maniera approfondita, ma a chi si è affacciato da poco nel mondo del trade, il Forex rimane ancora un mondo sconosciuto.

Il Forex è il mercato all’interno del quale i trader scambiano le valute, un vero e proprio commercio di tutte le valute mondiali. I trader le acquistano con lo scopo di rivenderle ad un prezzo più alto, in modo da ottenere un buon margine di profitto.

Il Forex non ha una locazione fisica o un nodo centrale, contrariamente agli altri mercati finanziari, esso è gestito unicamente in maniera elettronica all’interno di circuiti bancari per 24 ore al giorno.

I vantaggi del mercato Forex sono molteplici, ma abbiamo deciso di riassumerli in questi tre:

  1. Bassi costi di ingresso: il trading svolto in maniera professionale è un’attività che non comporta il dover sostenere alti cosi d’ingresso, anzi, le uniche necessità sono quella di avere un computer, una connessione ad internet e qualche abbonamento alle riviste specifiche riguardo l’argomento, per rimanere sempre aggiornati. Nulla di più.
  1. Utilizzare strumenti informativi utili come i segnali di forex che permettono di individuare i trend delle valute giornalieri per guidare il trader nelle giuste decisioni di trading.
  1. Bassa tassazione: indipendentemente dalla nazione in cui risiedete, il Forex prevede una tassazione sul capital gain nettamente inferiore a quella sui redditi da lavoro. La tassazione del Forex è del 15-20% nei paesi occidentali.
  1. Assenza di obblighi e vincoli: Ci sono alcuni tratti essenziali da cui il Forex è caratterizzato. Per prima cosa l’orario di apertura che va dalle 23 di domenica alle 23 del venerdì successivo, la possibilità di non doversi mai recare in nessuna sede fisica: ogni azione può essere mossa comodamente da casa, in oltre è il mercato più liquido al mondo e non ci potrà mai essere nessuna figura professionale al di sopra del trader.

Per concludere, va sottolineato come il Forex sia un mercato ad alta liquidità 24 ore su 24, permettendo di essere praticato sempre ed in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo al mondo. La prerogativa fondamentale però rimane sempre la stessa, per tutti i tipi di trading online. Il fattore psicologico può essere un grande alleato, la vostra marginalità di guadagno dipende anche da questo. Avvalersi di una determinazione e freddezza mentre si opera con il Forex si rivela un vantaggio ineguagliabile.

Prezzo del petrolio: dinamiche e prospettive

Il prezzo del petrolio è praticamente crollato nell’ultimo anno e mezzo, con prezzi che superavano i 110$ a barile nell’estate del 2014 rispetto ai meno di 45 dollari odierni, e se andiamo a seguire il prezzo del petrolio in diretta, incontreremmo probabilmente nuove diminuzioni.

La causa prima di questo crollo è dato dal fatto che i produttori dell’OPEC hanno iniziato una vera e propria guerra del prezzo contro il petrolio di scisto (o semplicemente “olio di scisto”) prodotto negli USA: un tipo di petrolio “non convenzionale” (ha origine da rocce di scisto bituminoso, anziché da materiale biologico in decomposizione come il normale greggio), di cui vi sarebbero grossi giacimenti negli USA. Proprio per questo motivo gli USA, alla ricerca di indipendenza energetica, si sono attivati molto nella sua estrazione, che però per ragioni tecniche è molto più costosa di quella del petrolio tradizionale.

Come risposta, l’OPEC ha diminuito il prezzo del petrolio (o meglio, aumentato l’offerta), nel tentativo di “tagliare le gambe” al concorrente, che diventa totalemten sconveniente da estrarre quando i prezzi scendono sotto una certa soglia (stimata oggi intorno ai 60-65 dollari a barile).

Il fatto, però, è che questo tentativo finora non sembra avere funzionato: la produzione di petrolio di scisto non è diminuita come qualcuno si aspettava, ma solo diminuita leggermente. Anzi, oggi copre quasi metà della produzione di petrolio negli USA; con stime che danno perl’anno prossimo una produzione circa 4 milioni di barili estratti ogni giorno, su una produzione globale di 8,8 barili giornalieri.

Al contrario però, il prezzo del petrolio ha raggiunto ora prezzi che mettono iniziano a mettere in difficoltà le casse dei paesi dell’OPEC: 45 dollari è la soglia che gli analisti hanno stimato necessaria perché tali paesi riescano a tenere in equilibrio i conti.

Proprio questa consapevolezza che questo prezzo del petrolio non sia sostenibile nel medio-lungo periodo, e sia destinato pertanto a risalire, è forse ciò che ha mantenuto elevati gli investimenti in petrolio di scisto, e a quanto pare l’OPEC si sta ormai rassegnando al fatto che il greggio tradizionale dovrà condividere il mercato mondiale del petrolio con l’olio di scisto.

Diversi analisti giudicano quella dell’OPEC una vittoria di pirro: è vero che finora è riuscita in qualche modo a limitare la diffusione dell’olio di scisto (che forse, senza la “guerra” dell’OPEC sarebbe aumentata in modo significativo) ma, sottoliena più qualcuno, vista in altro modo il punto è che l’olio di scinto si è dimostrato un concorrente molto agguerrito e l’OPEC ha dovuto ridurre i prezzi per mantenere le quote di mercato.

Investimenti: consigli su come far fruttare i tuoi risparmi

Vivere di rendita non è impossibile, nonostante la crisi economica ed un Paese (l’Italia) che impone livelli di tassazione delle rendite finanziarie intorno al 26%. Per farlo occorrono innanzitutto capitali da investire ed una capacità di valutazione degli affari in grado di soppesare attentamente età del portafoglio, profilo di rischio e necessità reddituali. Al giorno d’oggi le possibilità di investimento sono molto varie, basti pensare ai libretti di risparmio postale o alle occasioni di investimenti bancari, o ancora ai sistemi di integrazione pensionistica offerti dalle assicurazioni e ancora gli investimenti sul mattone.

In questo articolo faremo degli esempi dandovi dei consigli su come potete investire i vostri risparmi evitando fregature.

 

Leggere attentamente le avvertenze

Ci sono alcune avvertenze che, stando al parere di Raffaele Zenti, valgono per tutte le situazioni: il fondatore di Advise Only, nonché responsabile dell’ufficio financial strategies group, consiglia a tutti gli investitori di diversificare gli investimenti anche in ottica internazionale, frazionando così i rischi derivanti dal fallimento degli Stati. Il passo successivo riguarda gli strumenti: il consiglio è puntare su cedole e dividenti alti, che possano generare reddito in modo regolare e garantire un flusso di entrate e scadenze costante. Proprio come avviene per la pensione e lo stipendio.

 

La terza regola riguarda la protezione dall’inflazione: la dinamica del mercato e del caro prezzi potrebbe tornare ad impennarsi da un momento all’altro. Il consiglio di Raffaele Zentin è quello di stare molto attenti al tasso d’inflazione del Paese nel quale verrà speso il reddito. La quarta norma riguarda invece la liquidità del proprio portafogli: dotarsi sempre di un portafogli con strumenti liquidi, così da poterli vendere in caso di necessità. Dunque evitare gli immobili, difficilissimi da vendere quando i prezzi crollano, come ha dimostrato la recente crisi.

L’ultima regola d’oro di Zentin è forse la più importante: moderazione negli investimenti. Inutile cercare di sbancare il mercato aspettandosi ritorni a doppia cifra. È decisamente sufficiente una moderata crescita del proprio capitale che permetta i seguenti fattori: cedole periodiche, protezione dall’inflazione e possibilità di preservare il capitale durante i famigerati periodi borsistici dei cigni neri.

 

I cinque portafogli per vivere di rendita

Vivere di rendita non è dunque una missione impossibile: andiamo a vedere, nel dettaglio, i consigli di Giuseppe Romano, direttore dell’ufficio studi e ricerche di Consultique. Il primo portafoglio immaginato dall’ufficio studi di Consultique riguarda quello di un ingegnere di 45 anni con un patrimonio di 1,5 milioni di euro, ricavati dalla vendita di un appartamento: un’asset allocation prudente, che destina all’azionario solo il 5% del capitale, mirando soprattutto ad azioni con alti dividendi. Da un punto di vista dell’obbligazionario, l’asset prevede la seguente percentuale di titoli: 20% di titoli governativi area euro, 15% di bond corporate e un ulteriore 15% di obbligazioni. Chiudono il portafogli un 15% di titoli governativi non euro ed una serie di piccoli bond high yield, più rischiosi ma presenti in minima parte. Il rendimento, ipotizzato su un’inflazione media all’1%, sono complessivamente del 3%, ovvero 3750 euro lordi mensili.

Anche il secondo portafoglio è all’insegna della moderazione e vede, come proprietario, un immaginario ex imprenditore immobiliare in pensione, con un capitale di 6,5 milioni di euro: come nel caso precedente, all’azionario è destinato solo il 5% del portafoglio. Per quanto riguarda l’obbligazionario, il paniere include soprattutto titoli di stato area euro (17,5%), per un rendimento dello 0,5% più inflazione, che si traduce in 8125 euro lordi mensili.

Un artista 55enne è invece il protagonista immaginario del terzo portafoglio: il suo capitale, ottenuto dalla vendita di una sua opera, ammonta a 3 milioni di euro. Si tratta di un portafoglio più aggressivo dei precedenti: 15% di azionario e 85% di obbligazionario, con una presenza di bond anche esterni all’eurozona. Per quanto riguarda i rendimenti, l’ipotesi prevista è di 1,5% più inflazione, ovvero 6250 euro lordi mensili.

Il quarto portafoglio torna nell’ordine della prudenza. Il suo proprietario, un ex dirigente 65enne in pensione, possiede un capitale di ben 8 milioni di euro. Niente azionariato per lui, solo obbligazioni: tanti titoli di Stato dell’eurozona (20%), euro corporate bond (17,5%) e un 17,5% di obbligazioni indicizzate all’inflazione. Con un rendimento calcolato intorno all’1% più inflazione, cioè 13.000 euro lordi mensili.

Consultique ha scelto di chiudere la rosa dei cinque portafogli con l’opzione più aggressiva: quella di una ricca ereditiera 35enne con un capitale di 5 milioni di euro. Il suo portafoglio ideale prevede un azionario al 20%, scelto in base alle società con alti dividendi, e un obbligazionario dell’80% (incluso un rischioso 10% di bond high yield in eurozona). Un’asset allocation aggressiva che garantirebbe un rendimento del 2,5% più inflazione: ben 14.500 euro lordi mensili.

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